Prendersi cura

Sabato 10 maggio, alle ore 17 si tiene presso La Civiltà Cattolica (via di Porta Pinciana 1, Roma) una tavola rotonda sul tema La cura dell’uomo. Interventi di Teresa Gamucci, premio Bellisario per la ricerca medica – Mario Marazziti, pubblicista Comunità di Sant’Egidio – P. Francesco Occhetta S.I., sacerdote e giornalista. Modera P. Antonio Spadaro S.I.

Take CareChe cosa significa prendersi cura, curare, aver cura, curarsi di qualcuno o di qualcosa? Tutti questi termini fanno riferimento a una dimensione umana fondamentale che è quella della relazione.

Prendersi cura significa riconoscere che esiste altro da me e, anzi, che c’è un altro davanti a me. Ma non basta. Significa anche riconoscere che quell’altro mi interpella, mi chiede qualcosa, magari implicitamente. Se io mi prendo cura è perché in qualche modo avverto che l’altra persona per me è un appello vivente che sollecita e muove la mia capacità di agire, di pensare, di vivere.

Prendersi cura è avere un rapporto non dis-interessato… scoprire che tra me e gli altri c’è un inter-esse, c’è qualcosa. Io so che in realtà il mio successo in quanto persona passa attraverso la relazione. C’è un modo di intendere il nostro compito nel mondo che lo vede come far sì che gli altri stiano bene, rendere il mondo migliore. [Continua »]


Intervista a Sami Michael

Sami Michael è uno scrittore israeliano, anzi uno scrittore ebreo di cultura araba nato a Baghdad nel 1926 e fuggito in Israele nel 1948 dove ha imparato l’ebraico (non quello delle preghiere millenarie apprese da bambino in occasione delle festività tradizionali, ma quello parlato nel nuovo Stato) ed è diventato un autore di alcuni bellissimi romanzi (in Italia ne sono stati pubblicati due da Giuntina: Una tromba nello uadi e Victoria).Sami Michael incontrerà il pubblico italiano alla Fiera del Libro di Torino, domenica 11 maggio, ore 17:00, sala blu.

Iniziamo dal titolo del tuo ultimo romanzo pubblicato in Italia, Una tromba nello Uadi. Che cosa è lo Uadi?

Uadi è una parola araba che indica il corso di un fiume in cui l’acqua scorre solo durante la stagione delle piogge mentre nell’altra stagione invece si asciuga e diventa secco.

Però è anche il nome di un quartiere di Haifa…

E’ vero. Haifa è una città che è nata su una montagna però a quei tempi non c’erano mezzi di trasporto e allora le persone cercavano di abitare nei luoghi più bassi e non in cima alla montagna. Dunque 50-60 anni fa i vari quartieri di Haifa venivano chiamati a seconda dei Uadi. La caratteristica principale è che questo quartiere è abitato dal 95% di arabi, io sono nato in Iraq, ma [Continua »]


De introitu

Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit

Ingresso CalcaraCum de introitu cogito animo arborem fingo. Non de ianua vel de domus ostio cogito. De arbore contra altissimis defixo in terra radicibus cogito. Tunc statim me arborem non esse exulto. Arbores diligo, plane. Ante fenestram mihi est stirps socia mea in casibus et in sedis mutationibus quae etiam nunc…perstat quamquam saepe traslata. Ecce caput: ego arbor non sum, aeri circumfuso certo et societati antecedenti astrictus. Ego locum meum quaero, me moveo, in vitam, in orbem terrarum, in loca ineo. Ego eligo et ingredior. Ambulans me ipsum moventem sentio, viam ingredientem, paratum ad ingrediendum in omnia ante me patefacta.
Potestas ingrediendi in naturam et vitam et in loca precipua (domum, conclave ubi imagines se moventes videntur,cubiculum vel alium, aedem sacram, tabernam…) ostendit me ubi eam eligere posse: ego “in protestate vivo”, ut illaclarissima mulier poeta cui nomen Emilia Dickinson erat scribebat. [Continua »]


da “Il naufragio del Deutschland” di G. M. Hopkins

Nelle nevi sfreccia
Scagliando all’indietro il porto
Il Deutschland, di Domenica, e il cielo già s’infeccia
Perché l’aria è infinita e senza conforto
E il mare silice schiumascaglia, nero-dorsuto al soffio regolare,
Stabile da EstNordEst, nel quadrante maledetto, il vento sorto;
Neve irta e bianca-fiammante tutt’attorta in turbinare
Vortica verso gli abissi di sole vedove dove di padri e figli non c’è traccia

E poi quanto al conforto del cuore,
Il basso-capezzoluto terra-brancicato grigio
Si libra, i cieli blu-ghiandaia il fulgore
Di uno screziato e scorticato maggio!
Azzurra-palpitante e canuta-iridescente altezza; o notte ancor più alta
Con fuoco tintinnante e la Via Lattea falena dal morbido piumaggio
Qual è il cielo del desiderio a tua sembranza
Il tesoro mai visto di cui nessuno – nemmeno per sentito dire – immagina lo splendore?

