Gli amori dell’avvocato Turow

Se non avete letto il bestseller, sicuramente avrete visto almeno il film che ne venne tratto. Parliamo del thriller Presunto innocente (1987) di Scott Turow, reso indimenticabile grazie all’interpretazione di Harrison Ford. Vent’anni dopo Turow torna al suo romanzo d’esordio. Rusty Sabich, il protagonista, si risveglia con un cadavere nel letto. Quello di sua moglie. Ma aspetterà una giornata prima di avvertire la polizia… possibile che anche questa volta sia innocente?

Come mai è tornato ai personaggi di Presunto Innocente (1987) dopo oltre vent’anni?
«Mettiamola così. Il protagonista – Rusty Sabich – si stava approssimando al suo sessantesimo compleanno, proprio come me: Rusty è un anno più vecchio. E mi trovavo in uno stato d’umore particolare. Pensavo a quanto sia stranamente dinamica l’ultima parte della nostra vita e a quanto poco molti di noi siano disposti ad accettare il cambiamento in questa fase. Nella parte della vita nella quale i figli se ne vanno di casa e cominciano a morire alcuni dei nostri amici. È, insomma, la parte della vita nella quale c’è bisogno di ridefinirsi come persone. Cominciavo a capirlo anch’io solo allora, al mio sessantesimo anno. Ed è stata una sorpresa. Nel frattempo, come fanno tanti scrittori, mi appuntavo qualunque idea che mi passava per la testa nella speranza fosse quella per una nuova storia. E su un post-it mi ero scritto la frase: “Un uomo è seduto sul letto dov’è steso il cadavere di una donna”. L’avevo attaccata alla scrivania, ma da quel seme non era nato nulla. Lo tenni lì per un paio di mesi, se non di più, finché una mattina lo vedo e penso: “Ah! Quell’uomo è Rusty Sabich!”. Ed così è ricominciato il viaggio». [Continua »]


Il senso è nell’attesa

“A stento una strada, troppe poche case/ per meritare il titolo; giusto una via tra/ l’unica taverna e l’unico negozio/ che non porta da nessuna parte[…] Così poco accade; il cane nero/ che distrugge le sue pulci nel sole caldo/ è storia. E tuttavia la ragazza che passa/ da una porta all’altra si muove su una scala/ che va oltre le due dimensioni del giorno scialbo./ Rimani, allora, villaggio, perché attorno a te gira/ su un asse lento un modo tanto vasto/ e significativo…” Quando nel 1953 scrive Il vilaggio Ronald Stuart Thomas ha quarant’anni ed è già un poeta che si è fatto conoscere eppure è solo a metà del suo cammino che lo porterà ad essere considerato “un colosso, tanto influente quanto T.S.Eliot”. L’elogio, successivo alla morte di Thomas avvenuta nel 2000, è di Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury e, come Thomas, poeta, gallese e pastore anglicano.

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Nella casa del linguaggio attenti alle termiti

Per diversi motivi il nuovo libro di Antonio Spadaro (Svolta di respiro. Spiritualità della vita contemporanea, Milano, Vita e Pensiero, 2010, pagine 236, euro 18) è ricco di sorprese. I lettori appassionati della precedente opera del giovane gesuita messinese potrebbero rimanere delusi: non c’è molta letteratura in queste pagine, non si parla della forza dell’epica americana o della poesia di Hopkins o Carver, né si parla del rock di Bruce Springsteen o di Tom Waits, né di pittura né, infine, si fa alcun minimo cenno all’evoluzione continua della rete. Svolta di respiro – la citazione è, questa sì, letteraria, tratta da Paul Celan – è un testo che, come rivela il sottotitolo si occupa della Spiritualità della vita contemporanea.

Ma anche chi si accostasse a questo libro con la speranza di trovare una guida spirituale intesa in senso tradizionale potrebbe rimanere disorientato, almeno all’inizio. Bisogna acquisire prima un codice, quello proprio dell’autore, per capire le riflessioni raccolte nelle oltre duecento pagine prendendo spunto dalle cose più disparate:  dalle improvvisazioni del jazz, alla varietà dei colori, dal senso di alcuni verbi (come “pagare” o “navigare”), a quello di alcuni ambienti (come la strada, l’acqua, l’ingresso). Il punto è proprio quello del “codice”, cioè dell’importanza della lingua, del linguaggio, questo che per Spadaro è l’ambiente umano per eccellenza, la casa in cui gli uomini si muovono e s’incontrano, ambiente umano e, come tale, non solo umano ma anche divino.

