Everything That Rises Must Converge

Wilco: una nuova cultura in cui amicizia, arte e musica convergono.

North Adams (Berkshire, Massachusetts, Stati Uniti): immensi prati, boschi e colline punteggiate di verde, rosse fattorie sotto il sole che acceca, villette di legno con il dondolo sul patio e i colori pastello, trattori parcheggiati sul bordo della strada e banderuole sfidate dal vento: qualunque strada tu prenda per arrivare fin qui sei costretto a rallentare e osservare. Non vedrai vaste e sconfinate pianure, né i monti del Vermont poco distanti o le Catskills Mountains a un’ora di macchina; tutt’intorno solo piccole alture e ordinate, curate cittadine di collina, che North Adams, al confronto, è una vera e propria città, con il McDonald’s, il centro commerciale, più di una banca e i monumenti. Quando sei lì, prendi il Mohawk Trail, la strada di là dai monti e tra gli alberi che segue l’antico percorso indiano: d’estate era tutta nebbia, d’inverno sarà tutto ghiaccio. C’è un fiume, lungo la strada, il roccioso Hoosac River (il fiume “al di là”, appunto), che un secolo fa ha trasformato questa cittadina di campagna in uno dei maggiori centri industriali dell’East Coast. Le vedi quelle splendide, enormi, misteriose fabbriche abbandonate lunga la strada? Non ti viene da pensare, bisognerebbe proprio farci qualcosa, lì dentro?

È estate a North Adams, il sole brucia sull’asfalto dei cortili, sui mattoni piccoli e rossi, sul ferro incandescente, sulle lamiere dei ponti sospesi. All’inizio c’era una delle più importanti fabbriche di tessuti americane, poi è arrivata la Sprague Electric Co. (con i suoi materiali elettrici e le armi) e oggi il più grande museo di arte contemporanea degli Stati Uniti, il MassMoca (Massachusetts Museum of Contemporary Art).

«North Adams è un po’ come Chicago» dice John Stirratt, il bassista dei Wilco (gruppo con base, appunto, a Chicago, che ha scelto il MassMoca come sede per il proprio festival musicale): «una perfetta combinazione di campagna e ambiente urbano, contesto industriale e artistico», aggiunge Jeff Tweedy, front-man del gruppo. Una Chicago un po’ più intima, e folle.

Il museo, ad esempio, ospita una mostra pazzesca, la retrospettiva di SolLewitt, 105 pareti (non le ho contate io) ricoperte di figure geometriche, linee che si intersecano, cubi che inglobano sfere che inglobano cubi… centinaia di metri di mura dai colori sgargianti o in rigoroso bianco e nero. Il fatto stupefacente è che, da quel che ho capito, SolLewitt ha lavorato, da vivo, alla mostra che sarebbe stata la sua prima retrospettiva da morto, una sorta di testamento, «lascio questo», e questo rimarrà qui per 25 anni (che ne faranno poi e come lo porteranno via è un mistero).

Se ciò non bastasse, a capire lo spirito del posto, allora bisogna vedere gli alberi piantati a testa in giù da Natalie Jeremijenko’s (Tree Logic) e l’appartamento capovolto e appeso al soffitto di Iñigo Manglano-Ovalle (Gravity is the Force to be Reckoned With), che insieme farebbero bella coppia nel paese dell’incontrario; e poi le installazioni del Material World (tunnel di luce, cascate di materiali vari, grovigli di corde e funi, masse informi di tessuti), e soprattutto i piccioni, gli animali impagliati, i cumuli di pesci nella sabbia color carbone, i fiori finti, tutto quel nero o tutto quel bianco accecante della stupefacente mostra di Petah Coyne, Everything That Rises Must Converge, ispirata all’opera della scrittrice Flannery O’Connor. Ecco, mi sembra che proprio nel titolo di quest’opera – nella convergenza di ciò che sorge, che si innalza – sia un po’ racchiuso il senso di quello che ci aspetta qui dentro: una tensione crescente, convergente, tra vulnerabilità e forza, tra esperienza e inesperienza, innocenza e seduzione, bellezza e decadenza, vita e morte.

