da “Il naufragio del Deutschland” di G. M. Hopkins

Nelle nevi sfreccia
Scagliando all’indietro il porto
Il Deutschland, di Domenica, e il cielo già s’infeccia
Perché l’aria è infinita e senza conforto
E il mare silice schiumascaglia, nero-dorsuto al soffio regolare,
Stabile da EstNordEst, nel quadrante maledetto, il vento sorto;
Neve irta e bianca-fiammante tutt’attorta in turbinare
Vortica verso gli abissi di sole vedove dove di padri e figli non c’è traccia

E poi quanto al conforto del cuore,
Il basso-capezzoluto terra-brancicato grigio
Si libra, i cieli blu-ghiandaia il fulgore
Di uno screziato e scorticato maggio!
Azzurra-palpitante e canuta-iridescente altezza; o notte ancor più alta
Con fuoco tintinnante e la Via Lattea falena dal morbido piumaggio
Qual è il cielo del desiderio a tua sembranza
Il tesoro mai visto di cui nessuno – nemmeno per sentito dire – immagina lo splendore?

“C’è chi mi trova spada qualcuno
Invece la flangia e la rotaia; fiamma
Zanna, o flutto” la Morte batte sul tamburo
e le tempeste strombazzano la sua fama.
Ma noi sogniamo di essere radicati nella terra – Polvere!
Carne cade accanto a noi, noi, benché il nostro fiore abbia la stessa trama,]
Ondeggiamo col prato, dimentichiamo che lì è dovere
Dell’aspra falce d’acquattarsi e che verrà il vomere bruno.

Uno si precipitò giù dal sartiame per salvare
Le folli-dolci-donne di sotto
L’uomo abile-ardito con la vita una corda a circondare
Fu scagliato sino alla morte d’un sol botto
Nonostante il suo petto-corazzata e i fasci di forza:
Poterono vederlo per ore spinto sopra e sotto
Attraverso lo sfrangiato vello di spuma. Cosa poteva fare
contro l’annodarsi di fontane d’aria lo scalciare delle onde il loro diluviare?

Ed io la mia mano baciando
Fino alle stelle, al bello-frantumato
Stellato, fuori di sé espandendo;
Bagliore, gloria del tuonato;
Baciando la mia mano fino all’occidente di-susina-screziato
Poiché, sebbene egli sia sotto dello splendore e della meraviglia del mondo,
Il suo mistero deve essere in-tensionato, forzato
Perché lo saluto nei giorni in cui lo incontro e benedico quando lo comprendo

La Speranza grigi crini mostrava
La Speranza aveva messo il lutto
Scavata dalle lacrime che l’angoscia sbranava
La Speranza da dodici ore aveva abbandonato tutto
E atroce un crepuscolo serrava un giorno addolorato
Senza soccorso, solo faro e fuoco che splendevano dappertutto
E infine vite furono strappate al ponte spazzato
E alle sartie si aggrapparono nell’aria orribile che rovinava

Il testo è tratto da Lello Voce, Farfalle da combattimento, Milano, Bompiani, 1999.


Intervista a Eraldo Affinati

LA CITTA’ DEI RAGAZZI, l’ultimo romanzo di Eraldo Affinati è un grande libro di cui vale la pena parlare ancora sul Blog di BC. Nell’intervista che segue l’autore ci porta nel suo laboratorio di scrittura, la “stazione finale” di un lungo processo di presa di coscienza e discernimento del senso e della verità della propria esperienza di vita.

Eraldo Affinati presenterà La città dei ragazzi alla prossima Fiera del Libro di Torino alle 10:30 di venerdì 9 maggio.

Il titolo del tuo ultimo romanzo porta il nome dell’istituzione in cui svolgi il tuo lavoro di insegnante. Ma che cos’è la “Città dei ragazzi”?

La città dei ragazzi è nata dopo la II guerra mondiale, se l’è inventata un sacerdote irlandese, Carroll Abbing, il quale voleva raccogliere ragazzi italiani rimasti senza i genitori dopo la II guerra mondiale. Oggi questi ragazzi sono tutti stranieri, hanno dai 14 ai 18 anni. Vengono dall’Afganistan, dal Maghreb dal mondo Slavo, da paesi da cui scappano soprattutto perché vogliono sopravvivere alle guerre che hanno visto coi loro occhi, alla povertà e alla miseria che hanno vissuto. Raggiungono l’Italia da soli, abbandonati, senza famiglia, vengono collocati dalla Caritas o dalla Polizia in apposite strutture di accoglienza come la Città dei ragazzi che però è una città nella città perché in essa esiste un sindaco, degli assessori alla sanità e all’igiene e perfino una moneta locale, lo scudo, con cui i ragazzi comprano le merendine al Bazar. L’idea di Carroll Abbing era [Continua »]


Su Cesare Pavese

di Giuseppe Oddone
A cent’anni dalla nascita di Cesare Pavese ci interessa riproporre qualche pista per comprendere la ricerca religiosa dello scrittore piemontese, le sue intuizioni, i suoi dubbi, la sua sofferta esperienza, sia perché il messaggio delle sue opere rimane un tesoro per tutti, credenti, non credenti, agnostici e scettici, sia per illuminare il dramma della sua vita e soprattutto della sua morte.
L’indagine di questa componente interiore ed ineliminabile dallo spirito umano, che ha sempre affascinato tutti i grandi poeti e pensatori, sollecitando una risposta, si svolge per Pavese in diverse direzioni.

