di
Antonio Spadaro -
pubblicato il 3 Giugno 2010
Servire è un verbo potenzialmente fastidioso. Forse non esiste un verbo con una simile estensione di significati, soprattutto se consideriamo il suo sostantivo corrispondente: servizio/servizi. Può mai una parola che indica il culto, i “servizi religiosi” (services, in inglese), indicare anche il gabinetto? Può mai un verbo che indica il fare del bene, il “mettersi al servizio” indicare asservimento e schiavitù? Che cos’è questo verbo? Qual è il suo mistero che lo rende così strano e flessibile e ambiguo?
Certamente l’idea di “servo” vive accanto a quella corrispettiva di “padrone”: da questa antitesi nasce quella tra “servire” e “spadroneggiare”. Non però quella tra servire e “padroneggiare”. Le cose si complicano ulteriormente, dunque. E forse però proprio qui troviamo una prima chiave di lettura dell’ambiguità del “servire”…
Chi spadroneggia è colui che esercita un ruolo statico e definitorio sulla realtà. Chi spadroneggia si impone e dà un ordine stabile al mondo che lo circonda: e questo ordine è… se stesso. Chi spadroneggia non è il creatore di una forma, ma l’impositore di un modello dal quale non si può sfuggire. Il servo in questo caso è colui che si sottomette e rientra in questo modello. Servire, dunque, significa essere schiavi, rientrare pienamente in questa logica statica. Da qui tutti i significati deleteri e negativi dell’asservimento.
Chi padroneggia invece è colui che usa con “padronanza”, è colui che sa adeguarsi a qualcosa (una lingua da parlare, una tecnica da usare,…) a tal punto che il suo atteggiamento diviene obbedienza creativa, competenza, abilità. [Continua »]