Il cielo è dei violenti

The violent bear it away, Flannery O' ConnorDopo quattordici anni, Einaudi riporta nelle librerie italiane Il cielo è dei violenti (titolo originale The violent bear it away, traduzione di Ida Omboni) il romanzo più celebre di Flannery O’Connor, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1955.
È il racconto della storia della famiglia Tarwater che, decimata da disgrazie e incidenti,  sopravvive in una fragile discendenza obliqua maschile: il vecchio zio Tarwater, un folle profeta dei boschi, suo nipote Ryber, un grigio insegnante di provincia, e il quattordicenne Tarwater, orfano, pronipote del primo e nipote del secondo. L’ambientazione è quella del Sud degli Stati Uniti, un’area capace di essere allo stesso tempo placidamente borghese o rabbiosamente selvaggia, un territorio in cui si può trovare la cittadina dove “gli occhi delle persone non ti si attaccavano addosso come gli occhi della gente di campagna”, e il mondo allo stato naturale “dove ogni filo d’erba sembra un nervo, verde e vivido”.
La vicenda del romanzo si gioca in una lotta per il controllo del destino, il proprio e quello del giovane Tarwater, da parte dei due adulti. Tarwater rapisce l’omonimo pronipote trascinandolo con se nei boschi e qui lo indottrina alla sua fede radicale, insegnandogli un’esistenza vissuta nell’attesa della propria vocazione. Alla morte del prozio, l’orfanello ritorna in città dallo zio Ryber, che lo accoglierà in casa con l’idea di liberarlo dall’influsso delle superstizioni del vecchio. Il nucleo simbolico della vicenda si incarna nel figlio mentalmente ritardato di Ryber, Bishop, portatore sano di un amore irragionevole, alternativamente definito come “raccapricciante”, “odioso”, “spaventevole”, un amore violento a cui resistere o da cui lasciarsi travolgere: il vecchio Tarwater considera il battesimo di Bishop come la missione con cui coronare la propria esistenza da profeta, missione da realizzare ad ogni costo, anche post mortem mediante le piccole mani del giovane Tarwater; Ryber vuole salvare il figlio, e se stesso, dalle irrazionali  ossessioni del vecchio.

“Mi dispiace zio, non puoi vivere qui e rovinare la vita di un’altro bambino. Questo sarà educato a vivere nel mondo reale. Imparerà ad aspettarsi dalla vita solo quanto possono dargli le sue forze. Sarà il redentore di se stesso. Sarà libero!”, dice Ryber allo zio, prima del rapimento dell’orfanello. Qualche anno dopo il vecchio Tarwater grida invece al pronipote: “Ti ho salvato perché tu fossi libero e non un’informazione dentro la sua testa!”. È dentro queste voci il conflitto che muove il romanzo, un conflitto tra il contegno positivista di chi crede che la libertà significhi rimanere dentro una realtà lunga quanto il proprio sguardo, resistendo a tutto ciò che non può essere ricondotto ad una ragione immanente, e la visione di chi radica la propria libertà in una rottura, in una evasione verso il mistero che fonda l’unica dialettica capace di rendere l’essere umano diverso da un meccanismo estremamente complesso ma di fatto incastrato in un immutabile tic tac. In mezzo, prima educato dalle visioni profetiche del prozio e poi invitato da Ryber al rigido autocontrollo di una razionalità scettica, il giovane Tarwater: lanciato per aria e sotterrato, incendiato e annaffiato.

Come ricorda Marisa Caramella nell’introduzione che accompagna questa edizione del romanzo, Flannery O’Connr è considerata autrice di culto da almeno tre generazioni di scrittori, da Raymond Carver a David Foster Wallace, soprattutto per merito dei sui racconti  (pubblicati in Italia nel 2001 da Bompiani nella raccolta Tutti i racconti), in cui personaggi comuni vengono proiettati negli abissi del mistero mediante una scrittura capace di generare un’esperienza che, senza eccedere la polverosa trama del reale, coinvolge pienamente la relazione dell’essere umano con Dio.  “Argomento della mia narrativa è l’azione della grazia in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo”, scrive l’autrice dei propri racconti e tale intenzione diventa più che mai esplicita ne Il cielo è dei volenti, dove la O’Connr, utilizzando tutte le armi di una narrazione corporea ma profondamente visionaria, racconta una storia che da vita all’esperienza della possibilità della grazia, con un’esattezza che lacera lo sguardo del lettore almeno quanto quello dei protagonisti. Il cielo è dei violenti ci trascina in modo inesorabile sul fondo della coscienza del giovane Tarwater, mettendoci davanti alla necessità di una scelta radicale: vogliamo essere padroni di un corpo disanimato o invasi da una immensità selvaggia? E l’istante della scelta è esposto in maniera così violenta e delineato in modo così netto, che il lettore si troverà a compierla lui per primo, la stessa scelta e, voltata l’ultima pagina del romanzo, verrà scosso dalle sensazioni di attesa o di rimpianto che ogni scelta induce

(Articolo pubblicato su  L’osservatore romano.)