La ricerca religiosa mitico-pagana dei Dialoghi con Leucò

La realtà dell’uomo appare a Pavese, influenzato dagli studi sul mito e dalla cultura classica greca, un groviglio inestricabile, magmatico, di divino e di umano, di immortale e di mortale, di libertà e di destino, di felicità e di dolore, di sogno e di incubo: in altre parole, di bene e di male. Egli non cerca una risposta a questo problema, almeno direttamente, nei testi cristiani, ma nelle tragedie greche, negli studi sul mito, nelle figure di Edipo, e dei giovani eroi come Endimione, Achille, Patroclo, Meleagro, segnati dal destino che grava su di loro, dal sangue, dalla morte, dal sesso, dal ”timore, dall’orrore perenne di compiere proprio la cosa saputa”(1). [Continua »]


Ingresso

Quando penso all’ingresso immagino una pianta.

IngressoNo, non penso a una porta o all’ingresso di una casa. Penso a una pianta con le radici ben salde per terra. E allora esulto per non essere una pianta. Amo le piante, si capisce. Ho una piantina davanti alla finestra che è stata compagna di avventure e traslochi e ancora… resiste pur essendo stata trapiantata varie volte. Ecco il punto: io non sono una pianta, non sono legato a un ambiente preesistente e determinato. Io cerco il mio ambiente, mi muovo, faccio il mio ingresso nella realtà, nel mondo, negli ambienti. Io scelgo ed entro. Camminando io mi sento un essere che muove se stesso, in cammino appunto, capace di fare ingresso in qualcosa che mi si spalanca davanti.

La possibilità di fare ingresso nella realtà e in un ambiente particolare (una casa, il cinema, una stanza o l’altra, una chiesa, un ristorante…) significa che io posso scegliere dove andare: io “vivo nella possibilità”, come scriveva Emily Dickinson. E la possibilità è sempre la possibilità di accedere a qualcosa da cui sono fuori. Chi si sente “dentro” a tutto e non avverte le soglie rischia di essere solamente dentro se stesso, chiuso nel proprio mondo asfittico, che sente grande perchè l’io si gonfia, non perchè lo spazio sia ampio.

E invece la realtà è lì, aperta all’accesso, accessibile al mio ingresso.

Ma per fare ingresso occorre imparare a discernere i passaggi, le frontiere, cioè le soglie. La vita dell’uomo è sempre una casa ma anche sempre una soglia. La soglia è un punto delicato di passaggio tra il noto e l’ignoto, tra il proprio e l’altro, tra il domestico e l’avventuroso. Non si attraversa una soglia se non si avverte una affinità tra noi e lo spazio che ci si apre davanti. Io non attraverso la soglia di una casa in cui non mi sento accolto. Se lo faccio, devo essere obbligato a farlo e la prima sensazione è il disagio: sono dove non dovrei essere. Certo, non è detto che poi non si possa “addomesticare” anche un ambiente ostile. Tutt’altro! Tuttavia, in genere, se ci si avventura a farlo, è perchè si avverte quella ulteriorità, quell’ambiente estraneo come qualcosa che potenzialmente ci potrebbe essere familiare, o comunque perchè la sua estraneità ci affascina o ci seduce.

E ciò che chiamiamo fascino è proprio la percezione di una soglia, di un passaggio che ci attira profondamente, forse irresistibilmente. E sappiamo che attraversare la soglia del fascino potrebbe non lasciarci come siamo, potrebbe mutarci profondamente. Anche se attraversiamo la soglia per conquistare ciò che sta al di là rischiamo sempre di essere conquistati proprio mentre lo espugniamo. L’attraversamento di una soglia implica sempre un pericolo. Attraversa la soglia solamente chi sa mettersi in gioco.

Ma l’ingresso, sebbene sia un gesto attivo, implica anche una forma di attesa. Non si attraversa una soglia correndo, ma fermandosi un attimo. Oppure, in ogni caso, percependo un momento di sospensione nel passaggio: cambia la luminosità, cambiano gli odori, la disposizione dello spazio,… Per non parlare poi di quando si fa accesso a un universo personale nei rapporti di amicizia o di amore.

Anche l’opera d’arte spesso vive della raffigurazione simbolica di questa sensazione. La letteratura, ad esempio, lo fa con il linguaggio liminare e le sue figure quali la porta chiusa, la città interdetta, la frontiera, il deserto… E’ il frutto della capacità evocativa delle immagini, delle metafore, e del linguaggio poetico, capaci di indicare insieme la prossimità e l’inaccessibilità. Anzi, si dovrebbe meglio dire che l’opera d’arte in generale crea questa percezione di attraversamento di una soglia e di ingresso.

L’ingresso mi vede dunque attore di qualcosa di cui non posso prevedere fino in fondo le conseguenze. Ma questa è anche una buona definizione della vita


Into the Wild: la ricerca di una grazia nelle terre selvagge

Christopher Johnson McCandless, un giovane brillante e di buona famiglia, appena diplomato con lode all’Emory University di Atlanta, sparisce e si inoltra per le strade d’America con un sogno: raggiungere l’Alaska. È l’estate 1990. Chris ha 22 anni. Non manca nulla a questo ragazzo, dotato di una sensibilità acuta e di una intelligenza brillante. Tuttavia nulla gli basta, perché porta dentro di sé un’urgenza, una necessità assoluta che gli fa rifiutare ogni agio, ogni certezza, persino ogni regalo materiale. Lasciandosi alle spalle la sua città e il suo mondo, Chris intende provarsi in una nuova vita nella quale sia possibile immergersi a contatto diretto con l’esperienza senza filtri o mediazioni sicure.