“C’è chi mi trova spada qualcuno
Invece la flangia e la rotaia; fiamma
Zanna, o flutto” la Morte batte sul tamburo
e le tempeste strombazzano la sua fama.
Ma noi sogniamo di essere radicati nella terra – Polvere!
Carne cade accanto a noi, noi, benché il nostro fiore abbia la stessa trama,]
Ondeggiamo col prato, dimentichiamo che lì è dovere
Dell’aspra falce d’acquattarsi e che verrà il vomere bruno.

Uno si precipitò giù dal sartiame per salvare
Le folli-dolci-donne di sotto
L’uomo abile-ardito con la vita una corda a circondare
Fu scagliato sino alla morte d’un sol botto
Nonostante il suo petto-corazzata e i fasci di forza:
Poterono vederlo per ore spinto sopra e sotto
Attraverso lo sfrangiato vello di spuma. Cosa poteva fare
contro l’annodarsi di fontane d’aria lo scalciare delle onde il loro diluviare?

Ed io la mia mano baciando
Fino alle stelle, al bello-frantumato
Stellato, fuori di sé espandendo;
Bagliore, gloria del tuonato;
Baciando la mia mano fino all’occidente di-susina-screziato
Poiché, sebbene egli sia sotto dello splendore e della meraviglia del mondo,
Il suo mistero deve essere in-tensionato, forzato
Perché lo saluto nei giorni in cui lo incontro e benedico quando lo comprendo

La Speranza grigi crini mostrava
La Speranza aveva messo il lutto
Scavata dalle lacrime che l’angoscia sbranava
La Speranza da dodici ore aveva abbandonato tutto
E atroce un crepuscolo serrava un giorno addolorato
Senza soccorso, solo faro e fuoco che splendevano dappertutto
E infine vite furono strappate al ponte spazzato
E alle sartie si aggrapparono nell’aria orribile che rovinava

Il testo è tratto da Lello Voce, Farfalle da combattimento, Milano, Bompiani, 1999.


Intervista a Eraldo Affinati

LA CITTA’ DEI RAGAZZI, l’ultimo romanzo di Eraldo Affinati è un grande libro di cui vale la pena parlare ancora sul Blog di BC. Nell’intervista che segue l’autore ci porta nel suo laboratorio di scrittura, la “stazione finale” di un lungo processo di presa di coscienza e discernimento del senso e della verità della propria esperienza di vita.

Eraldo Affinati presenterà La città dei ragazzi alla prossima Fiera del Libro di Torino alle 10:30 di venerdì 9 maggio.

Il titolo del tuo ultimo romanzo porta il nome dell’istituzione in cui svolgi il tuo lavoro di insegnante. Ma che cos’è la “Città dei ragazzi”?

La città dei ragazzi è nata dopo la II guerra mondiale, se l’è inventata un sacerdote irlandese, Carroll Abbing, il quale voleva raccogliere ragazzi italiani rimasti senza i genitori dopo la II guerra mondiale. Oggi questi ragazzi sono tutti stranieri, hanno dai 14 ai 18 anni. Vengono dall’Afganistan, dal Maghreb dal mondo Slavo, da paesi da cui scappano soprattutto perché vogliono sopravvivere alle guerre che hanno visto coi loro occhi, alla povertà e alla miseria che hanno vissuto. Raggiungono l’Italia da soli, abbandonati, senza famiglia, vengono collocati dalla Caritas o dalla Polizia in apposite strutture di accoglienza come la Città dei ragazzi che però è una città nella città perché in essa esiste un sindaco, degli assessori alla sanità e all’igiene e perfino una moneta locale, lo scudo, con cui i ragazzi comprano le merendine al Bazar. L’idea di Carroll Abbing era [Continua »]


Su Cesare Pavese

di Giuseppe Oddone
A cent’anni dalla nascita di Cesare Pavese ci interessa riproporre qualche pista per comprendere la ricerca religiosa dello scrittore piemontese, le sue intuizioni, i suoi dubbi, la sua sofferta esperienza, sia perché il messaggio delle sue opere rimane un tesoro per tutti, credenti, non credenti, agnostici e scettici, sia per illuminare il dramma della sua vita e soprattutto della sua morte.
L’indagine di questa componente interiore ed ineliminabile dallo spirito umano, che ha sempre affascinato tutti i grandi poeti e pensatori, sollecitando una risposta, si svolge per Pavese in diverse direzioni.

