Nel nome dei padri (e dei figli)
Basterebbe la dedica – “Ai genitori che lottano, ai figli che vincono” – per affermare che questo è il romanzo giusto per una stagione in cui di famiglia si parla a proposito e sproposito. Ma è ben di più. Maurizio Cotrona scrive con passione carnale, guidato dalla necessità di agguantare la vita, metabolizzarla, restituircela intensificata.
Anno Domini 2021, futuro prossimo venturo. Giacomo Alfieri e la moglie Anna rientrano a casa con il nuovo nato, sventuratamente chiamato Primo nonostante sia il secondogenito. A casa li aspetta Luca, 8 anni, che la fa ancora nelle mutandine. C’è già un’intera spettrografia familiare in queste righe, eppure Primo (Gallucci, pp.183, € 16) sorprende a ogni pagina con le improvvise virate narrative. Con le impennate, gli arresti, gli smarrimenti e i nuovi tuffi degli affetti in un nucleo minuscolo ma inarrestabile come il mondo.
Gli anelli forti della catena s’incrinano di schianto, quelli deboli sfoderano una resistenza insospettata. Si possono odiare i propri bambini, dopo averli amati? E ritornare ad amarli? E i propri genitori? E come? Cosa si agita nei cuori dei bambini? Dei padri? Delle madri? Eccoli qui – tata compresa, figura chiave nelle giovani famiglie – raccontati attraverso gesti che sgretolano gli slogan, intimidiscono e commuovono. Cotrona – che, dettaglio non ininfluente, di tre figli è padre – possiede uno sguardo attento ma mai chirurgico, implacabilmente umano, violentemente poetico. [Continua »]



“Settembre, andiamo. È tempo di migrare”. Se i pastori del poeta abruzzese migravano con le greggi verso la pianura, anche noi cittadini romani, urbani dell’Urbe, “migriamo”, non verso l’ignoto ma verso le nostre case e occupazioni abituali, perchè la vacanza estiva volge al termine. Il verbo esatto sarebbe allora “tornare” più che migrare, ma cosa vuol dire tornare? Nel verbo è racchiusa l’idea di “girarsi”, “voltarsi”, che viene accentuata dal prefisso nel caso del verbo fratello: “ri-tornare”; ma non è questa una condizione universale dell’uomo, di ogni uomo, non solo a settembre? Non è forse vero che, ogni giorno, non facciamo altro che ritornare? Ci svegliamo nel nostro letto e ritorniamo alle nostre sudate carte, ai nostri luoghi che quotidianamente abitiamo.
Tornato in Calabria per la pausa estiva, il primo libro in cui mi sento di infilare il naso è intitolato Ti ho vista che ridevi (Rubbettino, 208 pagine, 14 euro) e porta la firma del collettivo Lou Palanca. Per chi non ne ha sentito parlare, Lou Palanca è un’esperienza di scrittura collettiva che richiama, già dal nome, il lavoro portato avanti da Luther Blisset (prima e da Wu Ming poi).
A chi paragonerò questa nostra epoca contemporanea?