[Report] Officina di gennaio 2019

Cristiano

Cristiano ha aperto la giornata con la celebre sequenza di 2001: Odissea nello spazio in cui il protagonista “scopre” che le ossa che ha di fronte possono essere utilizzate come strumento.

Proietta subito dopo un estratto da Pirates of Silicon Valley che rappresenta l’effetto che il mouse e l’interfaccia grafica ebbero sui dirigenti di Xerox prima (incapaci di rendersi conto di quanto fossero innovative queste invenzioni) e sugli inviati di Apple poi (che travolgevano di domande gli ingegneri del PARC parlandosi l’uno sull’altro in preda all’eccitazione). [Continua »]


Gruff Rhys: un altro visionario

Oggi (sabato 20 gennaio) ritornavo in scooter sotto la pioggia da un pomeriggio bombacartiano. Ho ascoltato di Ulisse, Dante, Cristoforo Colombo e di un Re Magio che seguiva la sua stella. Si parlava di visioni e di speranze.

Guidavo cercando di evitare le buche colme d’acqua. In testa una canzone. Durante gli interventi avevo in mente qualcuno, un visionario con un nome assurdo. Non ricordavo il suo nome, né il nome della canzone, solo il suo viso con uno strano peluche in testa. Lo avevo visto su un palco tanto tempo fa. Ci ho messo un po’ una volta a casa a ritrovare il nome e la canzone: Gruff Rhys – American Interior. Nome da folle e occhi da folle. Nel 2014 si convinse (lui Gallese) che un suo avo del diciottesimo secolo, il fantomatico esploratore e cartografo John Evans, era partito in esplorazione lungo le sponde del fiume Missouri alla ricerca di una leggendaria tribù discendente del principe Madoc del Galles. Secondo le leggende, Madoc sarebbe giunto in America trecento anni prima di Cristoforo Colombo.

Lui stesso, Gruff Rhys, raggiunse quei luoghi in pellegrinaggio alla ricerca del suo antenato, della sua storia. Ne scaturì un documentario, un album, un tour, un pupazzo e questa visione:


Il visionario, ovvero colui che sa annusare l’aria

Il vero viaggio di scoperta non consiste nello scoprire nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi scriveva Marcel Proust.

Ma cosa significa, nel concreto, avere nuovi occhi?

Se nelle precedenti officine abbiamo indagato l’eccedenza della realtà, il filo conduttore di quest’anno, attraverso le metafore del confine, del potere e della follia, in questo mese di gennaio ci interrogheremo sulla visione, e più precisamente sulla figura del visionario.

Colombo seguiva i venti e leggeva le stelle. Voleva arrivare nelle Indie e invece scoprì l’America. Galileo contava i monti della luna col cannocchiale da lui stesso perfezionato. Questo gli permise di elaborare il metodo scientifico, grazie al quale trovò prove a sostegno della teoria copernicana e aprì una nuova era per la scienza. George Méliès incantava il pubblico parigino con trucchi di magia. Combinandoli col meccanismo della cinepresa, inventò il cinema. Steve Jobs vendette la sua auto per finanziare i primi prototipi Apple. Ha rivoluzionato l’informatica. [Continua »]


[Report] Officina di dicembre 2018

Cristiano

Cristiano ha ripreso la linea già tracciata dall’editoriale, partendo da un paio di dialoghi di Amleto. Ci può essere “metodo” nella follia? O è proprio della follia il non aver metodo? Con una scena di Rosencrantz e Guilderstern sono morti ci si è domandati quali siano gli “indizi” che possano guidare lo spettatore nell’interpretazione della presunta follia del personaggio. Nella discussione col pubblico si è iniziato a separare il piano della correttezza logico-formale del discorso dal “fondo” emotivo e infine dal livello delle relazioni tra soggetto e collettività che – a torto o a ragione – definisce tale soggetto folle.

Alice

La scena di Alice nel Paese delle Meraviglie, nella versione di Disney del 1951, dà l’occasione per riflettere proprio sulla logicità del contenuto: ciò che è logico (il non compleanno è una condizione formalmente corretta) può anche essere assurdo.

Per sottolineare ulteriormente quanto diamo per scontata l’attendibilità delle nostre convinzioni logiche, viene letto un passo da “Il tempo dei maghi” di Paolo Rossi:

La magia era certo (anche allora) connessa al mondo delle superstizioni e delle credenze diffuse, ma non coincideva affatto con una forma di sapere “popolare”, non era, come è oggi, una forma di cultura subalterna.

