Jack Kerouac: uno «strano solitario pazzo mistico cattolico»

Jack Kerouac«Dio, devo vedere il tuo volto questa mattina, il Tuo Volto attraverso i vetri polverosi della finestra, fra il vapore e il furore; devo sentire la tua voce sopra il clangore della metropoli. Sono stanco, Dio. Non riesco a scorgere il tuo volto in questa storia» (1): è la preghiera dello scrittore Jack Kerouac ventiseienne. Riecheggiano le parole del Salmo: «Non nascondermi il tuo volto…», che ritorneranno ancora, in interviste e saggi. Così dieci anni dopo: «Cosa sta cercando? mi chiedevano. Rispondevo che aspettavo che Dio mi rivelasse il suo volto» (2).

«Salmi» è il titolo di una sezione dei diari di Jean-Louis Lebris de Kerouac (1922-69), conosciuto come Jack Kerouac, una delle icone di culto della letteratura (3). Egli tenne nota delle sue vicende e dei suoi pensieri sin dal 1936, quando era ancora adolescente. Un mondo battuto dal vento raccoglie le pagine scritte tra il giugno del 1947 e il febbraio del 1954, cioè tra i 25 e i 32 anni, la fase più dinamicamente creativa della sua esistenza, che si concluderà a soli 47 anni. Questi diari sono stati pubblicati negli Stati Uniti nel 2004 ed escono adesso anche in Italia.

Il volume si divide in due parti: la prima è dedicata agli sforzi compiuti da Kerouac per scrivere e far pubblicare il suo primo romanzo La città e le metropoli; la seconda riguarda i diari intimi e di viaggio scritti nel corso della stesura di On the road. Non intendiamo qui illustrare la ricchezza di contenuti e suggestioni di cui i diari di Kerouac abbondano. Ci soffermiamo esclusivamente sui passaggi che meglio mettono a fuoco la radice religiosa fino a vette di espressione orante. Approfondiremo la riflessione con riferimento a interviste e ad altre fonti.

Il diario di un uomo in cammino

Kerouac è ormai ampiamente conosciuto, e le sue opere più note sono lette da un vasto pubblico, soprattutto il romanzo Sulla strada. Non sarà nostro compito riassumere la sua esperienza letteraria completa: la presentazione, infatti, prenderebbe necessariamente tutto lo spazio a nostra disposizione (4). Il nostro obiettivo è più semplice e limitato: dare un’idea della profonda sensibilità cattolica dello scrittore così come essa emerge a partire dai diari, allo scopo di far notare come essa sia viva, pulsante e ben presente alle radici della sua ispirazione. E questo è vero nonostante il carattere moralmente trasgressivo che caratterizza la sua produzione più nota.

Il percorso umano, artistico e religioso di Kerouac è, in realtà, complesso e dialettico. Non saremo qui alla ricerca di coerenze o di logiche troppo stringenti. Ma proprio attraverso le contraddizioni si potrà valutare in lui la forte permanenza dell’ispirazione e dell’immaginario cattolico, che gli deriva dalle sue stesse radici familiari e che lo accompagnerà fino alla fine. Addentrarsi nelle pagine dei suoi diari è un’esperienza viva e pulsante, capace di dare un contributo decisivo per comprendere meglio la sua opera e smontare eventuali falsi cliché accumulatisi nel tempo sullo scrittore. Tutto il cattolicesimo implicito ed esplicito presente nella sua opera trova nei diari espressione e forma, sia essa ortodossa sia essa inusuale e «selvaggia». Commenta il curatore, Douglas Brinkley: «È una ricerca religiosa senza tregua» (5). Senza di essa l’opera di Kerouac non sarebbe pienamente comprensibile.

La porzione di diario che va sotto il nome di Un mondo battuto dal vento è composta durante la stesura di La città e la metropoli e lascia trasparire tutto il suo desiderio di dare a questo romanzo-fiume un’impronta religiosa. Egli stesso scrive di tenere il Nuovo Testamento sempre con sé e di pregare prima di ogni sessione di lavoro. Qualcuno ha notato che gli eroi della cultura popolare americana, i maestri del buddismo zen, i personaggi «battuti e beati» descritti in tutta la sua opera vivono sullo stesso terreno dei santi cattolici. Un esempio: Neal Cassady, il suo buddy, l’amico fraterno, compagno di avventure e di sogni, di sregolatezze e di intuizioni, fonte di energia a getto continuo, che poi diventerà il personaggio Dean Moriarty in On the road, non è forse un misto tra il cowboy televisivo Hopalong Cassidy e san Francesco (6)? O meglio ancora, come Kerouac disse in una celebre intervista, egli «è l’uomo più intelligente che abbia mai incontrato nella mia vita. Neal Cassady. È un gesuita» (7). Anche Neal era di origini cattoliche e da bambino cantava nel coro della sua chiesa di Denver. Nella stessa intervista egli stesso si auto-definisce «Everardo Mercuriano, Generale dell’esercito dei gesuiti (General of the Jesuit Army)» (8). Kerouac è stato alunno della scuola dei gesuiti di Lowell, nel Massachusset, il paese in cui era nato. In un’autopresentazione nel 1960 egli riconosceva di aver ricevuto una «buona istruzione» (9). Ed essa deve aver lasciato anche una traccia significativa su di lui se gli ha permesso di ricordare persino il nome di colui che fu il quarto Generale dell’Ordine di sant’Ignazio, tra il 1573 e il 1580!

