La fantasia ha grandi radici

Il 7 giugno 1955, Il signore degli anelli è da poco uscito sbalordendo e disorientando il mondo letterario inglese,  J.R.R.Tolkien scrive a W.H.Auden, suo allievo e ammiratore: “Se si vuole scrivere una storia di questo tipo bisogna rifarsi alle proprie radici..”. Può sembrare sorprendente, se si considera la Terra di Mezzo e tutta la storia raccontata da Tolkien come una mera evasione dal mondo reale. E invece sembra dirci lo scrittore inglese che senza forti radicamenti nella propria terra, non si può nemmeno immaginare un’altra terra nè scrivere un’altra storia. Nel 1909 G.K.Chesterton aveva osservato che: “un albero cresce, e così cambia, ma sempre racchiudendo qualcosa di immutabile. Gli anelli più interni dell’albero sono ancora gli stessi di quando era un virgulto; non si possono più vedere ma rimangono centrali. Quando l’albero cresce un ramo sulla cima esso non si distacca dalle radici alla base ma, al contrario, più in alto cresce con i rami e più ha bisogno di aggrapparsi saldamente alle radici.” La figura dell’albero è centrale nel racconto “Foglia di Niggle” di Tolkien, che la figlia Priscilla considera la storia più “autobiografica” di quelle narrate dal padre. Questa breve nota per riflettere, forse non ce n’era bisogno, del legame strettissimo che c’è tra scrittura e vita, entrambi procedono e sembrano anche dividersi, ma sono rami dello stesso albero.


I materiali organici dei poeti

Mi sembra che molte riflessioni sulla poesia oggi si concentrino sulla sua funzione: civile, spirituale, morale e altro ancora. Io stesso ho affrontato questi temi in alcuni miei saggi, ma alla fine, quando i discorsi si complicano e si fanno sofisticati, avverto sempre come un bisogno impellente di tornare ingenuo. Qui vorrei quindi rigirare la questione e ricordare che la poesia è un «fatto», un semplice fatto nella vita di ogni uomo. La poesia non è innanzitutto una tecnica né il frutto di un’ispirazione. È tutto questo, si capisce, e molto altro. Ma è innanzitutto un semplice fatto nella vita delle persone umane, non un’ipotesi o una possibilità.

L’uomo ha iscritto nel suo essere l’espressione creativa che gli permette di usare le parole in maniera «strana», cioè singolare, non da referto medico. Ovviamente non intendo dire che ogni uomo è un poeta nel senso più classico del termine. Intendo far notare che l’esperienza poetica accomuna in radice tutti gli uomini in quanto tali, in quanto capaci di espressione linguistica.  Già dire «oggi è una bella giornata» è un gesto in radice poetico perché accosta un aggettivo a un sostantivo. Aggettivare una cosa è in radice un gesto creativo, e dunque poetico. Dimenticare questa osservazione tanto sbalorditiva quanto ovvia significa smarrire il senso dell’esperienza quotidiana, il modo umano di percepire il mondo.

La grande e dimenticata Margherita Guidacci in una sua bellissima riflessione dal titolo «Poesia come un albero» ci offre [Continua »]



Buon Natale! (con Iosif Brodskij)

Quali sono gli «ingredienti» di un miracolo? Il miracolo è forse una ricetta? Al presente, al passato e al futuro, cioè alla storia, anche personale è necessario aggiungere un «assaggio di vastità». Ecco il punto. A volte le nostre vite sono grette, chiuse, piccine: manca l’ampiezza, la vastità, la profondità. Il miracolo è fatto di questo: vedere uno spazio ampio in ciò che sembra ristretto da un orizzonte spaziale e temporale. Non c’è «deserto» per il miracolo, né landa desolata. Si intravede un stella accesa che illumina il mondo che altrimenti appare cavo e vuoto, destinato a perire, a finire, mentre il suo tempo è altro…