Così assume un nome nuovo, Alex o, più esattamente, Alexander Supertramp («Supervagabondo»). Dona in beneficenza tutti i risparmi, circa 24.000 dollari, abbandona la sua automobile con le poche cianfrusaglie che si era portato dietro, brucia le banconote che si trova in tasca e avvia la sua peregrinazione, affascinante, malinconica e rischiosa, attraverso l’America del Nord. Tra steppe, deserti e città, il suo è un lungo itinerario, affollato di sensazioni, sentimenti, rancori, rifiuti e ideali vissuti intensamente. Questa storia ha ispirato a Jon Krakauer un libro, pubblicato nel 1996, che è diventato quasi un «classico» della letteratura di viaggio(1). L’attore e regista cinematografico Sean Penn leggendolo ne rimase affascinato. Dieci anni dopo, nel settembre 2007 (e nel gennaio successivo in Italia) è uscito con la sua regia un film ispirato da questa storia e interpretato alla perfezione da Emile Hirsch: Into the Wild(2).

Un itinerario interiore

Prima di giungere nelle terre estreme e selvagge, lungo l’arco di due anni Chris, ribattezzato Alex, vive le avventure più disparate. Sia il libro sia il film ne rivelano l’indole, basando la loro narrazione dei fatti su racconti, lettere e sul diario del ragazzo. Era forse soltanto un fannullone, un idealista velleitario? Krakauer, alpinista professionista e autore di libri di successo tra il giornalismo e la narrazione (3), affronta la questione sin dall’inizio nella sua nota introduttiva. Davanti alla storia di questo ragazzo i suoi lettori, già dopo aver letto le prime notizie giornalistiche su questa storia, si sono divisi: alcuni ammiravano molto il ragazzo per il coraggio e i nobili ideali; altri invece lo consideravano un idiota imprudente, un folle, un narcisista arrogante e stupido. Noi cercheremo di dar conto della vicenda di Chris McCandless. Intendiamo per «vicenda» non solamente la pura biografia né la sua rivisitazione narrativa, né solamente la sua versione filmica. Qui vogliamo riflettere sulla sua figura attraverso le mediazioni e trasfigurazioni artistiche, che sono interpretazioni di un’esistenza incandescente, capace di generare domande e riflessioni.

Il 28 aprile 1992 Chris, facendo autostop, si fa accompagnare sullo Stampede Trail, un sentiero in una zona impervia dell’Alaska vicino a Fairbank. Lì, con un largo sorriso in volto, testimoniato da una foto che si fa scattare scendendo dalla macchina, s’incammina sulla strada coperta di neve. In spalla uno zaino con poche cose necessarie, ma molto meno di quelle sufficienti, e anche qualche libro amato. Il giorno prima aveva scritto a un amico: «Potrebbe passare molto tempo prima che io ritorni al Sud. Se quest’avventura avrà un esito finale e non dovessi più ricevere mie notizie sappi che per me tu sei un grand’uomo. Ora entro nella natura» (p. 95).

Chris McCandless Stampede Trail

Foto di Chris scattata da Jim Gallien sullo Stampede Trail in Alaska

Alex nel suo viaggio si dà da fare, cerca lavori provvisori, crea con l’esistenza un rapporto serio, impegnato: «Mai ha lasciato un lavoro a metà: se iniziava qualcosa, doveva finirlo a tutti i costi, sembrava quasi una questione morale» (p. 31), commenta Wayne Westerberg, uno dei suoi datori di lavoro, col quale aveva stabilito una bella e semplice amicizia. Alex gli scrive: «Come va la vita? Spero meglio dell’ultima volta che ci siamo sentiti. Sto girando per l’Arizona già da un mese. È veramente un grande Stato! Sono circondato da paesaggi stupendi, e il clima è meraviglioso. Ma lo scopo principale di questa cartolina, oltre ai saluti, è quello di ringraziarti per l’ospitalità. È raro trovare una persona tanto generosa e buona come te» (p. 49).

Il primo maggio, dunque dopo quattro giorni di cammino, a una trentina di chilometri dal punto in cui ha iniziato il suo viaggio into the wild, dopo aver attraversato senza difficoltà un corso d’acqua, il Taklanika, Alex trova un vecchio autobus in un accampamento isolato e abbandonato. Quel rifugio era fornito di una cuccetta, di un fornello e di qualche altro genere di prima necessità, lasciato lì da altri. Entusiasta, il ragazzo scrive: «E adesso, dopo due anni a zonzo, arriva la grande avventura finale. La battaglia progressiva per uccidere l’essere falso dentro di lui e concludere vittoriosamente il pellegrinaggio spirituale» (p. 215 s) (4). Krakauer annota nel suo volume questa considerazione, che ci sembra corretta, paragonando l’esperienza di Chris con quella di altri grandi amanti della natura selvaggia: «A differenza di Muir e Thoreau, McCandless si avventurò nella foresta non tanto per riflettere sulla natura e sul mondo in generale, quanto per esplorare il paesaggio interiore della propria anima» (p. 239). Qui Chris non intende la natura come un luogo idilliaco e vagheggiato nel quale perdersi e vagare, una sorta di paradiso terrestre. Egli sceglie la natura selvaggia come luogo di prova, come palestra del corpo e dello spirito, per verificare se stesso, le motivazioni della propria esistenza (5). Da qui si sprigiona la sua bellezza selvaggia, che Chris riesce a gustare a fondo.

