Homo sum

Essere umani? Fra le infinite sfumature c’è anche quella dell’impossibilità per l’uomo di evitare errori o colpe.

Lo ha scritto meravigliosamente Terenzio nell’Heautontimorumenos (I, 1, 25), dove l’anziano Cremete afferma: “homo sum, humani nihil a me alienum puto”.

Ovvero: sono uomo, non ritengo estraneo a me niente di ciò ch’è umano. Come a dire: se sei uomo, sei uomo fino in fondo. Sbagli, cadi e ti rialzi. E rimani uomo. Con tutti i tuoi errori. E le tue bellezze.

E non è solo una questione tautologica.

È anche una questione di sguardo: l’occhio (umano) vuole di più, non si accontenta, si allarga verso i confini del non umano. Per essere “umani” (non è privo di significato il fatto che “homo” e “humus” siano parole con una radice così vicina) si deve mettere in conto anche il contrario, l’opposto da sé.

Ne è una prova la favola de “La bella e la bestia” che fà dell’accettazione del completamente diverso dall’umano il punto di forza di una morale classica, ma non scontata.

Una giovane bella nell’aspetto e nell’animo (oltre che nel nome) vede e riconosce nel mostro (la bestia) null’altro che un essere come lei, certo un potenziale marito, un compagno goffo seppure premuroso e attento, ma anche un “simile”, qualcuno con cui condividere sentimenti e gesti.

Insomma, l’occhio umano può vedere al di là del sembiante, dell’apparenza, del bestiale.

La fiaba racconta, poi, anche altro: dice la possibilità insita nell’essere umano di mostrarsi aperto a ogni esperienza (umana e non solo), di non rifuggire da nessuna esperienza.

E come insegna BombaCarta, l’esperienza non è affatto sinonimo di esperimento. I temi degli anni e delle Officine di BC si intrecciano e qui ritorna un elemento ricorrente: puoi tentare e ripetere un esperimento tendenzialmente all’infinito, ma un’esperienza è ben altra cosa, ti modifica, ti cambia. Non puoi tornare indietro.

Essere umani vuol dire, citando un editoriale di Antonio Spadaro, avere l’opportunità di fare esperienza: “[…] La vera esperienza invece implica l’intelligenza delle cose, la domanda sul senso di ciò che si vive, il giudizio. Questo vale anche per l’esperienza della letteratura e dell’espressione creativa. La letteratura e l’espressione di cui si parla in BombaCarta dovrebbe essere qualcosa di irreversibile, capace di modificare realmente il modo in cui una persona vive la propria vita, la propria esperienza umana. […]”

 

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