La classifica del 2014

Parker Millsap
Al termine dell’anno tiro le somme su cinque album pubblicati nel 2014 e che mettono al centro l’uomo e le sue potenzialità, lontani da quel pop superficiale – perché privo di contenuti – suonato stabilmente nelle radio. Nell’etere non li ascolterete mai, fatta qualche eccezione per gli U2 e i Subsonica presenti nella lista.
Le canzoni estratte e qui elencate non esaltano i precetti di una religione, casomai portano alla luce una tensione o una ricerca spirituale sui generis. La musica contemporanea soffre di vertigini, agli artisti non piace salire troppo in alto. Non si allontanano delle proprie certezze; e se ciò non li soddisfa cercano un senso a tutto in maniera istintiva e scomposta, sbirciando nell’aldilà con i piedi ben piantati nell’aldiquà. Si avvolgono in se stessi quando bisogna dare un nome a chi agita il lago calmo dell’anima. Andare oltre probabilmente spaventa, eppure sono inquieti, scavano nelle cose umane per trattenere nel mondo quell’eternità promessa altrove.
Cinque dischi per pensare sul mistero della vita e dell’amore, sulla reciprocità nei rapporti che ci umanizzano. La musica colta perpetua il tentativo di Icaro di volare in alto con ali di cera, ignorando il Sole e le sue conseguenze. Buona meditazione.



A proposito di allenatori, c’è un detto che gira da sempre nel mondo del calcio e dello sport e che dice “squadra che vince non si cambia”. Posso comprendere come sia nato e che abbia una certa logica, ma se uno ci riflette un po’ si renderà conto che contiene in sé enormi rischi. Prendiamo l’esempio della Spagna al recente mondiale brasiliano, uscita già dopo due partite, due sonore sconfitte consecutive, oppure, meglio ancora, pensiamo al malinconico esito dell’Italia del 2010, quando il “mister” Marcello Lippi realizzò un errore doppiamente sciagurato: tornò indietro sulla saggia decisione che nel 2006 lo aveva spinto a dimettersi all’indomani del mondiale vinto, e tornò indietro anche nella formazione della nazionale richiamando il gruppo reduce della vittoria di quattro anni prima. Così, oggi, la Spagna: stesso C.T., stesso gruppo-squadra. Questi episodi ci insegnano una cosa, che tornare indietro è impossibile e quindi privo di senso, per cui non è veritiero il detto suddetto ma è più intelligente fare il contrario: squadra che vince deve essere assolutamente cambiata, altrimenti l’insuccesso è inevitabile. L’appagamento, dovuto al successo, porta a sedersi, a sentirsi sazi, a perdere fiducia, grinta e speranza, a perdersi e a perdere. 
Nella mia vita agonistica sono stato un pessimo nuotatore e un mediocre pallanuotista. Durante questo percorso ho incontrato gli allenatori più svariati. Alcuni erano più giovani e improvvisati, altri di consumata esperienza; alcuni erano più bonari, altri ti inseguivano urlando negli spogliatoi. Uno di loro era particolarmente aspro e più volte avevo avuto l’impressione che serbasse, per me, un trattamento più rude di quello cui erano oggetto i miei compagni di squadra. Dopo un episodio più fastidioso dell’usuale, mi decisi a chiedergli il motivo. Immaginavo che avrebbe negato, o che si sarebbe inquietato ancora di più. Invece, la sua risposta mi stupì a tal punto da ricordarla ancora parola per parola. “Tu puoi essere molto più forte di così”, mi disse, “per questo da te pretendo di più. Quando smetterò di parlarti, lì si che ti devi preoccupare”. Non smise mai di parlarmi, ma io non diventai più forte. Ancora oggi mi chiedo se credesse veramente nelle mie potenzialità o fosse solo un modo per tranquillizzarmi. In entrambi i casi, l’episodio ci mostra come un allenatore sia, innanzitutto, un maestro.