Per un miracolo, quali gli ingredienti? Il vello
del pastore, un pizzico appena di presente, un briciolo
di ieri, e alla manciata del giorno che verrà aggiungi
a occhio una fetta di cielo più quell’assaggio di pura vastità.
E si compie il miracolo. Perché i miracoli, [Continua »]


Solo la gratitudine pesa più del rimpianto

per M.G., il grazie che non ti ho potuto dire

Nei giorni immediatamente precedenti al Natale è legittimo attendersi meditazioni sulla gioia e sulla vita che nasce, non certo sulla malattia, il dolore e la perdita. Eppure gli ospedali non si svuotano né ci sono moratorie per la sofferenza: si muore come nei restanti giorni dell’anno, forse perfino con più tristezza. E mentre il viavai nei negozi si fa frenetico, non s’interrompe quello lento e inesorabile nei reparti terminali. Nelle chiese ascoltiamo letture sulla fine di questo mondo, su un brutale omicidio mosso dal fanatismo religioso e su una strage di bambini giustificata dalla ragione di Stato, e ci domandiamo cosa abbiano a spartire con la bellezza del ritrovarsi in famiglia e dell’esprimersi affetto attraverso un regalo, con l’odore buono delle pietanze in forno e la neve che custodisce la terra. Chi vive un lutto in questi giorni attraversa una sorta di schizofrenia: scopre che il dolore è un’interruzione necessaria quanto impossibile nella festa della vita. Che cos’ha da dire, allora, il Natale? Forse che non è un gioco, forse che non è neppure una festa come le intendiamo abitualmente. [Continua »]


Nell’ombra dell’attesa

Stanotte è, per molti uomini, la notte dell’attesa. La foto che pubblico a fianco a questo articolo in questo senso è più efficace qualsiasi parola. Ma cosa vuol dire “attesa”? Nel volume appena pubblicato da Ancora, “Nell’ombra accesa” (un’antologia di poesie curata da Antonio Spadaro) ci sono delle preziose intuizioni in merito e si trovano nei versi dei poeti e nelle brevi e scarne ma acute note del curatore.  Però, mi chiedo, giusto per fare l’avvocato del diavolo, non è che “attesa” rischia di diventare, come “esperienza” una parola-feticcio? Mi colpisce in tal senso la recente riflessione di Elmar Salmann su un’altra parola-feticcio, “responsabilità”, diventata un simulacro vuoto, dice il teologo benedettino, a causa dell’ipoteca di Levinas sulla teologia contemporanea.  Per la precisione Salmann scrive: “Responsabilità: come il valore, è una parola che si è ridotta a feticcio. Ormai siamo diventati responsabili di tutto, qualunque disgrazia ci interpella […] In realtà non c’è la responsabilità e non c’è l’altro: sono io che decido in determinate situazioni a chi rispondere”. Con la possibilità di non rispondere, e poi riprende: “Il levita [della parabola del figliol prodigo] avrà avuto le sue buone ragioni… La verità è che noi siamo fatti per poche persone. Pochi amici, qualche conoscente, un certo numero di persone più o meno riconoscibili. Poi basta. Io posso rispondere soltanto a coloro che riconosco come altri e dai quali a lungo andare io stesso vengo riconosciuto.”

Quindi, concludendo sull’attesa: è bello parlare dell’importanza dell’attesa, ma sta di fatto che se l’autobus tarda 5 minuti io sbuffo e a volte sottovoce impreco e se il mio pc (ma ora ho il mac!) ci mette qualche secondo in più e scrive “loading, wait..” anche qui sbuffo. Tutto questo per dire che l’attesa non è una cosa piacevole. E’ chiaro che l’attesa di cui si parla è un’altra, o no?Mi piacerebbe insomma parlare delle ombre che affollano la condizione dell’attesa. Parlarne insieme a voi. Ma intanto augurissimi a tutti, visto che fra poche ore l’attesa di molti verrà soddisfatta dall’avvento dell’Atteso.