In effetti il luogo è perfetto per il progetto dei Wilco: combinare musica con installazioni, video, performance teatrali, proiezioni. E il MassMoca, scopro dagli opuscoli che trovo in giro, è un’istituzione dedicata appunto «alla presentazione di lavori che rompano le convenzionali separazioni tra discipline». Nasce così, dunque, il Solid Sound Festival dei Wilco (13/15 agosto 2010): un festival per gli amici, l’arte, la musica.

Tra gli amici Mavis Staples, la leggenda del Soul, settantuno anni maestosi e regali, di cui almeno sessanta spesi a cantare gospel con gli Staples Singers, la band di famiglia. E ci tiene a ricordarlo, lei, è la prima cosa che dice salutando il pubblico, quant’è lunga la sua storia musicale, prima di attaccare con il gospel di Wonderful Savior. Sono quasi tutti pezzi dell’ultimo album quelli che interpreta, in omaggio all’amico Tweedy che l’ha prodotto, suonato, e che ha scritto per lei Only the Lord Knows e la title track You’re Not Alone (ed è con lei, sul palco). Da quell’intreccio stupefacente di generi, anni e stili, Mavis Staples offre perle come Too Close to Heaven (memoria dei tempi del padre), Wrote a Song for Everyone – in cui il pezzo di John Fogerty, cantato da lei, ruggisce – e una sensazionale versione di The Weight (con tutti i sessantottini in coro). Facile immaginare la conclusione, quella gioia vibrante di I’ll Take You There con la folla che canta estasiata uno dei pezzi più coinvolgenti degli Staples Singers.

Altro gruppo leggendario (e amico dei padroni di casa) è quello dei Baseball Project: sul palco uno sfrenato Steve Wynn (Miracle 3, Dream Sindacate e straordinario solista), Mike Mills dei R.E.M., Linda Pitmon alla batteria (che donna!, pensi, e da donna vorresti immediatamente iniziare a suonare la batteria anche tu, per essere come lei), e Scott McCaughey dei Minus 5 che chiacchiera tantissimo: prima di The Yankee Flipper, per esempio, lui e Mills raccontano una buffa storia di una notte a base di tequila con un giocatore dei New York Yankees che, dicono, dopo di allora non giocò più tanto bene, e si ritirò presto. Eh già, perché di baseball si parla – e si canta – per quasi tutto il concerto: con un pubblico che, tanto per capirci, conosce canzoni come Harvey Haddix parola per parola (anche di Haddix ci viene raccontata la sfortunata vicenda – 12 innings perfetti che non fanno una vittoria – prima di farci ascoltare quel pezzo fatto tutto di nomi di giocatori che non c’è niente da fare, se sei donna e vieni dall’Italia non è che la capisci poi tanto).

Sul palco si susseguono poi gli esordienti Brenda, le Mountain Man (tutte ragazze nonostante il nome), gli adorabili Vetiver (raccomandati come uno dei migliori gruppi del nuovo folk rock USA, e le aspettative non deludono) e la sorpresa dei giovanissimi The Books, che giocano, letteralmente, in casa: Nick Zammuto e Paul de Jong registrano qui, tra le colline sovrastanti il MassMoca. I due recuperano materiali da vecchi LP e vecchissime registrazioni televisive, registrazioni da radio, segreterie telefoniche, video e cassette amatoriali, creando da questa miscela straordinari percorsi visivi e musicali, (Take Time, Meditation, Smell like Content). Giovanissimi anche gli Avi Buffalo: si presentano al sound check che sembrano liceali spaesati al primo concerto al college, il diciannovenne Avigdor Zahner-Isenberg tiene gli occhi bassi e le mani aggrappate al microfono, mentre l’altrettanto giovane batterista, piedi scalzi e riccioloni voluminosi, sembra appena uscita dalla casa delle bambole. E poi, invece, a concerto iniziato, l’energia della giovinezza e dell’essere gruppo sovrasta la natura schiva dei singoli, e candore e grazia si accompagnano alla gioia, all’energia, alla voglia (e alla consapevolezza) di farcela.

