Nel popoloso deserto

Se il giardino è il primo dei luoghi umani, il deserto è il primo dei luoghi. «In principio» vi sono cielo e terra, sì, ma una terra «informe e deserta» (Genesi 1,2). Non sorprende che, a concepire il cielo come un giardino (pardes, paradeisos), siano state tribù per cui la terra era il deserto. Popoli di nomadi: perché nel deserto si cammina. Non si può stare fermi, come non si può star fermi in mezzo al mare. «Ogni mattino – racconta lo scrittore israeliano Amos Oz – inizio la mia giornata camminando nel deserto per mezz’ora o 45 minuti e inspiro, introietto il silenzio del deserto, così diverso dal silenzio di qualunque altro posto al mondo, è un silenzio completo e totale. Il deserto esprime umiltà». È vero, chiunque abbia l’esperienza di camminare nel deserto, conosce questa vibrazione profonda, simile al passeggiare sopra un immenso cuore addormentato. «Mi è sempre piaciuto il deserto – scrive Antoine de Saint-Exupéry – Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende in silenzio». [Continua »]
Basterebbe la dedica – “Ai genitori che lottano, ai figli che vincono” – per affermare che questo è il romanzo giusto per una stagione in cui di famiglia si parla a proposito e sproposito. Ma è ben di più. Maurizio Cotrona scrive con passione carnale, guidato dalla necessità di agguantare la vita, metabolizzarla, restituircela intensificata.


“Settembre, andiamo. È tempo di migrare”. Se i pastori del poeta abruzzese migravano con le greggi verso la pianura, anche noi cittadini romani, urbani dell’Urbe, “migriamo”, non verso l’ignoto ma verso le nostre case e occupazioni abituali, perchè la vacanza estiva volge al termine. Il verbo esatto sarebbe allora “tornare” più che migrare, ma cosa vuol dire tornare? Nel verbo è racchiusa l’idea di “girarsi”, “voltarsi”, che viene accentuata dal prefisso nel caso del verbo fratello: “ri-tornare”; ma non è questa una condizione universale dell’uomo, di ogni uomo, non solo a settembre? Non è forse vero che, ogni giorno, non facciamo altro che ritornare? Ci svegliamo nel nostro letto e ritorniamo alle nostre sudate carte, ai nostri luoghi che quotidianamente abitiamo.
Tornato in Calabria per la pausa estiva, il primo libro in cui mi sento di infilare il naso è intitolato Ti ho vista che ridevi (Rubbettino, 208 pagine, 14 euro) e porta la firma del collettivo Lou Palanca. Per chi non ne ha sentito parlare, Lou Palanca è un’esperienza di scrittura collettiva che richiama, già dal nome, il lavoro portato avanti da Luther Blisset (prima e da Wu Ming poi).