Di formazione filosofo, Spadaro ha una scrittura che nell’essenzialità trova il punto di maggior forza. [Continua »]


Apocalisse a colazione

“Mettere al mondo un figlio in questo mondo orribile è da irresponsabili!”: a chi non è successo di sentire questa frase, gettata lì come un innocuo commento su mezze stagioni e caro vita? La strada di Cormac McCarthy prende sul serio questa contestazione. Talmente sul serio da farla diventare uno spartiacque dell’umanità. O di quel che ne resta.
Ma andiamo con ordine. La strada – da cui è stato tratto il recente film The Road, con Viggo Mortensen e Robert Duvall – è un romanzo ambientato in un così detto mondo “distopico”, un mondo, cioè, nel quale le utopie si sono realizzate alla rovescia. Un mondo nel quale i miraggi del progresso hanno condotto alla barbarie. Un mondo nel quale la pretesa di benessere ha prodotto un inimmaginabile malessere. Un mondo di terremoti, incendi e tempeste. Di metropoli rase al suolo. Di sterminate lande di cenere, senza più animali o piante verdi. Il sole, quasi scomparso. Cadaveri umani ovunque. Un mondo post-nucleare, probabilmente. Sicuramente il peggiore dei mondi possibili. Soltanto che è il nostro. E i pochi sopravvissuti o sono derelitti che si aggirano senza mèta, frugando tra le rovine, o sono spietati cacciatori dei propri simili. Cannibali. Perché non c’è nient’altro di cui cibarsi.
E allora non resta che l’homo homini lupus, o peggio – come notò acutamente lo scrittore Giulio Mozzi – l’homo homini homo: perché all’uomo sono concessi abissi di bestialità proibiti perfino alla feroce innocenza dell’istinto animale. Eppure Cormac McCarthy ci presenta questo scenario da horror senza alcun compiacimento. Se presenta la fine del mondo non è certo per denunciare future catastrofi ambientaliste, ma per trasformarla in un laboratorio d’indagine buono per comprendere l’oggi. McCarthy scrive per sottrazione, romanzo dopo romanzo, fino a raggiungere qui il grado zero: dell’ambientazione come della scrittura. E si pone alcune domande. Cosa succede se annulliamo lo sfondo – il mondo – e rimangono soltanto gli uomini? Le loro relazioni reggono all’urto? Fino a quando l’uomo è ancora tale? Cos’è, in fondo, che rende “umano” un essere umano? [Continua »]


Ogni romanzo è una guida (turistica?)

Quando ci si prepara a fare un viaggio in un paese straniero dove non siamo mai stati, questo ci è insieme sempre estraneo e familiare. Se lo scegliamo come nostra meta di viaggio è perché ci piace l’idea di andarci, e se ci piace è perché proviamo una certa affinità: “sappiamo” che lì ci troveremo bene o comunque ci ritroviamo ad essere curiosi. La curiosità percepisce la distanza e l’alterità, ma d’altra parte ci spinge ad avvicinarci perché in ciò che ci incuriosisce scopriamo qualcosa di noi, qualcosa che siamo o che desideriamo essere o avere. Viaggiare dunque è scoprire meglio se stessi e nello stesso tempo proiettarsi in una dimensione nuova.

Per viaggiare si può usare una guida. Chi va in un paese straniero spesso almeno consulta qualche rivista o sfoglia una guida. Più spesso se la porta dietro. La guida turistica non si può mai sostituire all’esperienza reale del viaggio. Certo, può essere interessante recarsi in libreria e sfogliare le guide di mezzo mondo! Ma questo significa viaggiare con la fantasia, immaginare, ma non significa viaggiare sul serio. Significa magari alimentare un desiderio. provare curiosità e intuire affinità. D’altra parte nessuno (o quasi) quando si reca in un Paese straniero segue pedissequamente tutti i passaggi di un libro-guida. La guida serve come canovaccio per il viaggio che segue sempre percorsi originali, inediti.

L’esperienza del viaggio e della guida ci fanno capire una cosa: ogni libro, ogni romanzo, ogni racconto, ogni poesia sono, a loro modo, una “guida”. Ogni [Continua »]



Servire

Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit

Servire verbum vi et natura sua  molestum est.  Forsitan nullo alio verbo tantae verbi vires sint, praesertim si substantiva nomina eadem verbi vi, id est munus, officium, ministerium, opera, famulatus, consideramus. Possitne verbum quod ritus significat, ut Italica lingua “servizi religiosi” et Anglica “services”, etiam latrinam significare? Possitne verbum quod bene facere significet, id est de aliquo bene mereri, etiam servile iugum et servitium significare? Quid est hoc verbum? Quid est arcanum suum quod id tam novum, lentum et ambiguum facit? [Continua »]