In ogni caso i suoi personaggi sono una parata di fuorilegge divini, angeli solitari, santi folli — un po’ «francescani» o un po’ «gesuiti» —, profeti sotterranei. Attraverso figure simili lo scrittore affrontò una delle questioni centrali della letteratura occidentale del dopoguerra, che riassunse in questa domanda, espressa in un linguaggio arcaico di stampo biblico-liturgico: Whither goest thou, America, in thy shiny car in the night? (Dove vai, tu, America, la notte, nella tua piccola macchina scintillante?) (10). Una sensibilità cattolica non può non riconoscere in questa domanda un appello di salvezza e «giustificazione» espressa in termini coerenti alla sensibilità e all’immaginario statunitensi. E proprio in quegli anni la grande scrittrice cattolica Flannery O’Connor ironicamente metteva in bocca al protagonista del romanzo La saggezza nel sangue l’espressione: Nobody with a good car needs to be justified, cioè «Nessuno con una buona macchina ha bisogno di essere giustificato». La simbolica della macchina e della strada è una simbolica di dannazione e redenzione che attraversa fino ad oggi l’ispirazione artistica statunitense, dalla musica di Bruce Springsteen al cinema di Terrence Malick. Ma gli esempi sarebbero innumerevoli.

«Gesù siede alla mia scrivania»

Dall’infanzia sino alla morte Kerouac scrisse lettere a Dio, preghiere rivolte a Gesù, poesie dedicate a san Paolo e invocazioni per la propria salvezza (11). «[…] se Gesù sedesse alla mia scrivania questa notte, guardando fuori dalla finestra, tutta quella gente che ride felice per l’inizio delle vacanze estive, forse sorriderebbe e ringrazierebbe suo Padre. Non lo so. La gente deve “vivere”, eppure so che soltanto Gesù conosce la risposta definitiva» (Mv, 62), scrive il 26 giugno del ’47. Il suo è un Gesù vicino, presente lì dove lo scrittore vive e scrive; è colui che guarda dalla finestra e che ha the only answer, la risposta, la chiave. Per Kerouac questa risposta non è opzionale: è fondante e coinvolge la stessa espressione artistica. L’opera d’arte infatti vive, come l’essere umano, di queste domande: «Che cos’è, da dove viene, dove sta andando, perché e quando e chi la conoscerà?» (ivi, 63). Lo spirito di Kerouac in questi anni è affine a quello di Pascal, autore che egli ha letto con interesse, prendendo appunti (12). L’inquietudine della domanda lo agita profondamente a livello intimo: «Interi universi di nuove idee vanno a sbattere contro i miei sentimenti (crashing into my feelings) senza fine. Perché penso?» (ivi, 65 s).

La persona di Gesù, con tutta la spinta ideale, si innesta per Kerouac in questo terreno di domande. Egli è the only soul, l’unica anima a cui far riferimento, e the only answer, cioè l’unica risposta (13): «Gli insegnamenti di Gesù Cristo sono stati una svolta, un modo per confrontarsi con il terribile enigma della vita umana e confondersi di fronte ad esso. Che cosa miracolosa! Quali pensieri deve aver avuto Gesù prima di “aprire la sua bocca” e iniziare il Discorso della montagna. Che pensieri profondi, oscuri e silenziosi (long dark silent thoughts)!» (ivi, 66). Così anche nelle «profondità desolate (desolate deeps)» brillano le stelle, «alte e luccicanti in un firmamento spirituale (high and sparkling in a spiritual firmament)» (ivi, 79). «Come mai non hai mai scritto di Gesù?» chiede Ted Berrigan a Kerouac in un’intervista realizzata un anno prima della sua morte. E Kerouac risponde ironicamente: «Io non avrei scritto nulla di Gesù? Non venirtene a casa mia a fare il pazzo bugiardo… e… tutto ciò su cui scrivo è Gesù» (14).

«Gesù, la tua è l’unica risposta per tutti gli esseri viventi!» (ivi, 71), esclama. Ancora una volta Gesù è the only answer, la sola risposta ai dilemmi e agli «impulsi» interiori, al desiderio di vita. L’anno successivo scriverà, e in maniera più concitata e visionaria, «Abbiamo bisogno di Gesù? Si sta avvicinando quel momento? E questo Agnello di Dio rivelerà (will reveal)? Rivelerà i segreti della gioia sulla terra e nella morte?» (ivi, 252). Qual è questa risposta? Cosa Cristo rivelerà? Perché Cristo è la risposta? Perché «Cristo è il primo uomo a essersi reso conto che l’amore è il principio della vita umana. Lui ora risplende sopra di noi più grande che mai e io sarei pronto a scommettere che nel prossimo secolo Cristo (e i pochi altri grandi uomini come lui) riempiranno le menti della gente come mai prima» (ivi, 197).

