Antony & The Johnsons + Charles Atlas: Turning

Martedì, 31 ottobre 2006, Roma, Auditorium, sala Sinopoli: Antony & The Johnsons + Charles Atlas: Turning

Quando si abbassano le luci, siamo in molti nella sala Sinopoli dell’Auditorium di Roma a non sapere che cosa succederà di lì a poco. Certo Antony e la sua voce, certo le canzoni – due dischi che si sono ritagliati uno spazio “altro” dal mainstream discografico, il secondo, I Am a Bird Now, ha addirittura vinto il Mercury lo scorso anno -, ma nulla era trapelato circa cosa realmente sarebbe successo con Charles Atlas, regista sconosciuto ai più, e questo strano connubio dal titolo Turning che solo Parigi, Londra, Roma ed ora anche Madrid e Braga hanno il piacere di ospitare. La prima fila è vuota, ce ne accorgiamo solo quando a riempirla entrano tredici bellissime ragazze, le 13 Beauties. La band posizionata già da tempo attende solo l’entrata di Antony, personaggio atipico del panorama musicale internazionale, transgender inglese trapiantato a New York. Ed eccolo che, timido ed insicuro sembrerebbe, prende il suo posto, tra uno schermo gigante e l’esile asta del microfono dietro la quale, potesse, si nasconderebbe volentieri.

Nessun “buonasera” e nessun ringraziamento, ma nessuno si offende, ognuno percepisce quella presenza come quella di un individuo con un dono, e su questo non si discute, al quale non si chiede altro che fare il suo mestiere. E quando Antony canta, ed agita le mani come prolungamento della sua voce, nessuno fiata: un’acustica perfetta e una location perfetta sono da contorno a ciò che avviene sul palco. Ad ogni Beauties corrisponde una canzone, e raggiunta una piccola piattaforma circolare a destra del palco tutto ciò che deve fare è posare per Atlas e la sua telecamera.

Seguono una pioggia di immagini sullo schermo gigante, generate ed alterate in diretta dal regista. Immagini in guerra tra loro, che si inseguono, sovrapposte e sovraesposte a cui si intersecano interferenze del regista stesso – a volte, banalmente, fiori nel loro sbocciare. Ogni canzone come ogni ragazza è una Beauty a sé. Ognuna è una storia diversa, un’emozione la cui durata è sancita dalle luci del palcoscenico: al loro abbassarsi, si prepara una nuova ragazza e una nuova canzone.

Il risultato è la composizione di una collana di perle strappata dal collo di Antony e raccolta in una tasca polverosa alla bell’e meglio. E la bellezza declamata in tutto lo spettacolo sembra avere delle crepe, se si guarda più intensamente il volto di alcune delle ragazze qualcosa di strano affiora, come se la loro storia lottasse per mostrarsi. La maggior parte di loro è transessuale e, alla luce di ciò, tutto lo spettacolo si riscrive. Non sono più tredici donne a posare, ma, davvero, è impossibile nella maggior parte dei casi decidere quale di loro non lo è. E c’è da chiedersi, con “Hope There’s Someone” in sottofondo (perché a volte è un sottofondo), quanto è importante che a girare sul palco non siano solo donne.

Antony ed Atlas insieme sono stati capaci di gettare luce su zone d’ombra dando loro la dignità di un palco finora negata. Ed il loro pregio è stato quello di farlo attraverso uno strumento poetico, quello in cui entrambi eccellono, lontano dalle troppo ovvie associazioni kitsch a cui siamo abituati. Questo Turning del titolo, un po’ quello delle bellezze che ammiccano sulla piattaforma, un po’ del mondo, è forse una richiesta, quella del cambiamento – il Turning, appunto – che l’arte raccolta rivolge allo spettatore. Ed in chiusura, con tutte le modelle sul palco, la canzone che forse meglio di altre riassume lo spirito di questa esibizione: “You Are My Sister”. Forse qualcuno non aveva torto quando diceva che tutto ciò di cui abbiamo bisogno è amore.

Poi, nessun encore, solo un saluto di Antony e Atlas. Neppure gli applausi più calorosi l’hanno convinto a cantare ancora qualche altro pezzo, ma questo non era un concerto di Antony and the Johnsons, non si era capito?