Questa battaglia in forma di pellegrinaggio interiore dura due mesi, vissuti a contatto con il «selvaggio» senza mediazioni, senza ripari. Unico nutrimento è, per il corpo, il cibo fornito dalla natura e, per lo spirito, i suoi libri, cioè le pagine di Lev Tolstoj, di Boris Pasternak, Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain, Walden di Henry David Thoreau e, soprattutto, le pagine di Jack London. In quel maggio Alex incide su un pezzo di legno un passaggio di Zanna bianca: «Era la saggezza potente e impenetrabile dell’eternità che irrideva alla vita, alla sua futilità e agli sforzi degli uomini. Era il Wild, il selvaggio Wild delle spietatamente gelide terre del Nord» (p. 19). Dalle tracce disponibili deduciamo che per lui, dopo quella manciata di settimane, era giunto il momento di andar via, di «rattoppare i jeans, radersi, preparare lo zaino», come scrive nel suo diario (p. 222). Quando egli si rende conto che la sua prova è conclusa, quando sente di non dover più dimostrare nulla a se stesso, e di aver maturato il desiderio autentico di una vita condivisa con gli altri, nel mondo, si prepara serenamente a tornare indietro. Il 2 luglio sottolinea nella sua copia di La felicità familiare di Tolstoj la frase: «Soltanto ora capivo perché egli diceva che la felicità sta solo nel vivere per gli altri […]. Io ho vissuto molto e mi pare di aver trovato quel che occorre per essere felice. […] Ma qui, oltre a tutto questo, una tale amica come voi, una famiglia, forse, e tutto quanto un uomo può desiderare» (p. 222). Il cuore si apre all’evidenza che non si può essere felici da soli.

Il 3 luglio, zaino in spalla, Alex si mette in marcia per tornare indietro. Dopo due giorni si rende conto che il Taklanica, che prima aveva attraversato senza troppe difficoltà, adesso scorre freddo e rapido a piena portata, gonfiato dalle piogge e dal disgelo dei ghiacciai. E inoltre piove a dirotto. Non trova altra possibilità che quella di tornare indietro. Scrive nel suo diario: «Disastro. […] Inzuppato di pioggia. Il fiume pare impossibile. Solo, spaventato» (p. 223). Sarebbe bastato avanzare di qualche chilometro per trovare un varco praticabile, ma Alex non aveva mappe: intransigente, non le aveva volute con sé.

La sua famiglia in due anni non seppe mai nulla fino al giorno del ritrovamento del suo cadavere nell’agosto del 1992 dentro il vecchio bus a nord del monte McKinley. L’ultimo suo messaggio è scritto a stampatello su una pagina strappata a un romanzo di Nikolaj Gogol e firmato col suo vero nome, in extremis recuperato e fatto finalmente davvero proprio: «S.O.S. Ho bisogno del vostro aiuto. Sono malato, prossimo alla morte, e troppo debole per andarmene a piedi. Sono solo, non è uno scherzo. In nome di Dio, vi prego, rimanete per salvarmi. Sono nei dintorni a raccogliere bacche e tornerò verso sera. Grazie. Chris McCandless» (p. 24). Chris muore per stenti e denutrizione associata, probabilmente, a una qualche forma di avvelenamento dovuta all’assunzione inconsapevole di piante nocive. Ma il suo ultimo messaggio al mondo, lanciato quando ormai era certo che per lui non c’era più alcuna speranza di sopravvivenza è: «Ho avuto una vita felice e ringrazio il Signore. Addio e che Dio vi benedica!». Poco prima aveva annotato sul diario, e possiamo immaginare con una sorta di stupore primigenio: «Mirtilli meravigliosi».

Richiesta aiuto

La richiesta di aiuta scritts su una pagina strappata a un romanzo di Nikolaj Gogol

L’intensità dei rapporti di amicizia

Sean Penn nel suo film riesce a comunicare l’intensità emotiva dei rapporti che Alex è in grado di stringere. Le sue non sono relazioni funzionali, legate all’opportunità o all’egoismo. Alex crede nelle amicizie e lascia un segno profondo nelle persone che incontra, anche se sta con loro solamente per una o due settimane. Wayne è uno di essi. Il regista Sean Penn e lo scrittore Jon Krakauer ci presentano, fra gli altri, anche Ronald Franz (6), un ottantenne che aveva passato gran parte dell’età adulta nell’esercito di stanza a Shangai e Okinawa. La notte di San Silvestro del 1957, mentre era oltreoceano, la moglie e il figlio unico rimangono uccisi in un incidente stradale provocato da un ubriaco. Roland passa dall’oblio del whisky al tentativo di rimettere in piedi i cocci della sua esistenza, chiudendosi però in una vita abitudinaria e bisognosa di calma e di equilibri. L’incontro tra Alex e Ronald ridesta nell’anziano un senso di paternità che era rimasto sepolto. Ma ridesta anche un senso di appartenenza alla vita, grazie a sfide continue che il vecchio riceve dal ragazzo, il quale non ammette che un’esistenza possa considerarsi, neanche implicitamente e per vecchiaia, ormai al capolinea.

