di
Damiano Garofalo -
pubblicato il 10 Febbraio 2015
C’è un quadro di Edward Hopper, Nighthawks (1942, «I nottambuli»), che mostra le vetrine di un tipico diner americano affacciate su un angolo di Greenwich Village, a Manhattan. È probabilmente l’opera più famosa del pittore americano, per una serie di ragioni legate alla luce, ai colori, alle prospettive. Ciò che colpisce, a una prima occhiata, sono però soprattutto i tre frequentatori del locale: un uomo di spalle e una coppia rivolta verso il barista, piegato in avanti. Tutti e tre si appoggiano su un bancone, sopra il quale hanno posato i loro bicchieri con delle bevande da consumare. Nonostante ciò, sembrano non comunicare in alcun modo tra loro, quasi ignorandosi.
Anche se ogni paese ha delle precise caratteristiche legate agli usi e alle tradizioni culturali del contesto, il bar è concepito generalmente come il locale pubblico per eccellenza, luogo d’incontro, di chiacchiere ma anche e soprattutto di passaggio, dove si consumano velocemente bevande o cibi, molto spesso al bancone. Il termine bar deriva proprio da una contrazione del termine inglese barrier, sbarra, oppure barred, sbarrato: nel primo caso si fa riferimento ai primi esercizi pubblici dove era permessa la vendita di alcolici in una zona separata dal resto del locale, appunto, da una sbarra; nel secondo caso, invece, sembra che ai tempi del proibizionismo inglese, durante il XIX secolo, sulle porte degli spacci di alcolici fosse fissata un’asse con la parola barred. Oggi, piuttosto, la sbarra fa venire subito in mente il bancone dove si consumano le bevande, dove cioè l’avventore di turno è separato da colui che lo serve, il barista, delimitando così una zona a cui il primo non può accedere.
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