In vacanza, evitando viagra e valium
Qualche tempo fa Francis Ford Coppola, il grande regista italo-americano, ricevendo l’ennesimo, meritato, premio alla carriera, ha pronunciato un breve discorso, comunicando una sua preoccupazione rispetto allo stato dell’industria cinematografica americana (che in questi tempi sta confermando il suo ottimo stato di salute, almeno al botteghino) e lo ha fatto usando la seguente metafora: “è come se l’industria farmaceutica, per fare felici i suoi clienti, producesse soltanto eccitanti e tranquillanti, viagra e valium”. In altri termini i film sono sempre di più “adrenalitici”, soprattutto d’estate, o rassicuranti: evitando di “sfidare” lo spettatore, gli offrono comodamente quello che egli già si aspetta e vuole vedere. E, aggiungo io, ovviamente le due cose sono perfette sponde reciproche, una tiene l’altra, l’adrenalina dei film gonfiati e muscolari fa da sponda al cinema ripetitivo e tranquillizzante. Forse il cinema, la vera arte del cinema, sta nel mezzo, in quel sentiero sottile e periglioso che evita le insidie della Scilla del viagra e della Cariddi del valium. [Continua »]
La stagione di BombaCarta che si avvia alla conclusione è stata dedicata al tema dei mestieri e dei negozi. Può sorprendere che BombaCarta, un’associazione culturale, qualcosa quindi che si immagina imperniata sul concetto di “otium”, dedichi tanta attenzione al “negotium”, però chi conosce la storia di questo stravagante ed eteregeneo gruppo di persone che, continuamente rinnovandosi, sin dal 1998 si riuniscono mensilmente per confrontarsi sul vasto campo dell’arte e della bellezza, non si meraviglierà per l’attenzione data alla dimensione “fattiva” dell’uomo. Non è un caso nè uno scherzo linguistico che il cuore della vita sociale di BC sia da sempre l’incontro che è stato da sempre denominato “Officina” e che poi dopo qualche anno siano nati altre modalità di incontro definiti “laboratori”. Del resto l’otium latino non è pura assenza del “negozio”, ma tempo opportuno e fecondo per la (ri)creatività umana. E così anche se non dovesse essere il tema della nuova stagione, questa riflessione che abbiamo condotto in tutti questi mesi sul rapporto tra mestiere e mistero (per dirla con Flannery O’Connor) ancora sta lavorando dentro di noi e la semina porterà frutti duraturi, anche durante l’estate che sta esplodendo in questi giorni di giugno. 

Tre giorni in Calabria per ricaricare le pile logorate dallo stress quotidiano della capitale. A tavola cotolette e fagiolini conditi con un sughetto di pomodori pachino. Non è la cena delle grandi occasioni, piuttosto un classico da lunedì sera che noi comunque adoriamo. Papà sorride dicendo che mamma ha preparato le cotolette per me e intanto la fetta più grande scompare. Il segreto credo sia nell’impanatura, a me ad esempio le cotolette escono sempre un po’ più dure, un po’ meno saporite. Quando ti allontani da casa, speri inconsciamente che la tua compagna distingua almeno la padella dalla bistecchiera. Migliorerà poi. Col tempo, con un po’ di consigli, tanta pazienza. T’illudi che quell’impanatura non rimanga soltanto il ricordo sbiadito di una primavera lontana. Che bisogno c’è di sperimentare, di essere creativi, se sai che la perfezione (condire, amalgamare, asciugare) già esiste, che basterebbe prendere appunti (sbucciare, bollire, lessare) e seguire meticolosamente (con attenzione) ogni passaggio (servire a tavola, accompagnare, versare). Accettare che un’altra lasagna, con l’uovo sodo e la besciamella a cui non sei abituato, possa essere, se non altrettanto, diciamo diversamente buona, è un dramma per niente semplice da affrontare; 