Con quel mondo, i suoi ideali, i suoi valori, le sue caratteristiche “strutturali”, le sue spiegazioni del mondo, la sua immagine del posto dell’uomo nel mondo, variamente si confrontarono molti dei cosiddetti padri fondatori della filosofia e delle scienze moderne (…).

Il filosofo Ian Hacking [afferma] che alcuni dei cosiddetti stili di ragionamento, nel corso dei secoli, sono stati così decisamente sostituiti che non possiamo più riconoscere i loro oggetti. Le dottrine della somiglianza e della similitudine proprie della medicina, dell’alchimia e dell’astrologia rinascimentali sono per noi pressoché incomprensibili. In questi testi, ha aggiunto, “non si ritrovano le nostre moderne nozioni dell’evidenza”.

Ciò che davvero conta non è il fatto che quelle dottrine non si accordano bene con le scienze del nostro tempo, “ma è piuttosto il modo in cui sono proposte e difese a esserci estraneo”.

Hacking ovviamente riconosce che si possono apprendere perfettamente le dottrine ermetiche e che, facendolo, si finirà per parlare il linguaggio che le caratterizza. Ma ciò che interessa sono le “catene di ragionamenti” che caratterizzano il pensiero di quei maghi.

[Continua »]



2+2=5: Pazzi, strambi e visionari

“C’è del metodo in questa follia”, mormora fra sé uno sconcertato Polonio di fronte ai bizzarri ragionamenti di Amleto. È dunque pazzo il giovane Principe di Danimarca? Tutti a corte se lo chiedono – e la considerazione di Polonio non è di alcun aiuto.

In verità, lungo la tragedia il confine tra salute e follia viene scavalcato di continuo: Amleto simula con Polonio, ma nella Scena II del primo Atto così aveva risposto alla madre che lo incoraggiava a scrollarsi di dosso il malumore (elargendo ciò che da più parti è stato modernamente definito un eccellente ritratto della depressione):

Sembra, signora? No, non sembra, è; io non conosco “sembra”. Non è soltanto il mantello d’inchiostro, buona madre, né il mio vestir consueto, sempre così solennemente nero, né il sospirar violento del mio petto, né il copioso fluire dei miei occhi, né l’aspetto contratto del mio volto con gli altri segni e mostre del dolore, ad esprimere il vero di me stesso. [Continua »]


[Report] Officina di novembre 2018

Andrea

Il 2+2=5 e il suo lato oscuro. Anzi due: da una parte il potere che impone la sua verità (perchè evidentemente ha un popolo pronto ad accoglierla), dall’altra l’amore che rischia di accecare e di portare l’innamorato alla “rimozione” della realtà.

Sul potere una scena irresistibile è quella del Dittatore dello stato libero di Bananas, di Woody Allen, divertentissima ma non lontana dalla verità storica dei regimi dittatoriali.

Altra scena inquietante è quella tratta dal documentario-intervista a Fritz Lang realizzata da William Friedkin in cui il grande regista tedesco racconta il suo incontro con Goebbels, il temibile ministro della propaganda del Terzo Reich nazista: “Herr Lang, decidiamo noi chi è ariano e chi non lo è”.

https://www.youtube.com/watch?v=D9AqC19EKjE?t=2208

Ma non c’è bisogno di arrivare alle grande dittature, per riscontrare il 2+2=5 frutto dell’arbitrio del potere è sufficiente recarsi in un qualsiasi ambiente di lavoro, come dimostra la famosa sequenza della partita di biliardo di Fantozzi:

https://www.youtube.com/watch?v=wrpw4JUrLSE

Infine la reazione all’imposizione di un potere asfissiante, più o meno occulto (e se è occulto è ancora più asfissiante): è la figura di Truman il protagonista di The Truman Show di Peter Weir. Truman (true-man, l’uomo vero) rappresenta la resistenza dell’uomo, irriducibile nella sua sete di infinito, che non accetta i limiti imposti in modo irrazionale e violento dal “sistema”. Alla moglie che vuole tarpargli le ali, Truman ribatte il suo desiderio di viaggiare oltre i limiti del suo paese (la prigione dorata in cui è stato rinchiuso a sua insaputa) perchè, dice, “sarebbe un’avventura”. Ritorna quindi il tema dell’Officina di ottobre (e di tutto l’anno): la vita come eccedenza, che va accolta in tutta la sua debordante pienezza. [Continua »]