Il 2 giugno del 1949 nota che la sera precedente era andato a dormire leggendo il Nuovo Testamento. Annota: «Ben presto scriverò la mia personale interpretazione di Gesù Cristo». Quale il nucleo della sua visione? Essenzialmente che Gesù «è stato il primo, e forse l’ultimo, a riconoscere che affrontare il mistero ultimo della vita è l’unica attività importante a questo mondo». Ecco che cosa cattura l’attenzione di Kerouac: il mistero ultimo della vita intesa come una questione seria che richiede una vera e propria «resa dei conti». Egli fa appello a «un mondo che rispecchi fedelmente il Cristo. Il Re mite, che giunge in groppa a un Mulo» (ivi, 265). Troviamo qui tutto il senso di un atteggiamento umile nei confronti dell’esistenza, che spesso invece sarà in seguito storpiato in forme vanamente ribellistiche dai suoi emulatori.

Modello di scrittore e fratello di anima è allora Dostoevskij, vero scrittore proprio perché anima religiosa: «Dostoevskij è davvero un ambasciatore di Cristo e per me la sua opera è il moderno Vangelo. Il suo fervore religioso vede attraverso i fatti e i dettagli della nostra vita quotidiana, cosicché non deve concentrare la sua attenzione sui fiori e gli uccelli, come san Francesco, o sulle finanze, come Balzac, ma su qualsiasi dettaglio… sulle cose più ordinarie» (ivi, 346). Da qui maturerà la sua definizione preferita di letteratura e di romanzo, sconvolgente nella sua semplicità e originalità che leggiamo in Satori a Parigi (1966): una «storia raccontata per amicizia e per insegnare un che di religioso, di riverenza religiosa verso la vita reale, in questo mondo reale che la letteratura dovrebbe riflettere» (15).

La vita non è abbastanza

Riflettendo liberamente sulle parole di Cristo «Il mio regno non è di questo mondo», Kerouac scopre in sé un dualismo tra ciò che egli avverte come rigido (e tra questo anche una religione intesa come moralismo) e un ampio slancio vitale: «Il mondo si schiude di fronte a me come un luogo di cose potenti che mi danno nutrimento; i pensieri morali restrittivi svaniscono in un impeto ottobrino di eccitazione, fame, gioia ed entusiasmo, il disgusto di sé che proviene dall’introspezione solitaria si trasforma in desiderio di socievolezza e affabilità, un carburante così necessario per spingerci a partecipare alla vita» (Mv, 130). Lo scrittore si rende conto che la chiave della vita non è nella lonely introspection, che poi è la sterile introversione egocentrica e consolatoria, capace di generare in letteratura solamente «brodaglia psicotica (psychotic sloppiness)» (16). L’autoconoscenza per lui «è vanità» (ivi, 121). Invece vivere significa esporsi alle powerful things, al mondo e alla realtà che ha una potenza di apertura alla vita, e scrivere è «un’esplosione di interesse (explosion of interest)» (ivi, 130). Questa è per lui «scrittura sana (sane writing)».

Quando questa apertura, seppur di rado, si coniuga con una tensione orante, allora egli guadagna l’espressione di una radicale fiducia, di una confidenza estrema: «Sarò forte come l’acciaio, mio Signore, diventerò sempre più forte, il fuoco mi forgerà, mi renderà più deciso, più saldo, migliore, secondo la tua volontà o Dio perduto, secondo i tuoi comandamenti. Ora lascia che io Ti trovi, come una nuova gioia che invade la terra all’inizio del nuovo giorno, come il cavallo che, nel suo campo, al mattino, vede il padrone giungere verso di lui attraverso l’erba. Ora sono come l’acciaio, mio Signore, tu mi hai reso forte e pieno di speranza. Colpiscimi e risuonerò come una campana!» (ivi, 220).

Introspezione ed esuberanza, rigidezza e slancio, «non smetteranno mai di agitarsi dentro di me — riconosce Kerouac —, il che rappresenta un grande stimolo per farmi continuare a girovagare» (ivi, 68). Vive proprio di queste tensioni, in fondo, il celeberrimo romanzo On the road, di cui l’autore descrive le prime intuizioni nell’agosto del ’48: «Ho in mente un altro romanzo — Sulla strada — a cui continuo a pensare: parla di due ragazzi che fanno l’autostop fino in California, in cerca di qualcosa che non riescono a trovare veramente e si perdono lungo il cammino per poi tornare indietro sperando in qualcos’altro» (ivi, 186). Lo slancio fa sentire la vita come esplorazione, un’«avventura del cuore, della mente, dell’anima» (17) tesa tra «l’immortalità e i singoli istanti inconoscibili e a frantumi» (ivi, 166), proiettata verso qualcos’altro. Kerouac descrive giovani assetati di esperienza, ma questa esperienza non è fine a se stessa, non è puro «esperimento», ma una via per ottenere una nuova visione della vita, forse qualcosa d’altro ancora.

