Recordari
Ex Antonii Spadari chartula Rosa Elisa Giangoia vertit
Auctores magni, sine controversia magni, sunt. Poetae magni, ante quorum magnitudinem molestia quadam afficimur quod eorum ante vitam status nos non satisfacit sunt. Igitur animo grato eorum magnitudinem recognoscimus, sed simul, studio et officio, eis quod alieni et peregrini a nostra de mundi sententia sunt decedimus. Quos igitur relinquimus. Sed iterum dico: non quia magni sint aut contra non sint, sed quod almum pontem inter eos et nos non creari intelligimus. Aut melius: pontem intelligimus sed eius fornicem nostro desiderio profundissimo , desiderio profundissimo nostra vita expresso non respondere intelligimus. Quispiam sibi satisfacit, in promptu est. Sed ad poetas qui vere nos ultra nos ipsos ferunt neque ad eos nos ubi sumus invenientes certe redimus. Inter quos poetas mihi est ille Caesar Pavese. Qui in libro suo qui inscribitur Vivendi ars scripsit res vere [Continua »]
Chi ha paura di Aleksandr Solženicyn? La recente uscita della monumentale biografia Solženicyn di Ljudmila Saraskina (San Paolo, pp. 1441, € 84) rappresenta un’occasione per tornare a leggere il grande autore russo, Premio Nobel per la letteratura nel 1970, imprigionato nei campi di lavoro e successivamente esiliato dall’Unione Sovietica.
Ci sono scrittori grandi, indiscutibilmente grandi. Ci sono dei poeti grandi, di fronte alla grandezza dei quali si prova però un certo disagio perché la loro posizione davanti alla vita non è una posizione che ci soddisfa. Quindi con gratitudine riconosciamo la loro grandezza, ma nello stesso tempo, con rispetto, ce ne distacchiamo perché non troviamo una vicinanza, una solidarietà, rispetto alla nostra visione del mondo. E quindi li abbandoniamo. Ma ripeto: non perché siano grandi o perché, al contrario non lo siano, ma perché sentiamo che con loro non si stabilisce un ponte vitale. O meglio: avvertiamo un ponte, ma sentiamo che la sua arcata non corrisponde al desiderio più profondo che abbiamo, al desiderio più profondo che la nostra vita esprime. C’è chi si accontenta, si capisce. Ma a un certo punto noi torniamo ai poeti che veramente ci portano oltre noi stessi e non quelli che ci scoprono lì dove siamo.
Alessio Torino è un autore da tenere d’occhio. Dalla scarna bandella di Undici decimi, scopriamo soltanto che è urbinate, nato nel 1975, e che questo è il suo primo romanzo. Dalla qualità della scrittura non si direbbe. Undici decimi è fatto di tanti piccoli tocchi di genio e di una lingua raffinata e precisa, nemica del generico, ma che pure si diverte giocando a nascondino: a cosa farà riferimento il titolo, per esempio? All’interno del romanzo non viene spiegato… Indagando un poco, si scopre che Alessio Torino insegna lettere classiche e ha curato seminari di traduzione, che il libro ha attirato l’attenzione di un critico come Claudio Magris, che è stato chiamato in concorso al Campiello, che ha vinto il Premio Frontino ex aequo con il non certo esordiente Marcello Fois. Insomma, sarà pure il suo primo romanzo, ma per tanti autori meno scrupolosi potrebbe benissimo rappresentare la tappa d’arrivo. E invece è di prossima uscita il suo secondo titolo, 
Luce, lingua, parola: ecco le tre keywords dell’ultimo incontro di BombaBibbia. Il Salmo 36 (35), si apre con una radicale disanima del malvagio secondo le Scritture. “Empio” non è tanto il ladro, l’assassino o l’immorale, quanto colui che ha interiorizzato una visione falsata («le sue parole sono cattiveria e inganno» v. 4) fino a varcare le soglie dell’autoinganno («egli s’illude con se stesso […] nel non trovare la sua colpa e odiarla» v. 3). Autoaccecandosi ha cancellato la differenza tra luce e buio, e ora – smarrito il rapporto con la realtà – brancola nel labirinto di specchi dell’autogiustificazione. Il salmista si rivolge allora al suo Signore con un’immagine sorprendente: «alla tua luce noi vediamo la luce» (v. 10). Come? Se la luce è ciò che permette di vedere, come può esserci bisogno di un’altra luce per vedere la luce stessa? Inevitabile ripensare al