Ecco la lettera che Ronald riceve da Alex da Carthage, South Dakota, dopo la loro separazione: «Ron, apprezzo sinceramente l’aiuto che mi hai dato e i momenti che abbiamo trascorso insieme. Spero che la nostra separazione non ti abbia depresso troppo. […] Vorrei ripeterti di nuovo il consiglio che già ti diedi in passato, ovvero che secondo me dovresti apportare un radicale cambiamento al tuo stile di vita, cominciando con coraggio a fare cose che mai avresti pensato di fare o che mai hai osato. C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l’avventura. La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in continuo cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso. Se vuoi avere di più dalla vita, Ron, devi liberarti della tua inclinazione alla sicurezza monotona e adottare uno stile più movimentato che al principio ti sembrerà folle, ma non appena ti ci sarai abituato, ne assaporerai il pieno significato e l’incredibile bellezza» (p. 79).

Alex non è convinto che le sue parole avranno effetto e prosegue così: «Temo che in futuro continuerai a seguire questa inclinazione e non riuscirai a scoprire tutte le cose meravigliose che il Signore ha disposto intorno a noi. Non fissarti in un posto, muoviti, sii nomade, conquistati ogni giorno un nuovo orizzonte. Vivrai ancora a lungo, Ron, e sarebbe un peccato se non cogliessi l’opportunità di rivoluzionare la tua esistenza ed entrare in un regno di esperienze tutto nuovo» (p. 80). La lettera è intensa, vibrante. Alex coinvolge Ron nel proprio desiderio inesausto di una verità sull’esistenza capace di scuotere il torpore esistenziale generato dalla paura o dal dolore. È come se Alex, con la sua giovinezza, volesse non imporre ma far partecipare del suo cuore inquieto anche chi fino a quel momento cercava solamente quiete. Il suo appello — quasi una provocazione, a dire il vero — non è rimasto senza esito. Noi sappiamo, infatti, che il vecchio Ron lasciò in un deposito i suoi averi, comprò un Caravan e, dopo aver liberato il suo appartamento, si accampò nella bajada, più o meno nella zona in cui il giovane amico si era accampato prima del loro incontro.

Alex dunque entra nella vita delle persone portando in esse un pungolo nuovo, esigenze nuove, scardinando equilibri apparentemente consolidati ma in realtà precari. È una forma di presenza «angelica», i cui effetti sono la consolazione, la fiducia, il recupero di forze in apparenza nascoste. Con la sua apertura alla vita e all’esperienza del reale, Alex apre il cuore alla novità, alla ricerca di un’autenticità profonda, davanti alla quale non si può rimanere indifferenti. Così passa nella vita, segnata da crisi e rimpianti, di una coppia di hippy che vagano col loro furgone, portando calore e facendo recuperare pezzi di vita rimasti irrisolti. Così rispetta la giovane età di una sedicenne musicista folk profondamente innamorata di lui, non semplicemente rifiutando la sua disponibilità all’intimità sessuale, ma anzi valorizzando positivamente la verità del sentimento che lega la ragazza a lui. Chris si assume la piena responsabilità di un rapporto umano autentico.

Tuttavia Alex, nonostante la capacità di creare legami, è a suo modo anche un solitario. Le sue relazioni sono vere e coinvolgenti, ma anche timorose di un’intimità troppo forte e forse avvertita, in questo momento della sua esistenza, come minacciosa rispetto al suo desiderio di autenticità o, comunque, non adatta a lui. La sua esigenza di una vita essenziale, semplice e pura, lo ha spinto certamente a meditare e a desiderare una forma di solitudine del cuore, insolita per la sua età. Non isolamento ascetico, ma solitudine ricca di risonanze e comunque disponibile. Nota Krakauer: «Castità e purezza morale erano qualità sulle quali il ragazzo rimuginava spesso e volentieri. In effetti, uno dei libri rinvenuti sull’autobus insieme alla salma fu una raccolta di storie che includeva La sonata a Kreutzer di Tolstoj, in cui un nobiluomo fattosi asceta denuncia le esigenze della carne. Diversi passaggi sull’argomento sono messi in evidenza con un asterisco, e nelle pagine contrassegnate con orecchie a margine si accalcano criptiche annotazioni nella sua peculiare calligrafia, e nel capitolo “Leggi più alte” del Walden di Thoreau, di cui era presente una copia nell’elenco rinvenuto sull’autobus, il ragazzo aveva cerchiato “la castità è la fioritura dell’uomo; e ciò che si chiama Genio, Eroismo, Santità e simili, sono solo i vari frutti che vengono come conseguenza di essa”» (p. 92).

Si potrebbe dire, forse, che egli avverta gli altri, gli amici, come buoni compagni di sosta in un cammino lungo e imprevedibile, che però deve essere solitario. Scrive ancora nella sua lettera a Ron: «Ti sbagli se credi che la gioia derivi soltanto o principalmente dalle relazioni umane. Il Signore l’ha disposta intorno a noi e in tutto ciò che possiamo sperimentare. […] La mia opinione è che non hai bisogno né di me né di nessun altro per portare questa gioia nella tua vita» (p. 80). Un’affermazione simile è ambigua. Può manifestare un solipsismo e un desiderio di autosufficienza e di volontà di non coinvolgimento nelle relazioni. Qui però Chris scrive per stimolare Ron a darsi da fare, a non vivere di nostalgia. Tuttavia, comunque la si intenda, sarebbe errato ritenere questa affermazione come la definitiva negazione dell’imprescindibile rapporto con gli altri in ordine alla pienezza di vita. Sappiamo infatti che alla fine del percorso «ascetico» e solitario le sue conclusioni furono molto differenti.

