La quiete nella tempesta

Eravamo rimasti al termine dell’ultima Officina con l’Angelus Novus di Paul Klee e Walter Benjamin che rifletteva su quel quadro sottolineando come quell’angelo vorrebbe indugiare sul passato, «vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».
Ecco appunto, la tempesta. Sembrerebbe che la vita, l’esistenza propriamente umana, non ne sia mai esente. La vita è tempestosa, se è vita umana. Al punto che lo scrittore francese Julien Green affermava paradossalmente «finché sono inquieto posso stare tranquillo». Resta il fatto che la tempesta è qualcosa di terribile, che fa veramente e giustamente paura. Quando arriva, spesso all’improvviso, distrugge e devasta tutto, lasciando morte e rovine dietro di sé. Per questo l’uomo cerca di resistere alla tempesta, cerca riparo, un luogo al sicuro, scoprendo spesso che luoghi sicuri non esistono. All’inquietante presentarsi della tempesta, l’uomo cerca di rispondere imponendo l’ordine, la misura, la prevedibilità. Con il paradosso intuito da Simone Weil che la confusione che nasce dall’ordine è peggiore dalla confusione che nasce dal disordine. Il due più due fa quattro può essere più violento del tempestoso due più due fa cinque. [Continua »]


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