Life is not enough, annota Kerouac nell’agosto del ’49: «La vita non è abbastanza». Il clima rovente delle sue meditazioni lo conduce ad avvertire una forza centrifuga senza confini se non quello dell’eternità: «Allora cosa voglio? Voglio una decisione per l’eternità, qualcosa da scegliere e da cui non mi allontanerò mai, in nessuna oscura esistenza o qualunque altra cosa accada. E qual è questa decisione? Un qualche tipo di febbre della comprensione, un’illuminazione, un amore che andrà oltre, trascenderà questa vita verso nuove esistenze, una visione seria, finale e immutabile dell’universo. Questo è ciò che intendo quando dico che “voglio degli Occhi”. […] Perché dovrei volere tutto questo? Perché qui sulla terra non c’è abbastanza da desiderare» (ivi, 275). I confini del viaggio sono infranti.

Kerouac è teso alla «comunione finale fra tutte le cose, l’unione elettrica della vera eternità. È l’altro mondo, menzionato in principio come la Parola di Dio nelle Scritture e illustrato dal grande san Tommaso d’Aquino come un concetto che va oltre la nostra ragione ed è necessario per l’umanità. La prospettiva di quest’altro mondo, questa forma di comprensione che non abbiamo mai immaginato, va al di là della mia capacità di capire, ma sospetto che sia molto strana e che quando finalmente ci arriveremo, diremo tutti: “Certo, certo, sì, sì!”» (ivi, 277). Così anche, quando con la morte entreremo stupiti nell’aldilà grideremo con la nostra carne morente: «”Allora è questo ciò per cui sono stato creato! Gloria a Dio”» (ivi, 229). Questa conoscenza della vita e dell’eternità non è una follia (foolishness), protesta Kerouac, «è solo quel caro e intenso amore (warm dear love) che proviamo verso la nostra difficile condizione. Con la grazia di Dio Misterioso, alla fine dei tempi, forse soltanto in quel giorno essa verrà risolta e chiarita per tutti noi». E conclude drammaticamente e perentoriamente: «Altrimenti non posso vivere» (ivi). Senza eternità non si può vivere.

Scrivere dunque per Kerouac significa anche, in qualche modo, impegnarsi in una «personale salvezza attraverso le mie opere (my own personal salvation in works)» (ivi, 291). L’opera letteraria, come accade per tutti i grandi scrittori, qui non è gioco, intrattenimento ludico o di puro «gusto». Ha a che fare con la salvezza, in un modo o nell’altro. Quando la scrittura assorbe queste tensioni vitali, allora essa stessa diventa un dono ricevuto, come scrive dopo la composizione de La città e le metropoli: «Il lavoro del 1948 su C & M è stato un Dono di Dio, poiché prima di questo lavoro ero stato a lungo in ginocchio, come Haendel prima di comporre il Messia, e poi l’avevo Ricevuto. Ma grazie, Dio, di tutto. L’altra notte l’ho capito» (Mv, 266). Scrivere è rispondere a un dono, a una chiamata. E allora ecco la gratitudine profonda espressa in preghiera: «Grazie per le Visioni che Tu mi hai dato, per Te; e tutto è per Te; grazie, o mio Signore, per questo mondo e per Te. Riempi il mio cuore del calore del Tuo spirito per sempre» (ivi, 241).

Cattolico perché peccatore

A questo punto le alternative sono chiare. La prima è considerare le radici cattoliche di Kerouac una sovrastruttura pesante e bigotta, un retaggio faticoso da eliminare e di cui egli avrebbe voluto disfarsi. La seconda possibilità è comprendere come invece il cattolicesimo di Kerouac sia una delle fonti vive della sua ispirazione. Insomma: rimozione o ispirazione. Qui la critica si divide. Noi riteniamo, anche alla luce di ciò che leggiamo nei diari, che la seconda alternativa, quella che riconosce in un cristianesimo inquieto e dialettico una fonte vivace di intuizione creativa, sia quella che meglio rende giustizia alla personalità letteraria di Kerouac e ai percorsi della sua precarietà esistenziale e artistica.

Steve Turner, nella sua bella biografia illustrata dal titolo L’angelo caduto, ha potuto scrivere: «Il lato di Kerouac che più mi ha interessato è quello spirituale, che per anni è stato ignorato. Ma adesso i critici hanno finalmente riconosciuto quanto spazio abbia avuto la religione nella sua vita. Era questa, senza dubbio, la strada che aveva scelto di percorrere». Riconosce pure però che «le droghe e la ribellione sono da sempre un argomento per i giornali» (18) e che dunque hanno prevalso nella percezione comune della sua opera. E abbiamo ragione di credere che lo sia ancora anche per una parte della critica letteraria italiana su questo autore. A dire il vero, però, nessuno nega la «spiritualità» di Kerouac. Molti però riducono il suo cristianesimo a uno stantio bigottismo e ne mettono in evidenza o la diluizione o la radicale trasformazione nel buddismo Mahayana, col quale Kerouac venne decisamente a contatto intorno al 1953.