E poi, ovviamente, ci sono i Wilco e il concerto di Jeff Tweedy (nei link un commento a parte), ma c’è anche quello che fanno i membri del gruppo quando non suonano insieme: i Pronto del tastierista Mikael Jorgensen, un’esplosione di elettronica bizzarra e un po’ confusa, a tratti anche misteriosa (nel senso che ti chiedi: ma che sto ascoltando? Ma di sicuro loro si divertono in un modo pazzesco); gli Autumn Defens, con John Stirratt e Pat Sansone, più caldi e brillanti, più dolci, più stile Wilco, per intenderci. Un gruppo carino, verrebbe da dire. Nels Cline propone il trio di chitarre jazz The Nels Cline Singers (senza singers), e Nels Cline è sempre Nels Cline: quando tiene in mano uno strumento sembra impegnato in un duello all’ultimo sangue (il suo). Sarebbe il gruppo più all’avanguardia – commentano in molti – se non fosse per gli On Fillmore di Glenn Kotche (con il batterista dei Wilco che quasi decapita una passante mentre si aggira tra il pubblico roteando sulla testa un improbabile strumento musicale).

Accompagnato al contrabbasso da Darin Gray (abitone bianco fino al polpaccio dal quale spuntano calzettoni azzurri e scarpe rosse), Kotche offre variazioni di una specie di exotica anni Sessanta in versione più decadente, eterea, interrotta da momenti di divertita follia (come l’involontaria decapitazione).

Aver citato Kotche ci riporta immediatamente al MassMoca, che non c’è sala che non contenga una parte della sua mostra interattiva (Interactive Drum Heads): una serie di batterie sparse per tutto il museo (sparse nel senso di appese al soffitto, alle pareti e solo talvolta poggiate al pavimento) sulle quali il batterista dei Wilco ha attaccato fili di rame, molle, pezzi di metallo, di plastica, stuzzicadenti, ritagli di carta ruvida e altre sconcertanti applicazioni. A vederle, non si capisce mica il senso. Poi però un pomeriggio arriva lui e ti fa vedere i suoni che ne ricava e ti dice pure in quali canzoni ha usato gli stuzzicadenti e in quali il filo interdentale (!), e tu ti ricordi quei suoni strani che hai sentito in certi brani dei Wilco e ti sei chiesto «e questi da dove vengono» e ora lo sai.

Se non bastasse questo, a dire quanto si sono divertiti i Wilco a pensare e immaginare e realizzare il festival, allora bisogna proprio andare a vedere (e, anche in questo caso, a sentire e sperimentare) la Stompbox Station di Nels Cline, in cui i più svariati effetti a pedale (ma decine, eh? I suoi preferiti, dice Cline) sono stati disposti in due cerchi intorno a una serie di altoparlanti: spetta al pubblico accucciarsi a terra e toccare, switchare, manipolare… con il risultato di un caotico, assordante, e divertentissimo frastuono.

Chi di loro manca? Pat Sansone. Al confronto con le bizzarrie dei suoi colleghi la scelta di una mostra fotografica può apparire banale, ma solo se non si va a vederla. Quanta poesia c’è, nelle sue Polaroid, e quanta attenzione al dettaglio, quanta armonia.

Insomma, sembra proprio vero quello che dicono i giornali di qui, che i Wilco «stanno creando una cultura diversa, una cultura del rispetto – anche dei luoghi – del recupero e della contaminazione»… e questo festival è quel che prometteva di essere: un sogno realizzato. È pensando a questo che ce ne andiamo da qui, e solo per dirigerci poco lontano, a vedere in un altro museo di una più grande città i Califone. La proiezione del loro film All My Friends Are Funeral Singers, con il gruppo che suona ai piedi dello schermo, in una sala con non più di trenta persone, ci farà pensare a quanto anche loro facciano parte di questa nuova cultura… come, esattamente, definirla, non si sa: però c’è e funziona.