L’ultimo libro che lesse fu Il dottor Zivago di Pasternak. Tra i passaggi messi in evidenza leggiamo: «Occorre un’attrezzatura spirituale, e, in questo senso, i dati sono già tutti nel Vangelo. Eccoli. In primo luogo, l’amore per il prossimo, questa forma suprema dell’energia vivente, che riempie il cuore dell’uomo ed esige di espandersi e di essere spesa. Poi, i principali elementi costitutivi dell’uomo d’oggi, senza i quali l’uomo non è pensabile, e cioè l’idea della libera individualità e della vita come sacrificio» (p. 245). E accanto alle parole di Pasternak «la felicità isolata non è felicità» annotò: «La felicità è vera soltanto quando è condivisa (happiness only real when shared)». È questa l’ultima parola di Chris sul senso delle relazioni umane. Si sente qui l’eco primordiale proveniente da una natura biblicamente appena uscita dalla sua Genesi: «Non è bene che l’uomo sia solo».

In tale affermazione possiamo immergere anche il grande vulnus irrisolto della sua vita: il rapporto con i genitori, segnati per sempre dalla sua fuga senza appello e senza ritorno. Ma Chris sarebbe voluto tornare e, ne siamo certi, la parola «fine» non sarebbe stata messa così bruscamente. La sua fuga postulava la necessità di un ritorno, che però le circostanze hanno reso impossibile. Chris sentiva la sua fuga come una necessità propedeutica per ripristinare rapporti autentici con il mondo, e anche con i suoi genitori. Del resto il suo obiettivo non erano i tagli con tutto ciò che lo circondava, ma il tentativo di stabilire rapporti nuovi con la realtà. Di questo, del resto, aveva assicurato gli amici che si era fatto lungo la sua strada e che gli si erano affezionati.

La bellezza e la verità

Perché Chris McCandless si è allontanato dal suo mondo, dalla casa di suo padre? Che cosa lo ha spinto e motivato in maniera così forte? Ciascuno può dare la sua interpretazione, e nessuna, forse, basterebbe a spiegare la breve vita di questo ragazzo. Certo la sua non è la versione aggiornata del «figlio prodigo». Tutt’altro, semmai: è la storia di un figlio che non vuole avere alcuna eredità e non vuol aver parte dei beni che gli spettano (7).

Sia il libro sia il film Into the Wild sono una forma di interrogazione narrativa sull’esistenza di Chris, e sono stati entrambi realizzati alla ricerca di una risposta. In un dialogo con Sean Penn, Jon Krakauer confessa: «In definitiva, per me non è un mistero il perché questo ragazzo di 23 anni si sia spinto fino a qui. Ma il mio, e il tuo mestiere, consistono proprio nel far capire alla gente il motivo» (8). Lo scrittore anzi palesa questa esigenza realizzando un vero e proprio contrappunto tra la vita di Chris e la propria, sovrapponendo le esperienze, facendole interpretare reciprocamente. Probabilmente il successo del film di Sean Penn, almeno in parte, è dovuto anche al fatto che la storia di Chris dice qualcosa della storia di ogni uomo, nel suo desiderio di vita autentica. «Sarebbe troppo facile — scrive Krakauer — classificare Chris nello stereotipo del ragazzo troppo sensibile, del giovane sviato che ha letto troppi libri e manca di un minimo di buon senso. Ma così facendo sentiremmo di non aver esaurito l’argomento. McCandless non era un irresponsabile scansafatiche, confuso e alla deriva, tormentato dalla disperazione esistenziale. Al contrario, la sua esistenza brulicava di significati e propositi. Ma il significato che il ragazzo attribuiva alla vita andava oltre un tracciato di comodo: McCandless diffidava del valore dei traguardi facili, e pretendeva molto da sé, molto di più, in conclusione, di quanto non fosse in grado di dare» (p. 240).

È l’esuberanza di significato che genera il gesto esagerato ma puro, eccessivo ma vero. Chris aveva sottolineato un passaggio di Tolstoj: «Volevo il movimento, non un’esistenza quieta. Volevo l’emozione, il pericolo, la possibilità di sacrificare qualcosa al mio amore. Avvertivo dentro di me una sovrabbondanza di energia che non trovava sfogo in una vita tranquilla» (p. 26). La fuga di Chris non è una superficiale fuga dalla realtà: è una corsa fin troppo accelerata nella realtà, alla ricerca di qualcosa per cui valga veramente la pena vivere. Non la vita selvaggia di per se stessa. Chris vuole tornare nel mondo, infatti. Semmai è alla ricerca dei significati profondi con i quali affrontare l’esistenza in autenticità di spirito.

E di che cosa dunque è alla ricerca Chris? Da che cosa è attratto? Che cosa scopre? I suoi due ultimi due anni di vita sono ricchi di tracce di questa meta. Scrive dall’Arizona all’amico Wayne: «Non mi riesce di rinunciare a tutta questa libertà e semplice bellezza» (p. 50). Annota nel Nevada: «Ciò che conta sono le esperienze, i ricordi, l’immensa gioia di vivere a fondo, che dischiude il significato vero dell’esistenza. Dio, quanto è meraviglioso essere vivi! Grazie. Grazie» (p. 54). Nei suoi libri trovava quest’ansia o comunque in essi e in alcune espressioni la proiettava: «Datemi la verità, invece che amore, denaro o fama. Sedetti a una tavola imbandita di cibo ricco, vino abbondante e servi ossequiosi, ma alla quale mancavano la sincerità e la verità; partii affamato da quel desco inospitale. L’ospitalità era fredda come i gelati» (p. 155). Chris mette in evidenza questo passaggio scritto da Thoreau e in alto alla pagina annota a caratteri cubitali la parola «verità».