Perché Kerouac si è accostato al buddismo? Ce lo racconta in una intervista: dopo che si era conclusa una storia d’amore, descritta poi ne I sotterranei, lo scrittore stava male per il dolore della perdita. In quel tempo si trovò a leggere una biografia del Buddha, il quale — scrive Kerouac — «scoprì che la causa della sofferenza, del dolore, del decadimento e della morte è semplicemente il fatto di essere nati. Così scoprì anche che il mondo in realtà non esiste» (19). Il Kerouac buddista è convinto che noi soffriamo a causa di un «desiderio ignorante» e ci sentiamo soli perché non accettiamo il fatto che la realtà non esista. Così egli impara a meditare e si astiene dall’alcool e dal sesso, parte integrante della sua turbolenta vita affettiva, nel tentativo di rompere il legame della mente con l’«illusione». Questo è il suo buddismo.

Come giudicare questa fase? Kerouac era diventato veramente buddista? A suggerirci la risposta è la biografia dello scrittore, quella che poi si riflette nei suoi scritti. Noi crediamo che la fase buddista, in realtà, sia stata una vicenda dialetticamente interna al suo stesso cattolicesimo. Il cristianesimo gli diceva che c’è un mondo reale, fatto anche di santità e di peccato; il buddismo, così come da lui era percepito e vissuto, gli diceva che il mondo non era poi così «reale». Il Kerouac «cattolico» è ora gioioso ora triste; ora in preghiera, ora assorbito dal sesso; ora legato agli affetti familiari, ora spinto da una tensione alla fuga. È un Kerouac, per dirla cedendo ai cliché, «santo» e «peccatore», capace di vivere sulla propria pelle il piacere illusorio della trasgressione, ma anche la ferita del bisogno d’amore e dell’abbandono. Il Kerouac «buddista» è invece alla ricerca di un equilibrio stabile e neutro, temporaneamente astemio e casto, perso nelle suggestioni della «Mente Interna Trascendentale» (20), teso alla cancellazione del dolore e della realtà.

Ad allontanare di fatto Kerouac dal buddismo fu, paradossalmente, proprio l’esperienza della vita dissipata e sregolata: il «peccato», quel «diavolo» che, secondo la sua contemporanea Flannery O’Connor, spesso «getta le basi necessarie affinché la grazia sia efficace» (21). Nel 1956 comincia a scrivere Angeli della desolazione, opera che è specchio, nella sua seconda parte, della vita «selvaggia» di Kerouac: egli «non era più il buddista astemio, adesso era il cattolico preso in una catena di peccati e pentimenti» (22), commenta Turner. E così, fra l’altro, in un viaggio del 1957 sulle coste del Nord Africa, vediamo lo scrittore diviso tra la lettura del Nuovo Testamento e le facili prostitute di Tangeri.

Insomma, come racconta Philip Whalen in una testimonianza raccolta nella celebre biografia a più voci Jack’s Book, «il suo interesse per il buddismo era abbastanza letterario». E circa Gary Snyder, il suo amico poeta più radicalmente buddista, prosegue Whalen: «Lo sfiorava semplicemente e poi diceva: “Ah, bene. È fantastico, ma io in realtà credo nel dolce bambin Gesù”, oppure nell'”Agnello di Dio”» (23). Nello stesso volume John Clellon Holmes usa espressioni come: «Il terreno di Jack è sempre stato il cattolicesimo – il cristianesimo, cioè». Per quanto abbia «provato come un matto il buddismo», Jack «era ed è rimasto fino alla fine un cattolico – dal punto di vista dell’idea più alta della visione cattolica del mondo» (24). Giunto a Parigi, nel 1966, alla ricerca delle sue radici, lo stesso Kerouac non lascerà più dubbi scrivendo nel suo (purtroppo ormai introvabile in italiano) Satori a Parigi: «Ma io non sono un buddista, sono un cattolico che rivisita la terra ancestrale che ha lottato per difendere il cattolicesimo contro difficoltà insormontabili, e che eppure alla fine ha vinto» (25).

Certamente il cattolicesimo di Kerouac era debole, mal evoluto, forse infantile e fin troppo tormentato e dialettico. Tuttavia la spiritualità buddista mal si combinava con il suo approccio insieme esuberante e introverso alla vita. Certo, la visione del mondo espressa in On the Road sembrava superata da quella buddista, quando egli provò a eliminare le domande e ad agire come se nulla avesse importanza. Le «cose», invece, per lui avevano importanza, e «in seguito egli lasciò perdere il budddismo perché erano “solo parole”» (26). Nelle sue reazioni Kerouac era istintivamente cattolico. Anche il suo rigetto del materialismo e del liberalismo della classe media americana era emotivamente formato da una sensibilità cattolica (27). Egli stesso, in fondo, in una sua auto-presentazione scriveva di essere «non un “beat” ma uno strano solitario pazzo mistico cattolico (a strange solitary crazy Catholic mystic)» (28).

