di
Luca Miele -
pubblicato il 21 Maggio 2008
All’inizio del pensiero politico occidentale, la guerra dischiude “la sfera pubblica per eccellenza” (A.Scurati, Guerra). Nel corpo a corpo, nella dimensione rituale del duello, la cultura greca codificherà tutto un sistema di valori, incentrati sul concetto di valore guerresco: la capacità di sostenere i colpi del destino, di mantenere la propria forma fino all’assalto finale della morte, guadagnandosi con la vittoria sul campo la gloria imperitura, quella consegnata alla memoria degli uomini. Se alla gloria si accede sul campo di battaglia, la guerra è inchiodata al paradigma della visibilità. Non a caso il campo di battaglia di Omero è sempre fasciato dalla luce: “Solo alla luce del giorno si combatte e si muore e quindi ogni gesto della precaria esistenza dell’eroe deve essere perfettamente visibile, disegnato nell’aria luminosa come un’immagine perfetta e irripetibile, prima di precipitare nel buio” (M.G. Ciani, Il tempo degli eroi).
Alla fine del pensiero politico occidentale, la guerra non è più la forma in grado di contenere una cultura, il corpo è scomparso dalla scena, il corpo non è più l’obiettivo primario della guerra. La nuova articolazione della guerra – è la tesi sostenuta dal filosofo Peter Sloterdijk – è l’atmoterrorismo. Cosa intende Sloterdijk per atmoterrorismo? L’atmoterrorismo definisce quella forma del terrore che ha come obiettivo l’aria, il clima, l’atmosfera, l’ambiente nel quale è avvolto, come in un involucro, il corpo dell’uomo. [Continua »]