Passaggi

(Immagine: Lee Friedlander)
Poche parole hanno un senso tanto duplice in italiano quanto la parola “passaggio”. Nella sua accezione più comune, la natura propria di ciò che è di passaggio è il suo essere transitorio, quindi effimero, occasionale, a suo modo anche estraneo. Il passante è chi si trova in un determinato luogo per puro accidens: è lì, ma non deve essere lì – se non nella misura in cui quel luogo lo porta altrove.
Il passante è sconosciuto, non ha crediti da esigere né doveri cui rispondere, la regola cui è soggetto è innanzitutto quella del caso. Ma la qualità della sua estraneità è peculiare, sicché egli è straniero ma non nemico: l’altra regola che lo riguarda è infatti quella dell’ospitalità, che può avere secondo la tradizione un valore anche profondissimo. In certe culture nomadiche, l’incontro fra due gruppi di diverse tribù (che quindi sono “passanti” gli uni rispetto agli altri) è regolato da norme che prevedono la condivisione di un pasto o lo scambio altre cortesie prima che le rispettive strade si separino nuovamente. [Continua »]