Il vero «beat»

Una migliore comprensione della visione della vita di Kerouac ci viene da alcune considerazioni sul termine beat, parola che individua un fenomeno generazionale di cui egli è capostipite e padre. Di per sé il termine ha molti significati: è la prima parte della parola beatitude, ma beaten significa anche abbattuto, scoraggiato, alla deriva. Beat è anche battito, ritmo, nel senso della musica jazz. I beat, o beatniks (come verranno chiamati coniugando le parole beat e sputnik) rinunciano al progetto di una vita tranquilla, dedita alla produzione e al consumo, rifiutano la fissa dimora e vivono, da soli o in gruppo, in ristretti e spesso disagiati luoghi urbani. Il beat dunque individua uno stile di vita senza regole e inquieto, dominato dall’incertezza, dall’ansia e da una certa tensione sempre insoddisfatta, che in seguito ha condotto ad atteggiamenti ribellistici e contestatari connotati politicamente.

A coniare il termine fu proprio Kerouac, che però ebbe qualcosa da dire e da ridire sul suo significato, ricordando le sue vere origini. L’origine della parola beat ci chiarisce il tipo di illuminazione e di rivelazione al quale lo scrittore tendeva veramente: «Fu da cattolico […] che un pomeriggio andai nella chiesa della mia infanzia (una delle tante), Santa Giovanna d’Arco a Lowell, Mass., e a un tratto, con le lacrime agli occhi, quando udii il sacro silenzio della chiesa (ero solo lì dentro, erano le cinque del pomeriggio; fuori i cani abbaiavano, i bambini strillavano, cadevano le foglie, le candele brillavano debolmente solo per me), ebbi la visione di che cosa avevo voluto dire veramente con la parola “Beat”, la visione che la parola Beat significava beato… È domenica mattina e il prete sta facendo la predica, quando all’improvviso da una porta laterale della chiesa arriva un gruppo di personaggi della Beat Generation che indossano impermeabili legati con cinture come quelli dell’I.R.A. e vengono avanti in silenzio per “capire” (to dig) la religione… In quel momento mi fu chiaro» (29).

Beat è dunque una parola dalle radici religiose, compresa pienamente in una chiesa durante un momento di raccoglimento: quanto di più distante da un contesto fragorosamente ribellistico e contestatario. Kerouac dovrà però tristemente constatare il fatto che «un sacco di opportunisti, profittatori, comunisti saltarono sul carro. Ferlinghetti saltò sul carro e trasformò l’immagine della Beat Generation che originariamente rappresentava persone che amavano la vita e la dolcezza. Ai giornali parlò di ribellione beat, di insurrezione beat, parole che io non ho mai usato, essendo cattolico (being a Catholic)» (30). Conseguentemente, poco prima della sua morte, in un’intervista rilasciata al New York Times, egli così giungerà a concludere: I’m not a beatnik. I’m a Catholic: non sono un beatnik, sono un cattolico (31). Non è certo, questa frase, un rinnegamento del senso della propria parabola culturale, come potrebbe apparire superficialmente. Al contrario, forse questa dichiarazione è stata un’estrema lucida intuizione a difesa della propria identità artistica e umana, cioè quella mistica — cattolica sebbene «strana solitaria e pazza» — che ha nutrito la sua estetica.

Questa radice religiosa — ribadita dalle espressioni it was as a Catholic… being a Catholic… I’m a Catholic — non è affatto puramente occasionale o momentanea. Anzi, è addirittura monastica. In un articolo apparso nel 1957 Kerouac non fa mistero del fatto che i fenomeni come quello beat «esprimono una religiosità ancora più profonda, il desiderio di andarsene, fuori da questo mondo (che non è il nostro regno), “in alto”, in estasi, salvi, come se le visioni dei santi claustrali di Chartres e Clairvaux tornassero a spuntare come l’erba sui marciapiedi della Civiltà stanca e indolenzita dopo le sue ultime gesta» (32). Dopo aver dipinto questa immagine solenne, l’anno successivo ripeté: «Non ho mai sentito parlare più di Dio, delle Ultime Cose, dell’anima, del dove-stiamo-andando, se non fra i giovani della mia generazione: e non solo i ragazzi più intellettuali, ma tutti» (33).

***

Come riassumere il senso della parabola di Kerouac? Probabilmente tenendo insieme, per quanto in maniera sempre instabile, due poli: una radice che desidera senza sosta accedere a tutti i nutrimenti terreni, e una forte tensione a ciò che è, come si è detto, soul, eternity, salvation. Insomma: la «carne» e l’«infinito». Mai l’una senza l’altro. Ringraziando Dio per la composizione del suo primo romanzo, nel 1950 Kerouac scrisse nei suoi diari un ultimo «salmo», di un’intensità straordinaria, che sembra riassumere in forma orante la sensibilità dello scrittore, svelandone l’anima inquieta e vagabonda: «Grazie, Signore, Dio degli Eserciti, Angelo dell’universo, Re della Luce e Creatore delle Tenebre per le Tue vie, le quali, se non fossero percorse, trasformerebbero gli uomini in ottusi danzatori di carne senza dolore, menti senza anima, dita senza nervi e piedi senza polvere». E infine però, folgorante, la richiesta: «Mantieni la mia carne nella Tua eternità» (Mv, 241) (34).