Nella sua ricerca Chris non calcola il rischio, e la sua avventura ha certamente i tratti della irresponsabilità, che non considera adeguatamente i pericoli e persino l’eventualità di poter soccombere. Gli sarebbe bastato poco per salvarsi, anche solamente accettare di portare con sé una mappa. Nella vita di Chris, dunque, non si deve cercare l’equilibrio di una scelta matura, ma il moto dell’animo, lo slancio, la ricerca fin troppo testarda di una direzione. Verità, libertà, bellezza: sembra questo l’ideale del ragazzo. Chris, certo, è troppo giovane per non essere troppo centrato entusiasticamente su se stesso nella sua ricerca; è troppo giovane per non caricare di troppo entusiasmo e significato la «sua» Alaska, quasi fosse un idolo; è troppo giovane anche per non cadere nelle trappole del romanticismo e dell’idealismo. Tuttavia la sua, proprio grazie a questi limiti, è una ricerca veramente umana. Consideriamo inoltre che la sua scelta non è un’improvvisa conversione alla frugalità. È, al contrario, il risultato di un lungo processo che lo aveva portato, prima del suo diploma, a rinunciare a regali, a usare il denaro in maniera spartana, a non possedere un telefono, a fare altre scelte controcorrente.

Ciò che conta è che le tensioni romantico-idealistiche non sono state le vere molle che lo hanno spinto al viaggio e, soprattutto, quelle che in esso lo hanno sostenuto. Non avrebbe retto alle prime difficoltà, se fosse stato così. La storia del ragazzo è segnata da una continua irruzione della concretezza del reale nella sua esistenza sotto forma di lavoro, amicizie, difficoltà continue, astinenze estenuanti. Ma ciò che libera Chris dal puro idealismo è soprattutto la sua capacità di commozione. Il suo percorso non è segnato dal risentimento, dall’avversità e dal rancore per un mondo che non corrisponde alle proprie «idee», ma dalla commozione per un mondo che si presenta bello.

Nel mostrare questa passione commossa per la realtà che lo circonda il film di Sean Penn è anche più efficace del libro di Krakauer, dando fra l’altro più spazio a una delicata dimensione religiosa. Pensiamo all’entusiasmo commosso e grato di Chris quando nel film compie l’elogio di una bella mela rossa: «Tu sei veramente buona. Tu sei cento, mille volte migliore di qualsiasi mela che ho mai mangiato. Sei una super mela. Sei così gustosa. Sei così biologica. Sei così naturale. Sei la pupilla (apple) (9) dei miei occhi!». Persino i mirtilli sono belli per lui a pochi giorni dalla sua morte. È proprio la commozione intensa e profonda a farci intendere che la sua Alaska non è solamente una regione geografica, ma una regione dell’anima; il «luogo» di cui ogni uomo è in cerca.

In fondo, quella di Chris non è stata una fuga, ma una ricerca di qualcosa che già sentiva essere radicata in lui come esigenza insopprimibile. In questo percorso, e specialmente nel film di Sean Penn, emergono qua e là i temi della necessità di una redenzione, della spiritualità, del perdono, come quando l’anziano Ron, segnato dal dolore, sul picco di una collina improvvisamente baciata dal sole, dice a Chris: «Quando perdoni, ami; e quando ami la luce di Dio brilla su di te». E Chris, nel film, riceve un altro messaggio in questo senso da Leonard Knigh, l’artista che nel deserto del Mojave, in California, ha realmente dipinto un’intera collina, Salvation Mountain, con opere che lodano Dio (10): «C’è una storia d’amore per ciascuno di noi nel mondo».

***

La vicenda di Christopher Johnson McCandless più che innestarsi nella tradizione dei vagabondi sfaccendati o in quella dei ribelli ingenui e spensierati, si riconosce, pur non senza incertezze e fraintendimenti, in quella dell’homo viator, che è pellegrino in cerca di una grazia, che avverte già attiva in sé e che lo rende inquieto. Jon Krakauer e Sean Penn, in modi e con strumenti differenti, provano a dar ragione di questa esistenza. Penn, in particolare, con immagini splendide, dona a questa vicenda personale un respiro cosmico, allargando i suoi confini all’intera natura.

La vicenda di Chris viene riproposta al pubblico in un tempo come il nostro nel quale altri film, come, ad esempio, Paranoid park del regista Gus van Sant 11, mostrano il nichilismo e l’analfabetismo emotivo che minaccia le nuove generazioni, la distanza affettiva che nulla sembra in grado di riscaldare veramente: né amicizia, né sesso, né affetti, né impegno e neanche la morte. Paranoid park prende il nome da un parco, un circo di cemento in realtà, una sorta di «paradiso perduto» di adolescenti che si allenano a scivolare sugli skateboard. E sembra essere proprio questa tavola di legno con quattro ruote il simbolo di un modo di essere al mondo: senza appigli né obiettivi, se non lo stesso gioco; un tentativo di stare in equilibrio su un legno a cui restare attaccati mentre il mondo attorno fa naufragio (12).

