Trans-figurazione
Ne “L’ermeneutica del soggetto” Michel Foucault, affrontando il pensiero greco, scrive: “La spiritualità postula la necessità che il soggetto si modifichi, si trasformi, cambi posizione, divenga cioè, in una certa misura e fino a un certo punto, altro da sé, per avere il diritto di accedere alla verità. Non può esserci verità senza una conversione o una trasformazione del soggetto“. Nella spiritualità Foucault vede insomma le tracce di una lotta, di una scarnificazione e di un lavoro del sé su di sé. C’è nel corpo della tradizione cristiana una parola che riassume questo agone: trasfigurazione. L’arte delle icone, che ha attraversato la storia del cristianesimo tanto orientale che occidentale, si è caricata di questo compito, come spiega Enzo Bianchi nel libro intervista Immagini del Dio vivente, a cura di Gabriella Caramore: “L’icona – spiega il priore del monastero di Bose -, non va mai dimenticato, è innanzitutto materia che deve esprimere qualcosa del processo di trasfigurazione che è in corso nel cosmo”. Nelle icone si compie dunque questa “lotta”: l’invisibile che prende forma nel visibile, nel materiale, nei tratti, nei colori, nelle figure, nei simboli. [Continua »]
Viandante, non esiste una strada; la strada si fa camminando. Nella scrittura, come nella vita, non esiste una strada già preparata, predefinita, che richiede soltanto di essere scoperta e percorsa: sono piuttosto i passi che quotidianamente compiamo – a volte verso una meta precisa, altre in una direzione che sembra non condurre da nessuna parte – a tracciare il nostro cammino e a «fare» la strada. È questa considerazione che apre il volume «Viviscrivi. Verso il tuo racconto» (Eks&Tra Editore, 2008), della scrittrice brasiliana Christiana de Caldas Brito. Consapevole della difficoltà del mettersi in viaggio e vincere paure e insicurezze, l’autrice accompagna il lettore nel percorso che va dal sorgere dell’idea per un racconto al suo sviluppo attraverso la creazione di ambienti e personaggi, fino alla revisione finale. Una parte di questo volume è dedicata al racconto autobiografico, in cui la scrittrice invita a considerare anche le esperienze personali per trasformarle in prodotti letterari. «Partire dalle proprie esperienze non significa rinchiuderti in te», scrive, in un costante colloquio con il lettore, «ma osservare quello che ti è successo e che ti sta succedendo, prendere contatto con la realtà, con le tue emozioni, distaccartene e, solo allora, iniziare a scrivere il tuo racconto».
di Bruno Rombi
L’occhio ha un riparo, la palpebra. L’orecchio invece non ha protezione: è una cavità aperta. Su questa (solo apparentemente) minima differenza, poggia la gerarchia sulla quale il pensiero occidentale ha edificato se stesso: il primato della vista rispetto all’udito. E con essa della scrittura – con i suoi caratteri di permanenza, certezza, stabilità – rispetto a ciò che invece non possiede lo stesso statuto: la musica (o la parola orale). Con una rara finezza interpretativa, il filosofo Davide Sparti scava in “Il corpo sonoro. Oralità e scrittura nel jazz” nella differenza tra i due organi.