NOTE
1 J. KEROUAC, Un mondo battuto dal vento. I diari di Jack Kerouack [sic!]: 1947-1954, Milano, Mondadori, 2006, 219. I testi citati sono tratti da questa edizione, ma in alcuni punti abbiamo preferito usare una nostra traduzione.

2 Id., «Agnello non leone (1958)», in Id., «Beati: le origini della Beat Generation», in Scrivere bop. Lezioni di scrittura creativa, Milano, Mondadori, 1996, 50. Cfr anche S. TURNER, L’angelo caduto. Vita di Jack Kerouac, Roma, Fazi, 1997, 173.

3 Il nome «Jack» nasce dall’errore di un sacerdote della sua parrocchia, la chiesa di Santa Giovanna d’Arco.

4 La nostra rivista si è già occupata della sua opera in generale con F. CASTELLI, «La desolata corsa di Jack Kerouac verso la morte», in Civ. Catt. 1971 I 34-47. Rinviamo a quell’articolo per un’analisi centrata sulla sua opera narrativa. Diamo qui solamente qualche rapido cenno biografico. Jack Kerouac nasce il 12 marzo 1922 a Lowell, Massachusetts, da una famiglia franco-canadese di origine bretone. A undici anni scrive il suo primo racconto (The cop on the beat) e a 14 comincia a scrivere un diario. Al liceo si distingue per le sue doti di sportivo, che gli consentono di vincere una borsa di studio. Si iscrive alla Columbia University di New York. La stagione newyorkese della seconda metà degli anni Quaranta è una di quelle fortunate. Kerouac però non conclude gli studi: ha voglia di assaporare il mondo e la vita, un desiderio incontenibile che lo porta a scontrarsi con le realtà più dure. Si mantiene lavorando come muratore e apprendista metallurgico fino a quando nel 1942 decide di arruolarsi in marina. Viene presto congedato, ma il mare lo affascina, e decide di trascorrere qualche anno da marinaio su un cargo mercantile. Nel 1944, coinvolto in una vicenda di omicidio, viene arrestato e rinchiuso in carcere per favoreggiamento. Mentre si trova in galera sposa Edie Parker, che poco dopo pagherà la cauzione per lui. La coppia si scioglie pochi mesi dopo la libertà conquistata. Tra un viaggio e l’altro Kerouac frequenta William Burroughs, che gli presenta Allen Ginsberg, e fra i due nasce una profonda amicizia, che sarà l’inizio della cosiddetta beat generation. Kerouac si cimenta anche nella critica musicale e scrive alcuni articoli sul jazz, pubblicati sul giornale della Columbia University. In seguito legge in pubblico i suoi scritti con accompagnamento jazz, ispirando un grande interesse nelle collaborazioni jazz-poesia. Nel 1945 inizia a scrivere il suo primo romanzo La città e la metropoli, pubblicato nel 1950, mentre un anno dopo incontra Neal Cassady, che diventerà il suo più grande amico e il personaggio di molti suoi romanzi. Nel 1947 Kerouac inizia in autobus e autostop il viaggio coast to coast attraverso gli Stati Uniti. Nel 1951 scrive su un rotolo di carta da telescrivente Sulla strada. Kerouac continua a scrivere alternando la sua attività con lunghe pause a San Francisco, dove incontra i massimi esponenti della cosiddetta San Francisco Renaissance e scrive la sua prima raccolta di poesie. Muore il 21 ottobre 1969 per una emorragia epatica.

5 D. BRINKLEY, «Introduzione», in J. KEROUAC, Un mondo battuto…, cit., 16. D’ora in poi citeremo l’opera con la sigla Mv. L’edizione in lingua originale più recente è Windblown world. The Journals of Jack Kerouac: 1947-1954, London, Penguin, 2006.

6 Cfr D. BRINKLEY, «Introduzione», cit., 26.

7 J. KEROUAC, «The Art of Fiction No. 41», in Paris Review, n. 43, Summer 1968, 19.

8 Ivi, 28.

9 «Presentazione di Jack Kerouac», in J. KEROUAC, Romanzi, cit., 1.520.

10 Cfr D. BRINKLEY, «Introduzione»…, cit., 26.

11 Ivi.

12 I’m reading Blaise Pascal and taking notes on religion (J. KEROUAC, «The Art of Fiction No. 41», cit., 46).

13 Del resto, che cosa resterà del mondo, della «luccicante Babilonia che fuma sotto il sole»?, si chiede Kerouac. Soltanto «le cose plasmate dalle mani di Dio». Tutto a lui è chiamato a ritornare (Mv, 64).