La vicenda di Chris richiama alla memoria la pagina dello Zibaldone di Leopardi (1° agosto 1820) nella quale il poeta medita sull’«ardore giovanile», vero «fuoco elettrico»: «Sebbene è spento nel mondo il grande e il bello e il vivo, non ne è spenta in noi l’inclinazione. Se è tolto l’ottenere, non è tolto né possibile a togliere il desiderare. Non è spento nei giovani l’ardore che li porta a procacciarsi una vita, e a sdegnare la nullità e la monotonia». Per una generazione che rischia l’indifferenza e l’anestesia emotiva, perfino come derubata di ogni possibile rivolta, Into the Wild è uno scossone energico, un appello alla verità della bellezza. Allo spettatore non resta così che confrontarsi con l’implicita domanda di Chris: che cosa fa sì che una vita umana sia veramente degna di essere vissuta? Che cosa è in grado di rendere l’uomo, nonostante tutto, veramente felice?

NOTE

1 Cfr J. Krakauer, Nelle terre estreme, Milano, Corbaccio, 2008.

2 Cfr http://www.intothewild.com/

3 Gli altri suoi titoli noti sono: Aria sottile, Milano, Corbaccio, 1998; Il silenzio del vento, ivi, 1999; In nome del cielo. Una storia di fede violenta, ivi, 2003.

4 Correggiamo la traduzione italiana del volume di Krakauer che, per evidente svista, traduce climactic con «climatico» e non con «progressivo». Cfr anche p. 149.

5 Ricordiamo che la letteratura statunitense vive, sin dalle sue origini, di una sensibilità di confine. I suoi elementi sono la frontiera, la prateria, la dimensione del selvaggio e dell’ignoto, la wilderness, il viaggio inteso come esplorazione, come avventura e come esposizione a un indefinito dispiegamento del paesaggio. Cfr, ad esempio, A. Spadaro, «La frontiera interiore. Attesa, limite, aldilà nella poesia americana», in La Rivista del Clero Italiano 86 (2005) 292-305.

6 Il nome è inventato, per volere della stessa persona, ma la vicenda è reale.

7 James Martin, redattore di America, ha riconosciuto nel modo in cui Chris è rappresentato dal regista il modello iconografico di san Francesco negli affreschi di Giotto. In http://www.americamagazine.org/content/article.cfm?article_id=10305

8 «Cuori selvaggi. Dialogo tra Sean Penn e Jon Krakauer», in Rolling Stone, febbraio 2008, 58.

9 Cioè «mela»: in inglese si usa la stessa parola creando un gioco che in italiano non può essere reso.

10 Cfr http://www.salvationmountain.us/

11 Cfr la recensione di V. Fantuzzi in Civ. Catt. 2008 I 423 s. Il film è ispirato all’omonimo romanzo di Blake Nelson: Paranoid Park, Milano, Rizzoli, 2007. 12 Cfr Skaters, Milano, Isbn, 2005.

12 Cfr Skaters, Milano, Isbn, 2005.

© La Civiltà Cattolica 2008 II 139-150 quaderno 3788


Viaggio attraverso l’Eneide XI

Come già diverse volte era avvenuto, è l’alba di un nuovo giorno ad aprire l’XI libro. L’Aurora illumina i riti e i lutti che seguono alla battaglia.
Secondo il costume romano – o meglio sarebbe dire fondandolo e legittimandolo – Enea compie i sacrifici promessi agli dei prima di procedere all’ufficio pietoso della sepoltura dei cadaveri. Il capo dei Teucri rinvigorisce l’ardore dei suoi e degli alleati, affinché, dopo aver celebrato le cerimonie funebri, siano pronti senza indugio alla battaglia.
Enea piange Pallante, il giovane figlio di Evandro, che questi gli aveva associato come compagno nella spedizione e che era morto per mano di Turno.
Il lamento si accompagna ai preparativi del rito funebre, degno di un giovane di stirpe regale, caduto valorosamente in battaglia. [Continua »]


Quasi un rap

HopkinsJournalLe ha lette anche ai suoi studenti, quando insegnava al liceo. «E piacevano molto, i ragazzi apprezzavano soprattutto il loro ritmo, quasi rap». Padre Antonio Spadaro, gesuita originario di Messina, è redattore di Civiltà Cattolica. Si occupa fondamentalmente di letteratura, ma anche di arte e di musica rock, di cinema e di nuove tecnologie; ha scritto su Proust e su Jovanotti, sulla pedagogia di sant’Ignazio e sulle “forme del religioso in internet”. Gerald Manley Hopkins è una presenza antica e costante nella sua vita, al punto da avere usato le poesie del grande autore inglese per i suoi esercizi spirituali e addirittura a scuola.

Hopkins addirittura un poeta rap, non è un po’ eccessivo? La lingua di Hopkins è una lingua di assoluta modernità, tanto che all’epoca sua – visse nella seconda metà dell’Ottocento, in pieno clima vittoriano – fu assolutamente incompreso. È stato il Novecento a riscoprirlo, ad apprezzare il suo verso spezzato, la sua libertà sintattica, il suo gusto per la sonorità delle parole. Hopkins ha inventato una lingua, e poeti come W. H. Auden, Seamus Heaney, Dylan Thomas hanno apertamente riconosciuto il loro debito nei suoi confronti. Certo, nella traduzione molto va, inevitabilmente, perduto: l’inglese è una lingua ritmica [Continua »]