La ricerca religiosa mitico-pagana dei Dialoghi con Leucò

La realtà dell’uomo appare a Pavese, influenzato dagli studi sul mito e dalla cultura classica greca, un groviglio inestricabile, magmatico, di divino e di umano, di immortale e di mortale, di libertà e di destino, di felicità e di dolore, di sogno e di incubo: in altre parole, di bene e di male. Egli non cerca una risposta a questo problema, almeno direttamente, nei testi cristiani, ma nelle tragedie greche, negli studi sul mito, nelle figure di Edipo, e dei giovani eroi come Endimione, Achille, Patroclo, Meleagro, segnati dal destino che grava su di loro, dal sangue, dalla morte, dal sesso, dal ”timore, dall’orrore perenne di compiere proprio la cosa saputa”(1). [Continua »]


Ingresso

Quando penso all’ingresso immagino una pianta.

IngressoNo, non penso a una porta o all’ingresso di una casa. Penso a una pianta con le radici ben salde per terra. E allora esulto per non essere una pianta. Amo le piante, si capisce. Ho una piantina davanti alla finestra che è stata compagna di avventure e traslochi e ancora… resiste pur essendo stata trapiantata varie volte. Ecco il punto: io non sono una pianta, non sono legato a un ambiente preesistente e determinato. Io cerco il mio ambiente, mi muovo, faccio il mio ingresso nella realtà, nel mondo, negli ambienti. Io scelgo ed entro. Camminando io mi sento un essere che muove se stesso, in cammino appunto, capace di fare ingresso in qualcosa che mi si spalanca davanti.

La possibilità di fare ingresso nella realtà e in un ambiente particolare (una casa, il cinema, una stanza o l’altra, una chiesa, un ristorante…) significa che io posso scegliere dove andare: io “vivo nella possibilità”, come scriveva Emily Dickinson. E la possibilità è sempre la possibilità di accedere a qualcosa da cui sono fuori. Chi si sente “dentro” a tutto e non avverte le soglie rischia di essere solamente dentro se stesso, chiuso nel proprio mondo asfittico, che sente grande perchè l’io si gonfia, non perchè lo spazio sia ampio.

E invece la realtà è lì, aperta all’accesso, accessibile al mio ingresso.

Ma per fare ingresso occorre imparare a discernere i passaggi, le frontiere, cioè le soglie. La vita dell’uomo è sempre una casa ma anche sempre una soglia. La soglia è un punto delicato di passaggio tra il noto e l’ignoto, tra il proprio e l’altro, tra il domestico e l’avventuroso. Non si attraversa una soglia se non si avverte una affinità tra noi e lo spazio che ci si apre davanti. Io non attraverso la soglia di una casa in cui non mi sento accolto. Se lo faccio, devo essere obbligato a farlo e la prima sensazione è il disagio: sono dove non dovrei essere. Certo, non è detto che poi non si possa “addomesticare” anche un ambiente ostile. Tutt’altro! Tuttavia, in genere, se ci si avventura a farlo, è perchè si avverte quella ulteriorità, quell’ambiente estraneo come qualcosa che potenzialmente ci potrebbe essere familiare, o comunque perchè la sua estraneità ci affascina o ci seduce.

E ciò che chiamiamo fascino è proprio la percezione di una soglia, di un passaggio che ci attira profondamente, forse irresistibilmente. E sappiamo che attraversare la soglia del fascino potrebbe non lasciarci come siamo, potrebbe mutarci profondamente. Anche se attraversiamo la soglia per conquistare ciò che sta al di là rischiamo sempre di essere conquistati proprio mentre lo espugniamo. L’attraversamento di una soglia implica sempre un pericolo. Attraversa la soglia solamente chi sa mettersi in gioco.

Ma l’ingresso, sebbene sia un gesto attivo, implica anche una forma di attesa. Non si attraversa una soglia correndo, ma fermandosi un attimo. Oppure, in ogni caso, percependo un momento di sospensione nel passaggio: cambia la luminosità, cambiano gli odori, la disposizione dello spazio,… Per non parlare poi di quando si fa accesso a un universo personale nei rapporti di amicizia o di amore.

Anche l’opera d’arte spesso vive della raffigurazione simbolica di questa sensazione. La letteratura, ad esempio, lo fa con il linguaggio liminare e le sue figure quali la porta chiusa, la città interdetta, la frontiera, il deserto… E’ il frutto della capacità evocativa delle immagini, delle metafore, e del linguaggio poetico, capaci di indicare insieme la prossimità e l’inaccessibilità. Anzi, si dovrebbe meglio dire che l’opera d’arte in generale crea questa percezione di attraversamento di una soglia e di ingresso.

L’ingresso mi vede dunque attore di qualcosa di cui non posso prevedere fino in fondo le conseguenze. Ma questa è anche una buona definizione della vita