14 J. KEROUAC, «The Art of Fiction No. 41», cit., 28. E qui fa venire in mente Giovanni Testori quando afferma che «il luogo del teatro è il corpo di Cristo» (G. TESTORI, La maestà della vita e altri scritti, Milano, Rizzoli, 1998, 149).

15 Id., Satori in Paris and Pic. Two Novels, New York, Grove Press, 1985, 10.

16 È tanto vero questo sentimento che lo ritroviamo più in là come criterio di valutazione di un’opera letteraria, in questo caso quella di James Joyce. Scrive Kerouac: «Credo nella scrittura sana anziché nella brodaglia psicotica di Joyce. Joyce è un uomo che ha semplicemente smesso di comunicare con gli altri esseri umani. Lo faccio anch’io quando sono tormentato e ubriaco di stanchezza, perciò so che non è così onesto, anzi è addirittura crudele uscirsene con associazioni di idee senza l’autentico sforzo umano di trovare e dare ai propri discorsi un’intelligenza significativa. È un tipo di idiozia sdegnosa» (Mv, 101). E su D. H. Lawrence il giudizio non cade più misericordioso: «È una pura masturbazione dell’io» (ivi, 346).

17 Mv, 86. Ma, in realtà, nulla di ciò ha a che fare con la reale dimensione faustiana del desiderio di vita e di conoscenza. Ciò è reso evidente dal giudizio sprezzante, quanto spiazzante, che egli dà nell’aprile del 1948 circa la vicinanza con amici quali Ginsberg e Burroughs: «Sono stanco di scrivere la satira di nevrotici senza importanza, ecco tutto ciò che è rimasto dei miei rapporti con loro. Vado a trovarli in uno stato d’animo felice e affettuoso e me ne vado via ogni volta confuso e disgustato. Questo non succede con gli altri miei amici, perciò dovrei seguire l’istinto e restar fedele ai miei simili. “Niente più urrà alla tolleranza”. Sono stanco di indagare su tutto quanto e di essere un folle “faustiano”, alla ricerca della “conoscenza assoluta”» (ivi, 124).

18 S. TURNER, L’angelo caduto…, cit., 11. La versione originale di questa biografia è Angelheaded Hipster. A Life of Jack Kerouac, New York, Viking, 1996.

19 Intervista riportata in E. BEVILACQUA, Guida alla beat generation, Roma – Napoli, Theoria, 1994, 52.

20 J. KEROUAC, Mexico City Blues. Il manifesto poetico del padre della Beat Generation, Roma, Newton Compton, 1993, 167.

21 F. O’CONNOR, Nel territorio del diavolo. Sul mestiere di scrivere, Roma – Napoli, Theoria, 1993, 80.

22 S. TURNER, L’angelo caduto…, cit., 11 e 165.

23 B. GIFFORD – L. LEE, Jack’s Book. Una biografia narrata di Jack Kerouac, Roma, Fandango, 2001, 225 s.

24 Ivi, 227 s. «Quando la situazione si faceva difficile quello a cui lui si aggrappava veramente era il Piccolo Fiore di Gesù, Santa Teresa di Lisieux, e vari altri santi cattolici, e questo era quello in cui lui credeva veramente, quello da cui ricavava il massimo e quello a cui tornava sempre» (ivi, 225).

25 Id., Satori in Paris and Pic…, cit., 69.

26 S. TURNER, L’angelo caduto…, cit., 216.

27 Cfr M. FELLOWS, «The Apocalypse of Jack Kerouac: Meditations on the 30th Anniversary of his Death», in Culture Wars, November 1999

(letto in http://www.culturewars.com/CultureWars/1999/kerouac.html).

28 J. KEROUAC, «Presentazione di Kerouac», cit., 1.522. Per un confronto col «fratello maggiore» Thomas Merton cfr A. STUART, «Vision of Tom – Jack Kerouac’s monastic elder brother. A preliminar exploration», in

http://www.thomasmertonsociety.org/kerouac.htm

29 Id., «Beati: le origini della Beat Generation», in Scrivere bop…, cit., 68. Il verbo to dig nello slang beat significa gustare, apprezzare più che «capire» in maniera puramente intellettuale.

30 L’intervista, l’ultima prima della morte dello scrittore, realizzata da William F. Buckley all’interno del Firing Line Show nel 1968, si può seguire in What Happened to Kerouac?, cit.

31 J. LELYVELD, «Jack Kerouac, Novelist, Dead; Father of the Beat Generation», in The New York Times, 22 october 1969.

32 J. KEROUAC, «Sulla Beat Generation (1957)», in Scrivere bop… cit., 46.

33 Id., «Agnello, non leone (1958)», ivi, 50.

34 Keep my flesh in Thee everlasting.

© La Civiltà Cattolica 2007 I 126-139

(articolo pubblicato col titolo: «Il Dio di Jack Kerouac. I diari di uno “strano solitario pazzo mistico cattolico”»).

Edizione digitale integrale ripresa da http://www.laciviltacattolica.it/Quaderni/2007/3758/Articolo%20Spadaro.html