Perché papà?

ScuolaPer ogni bambino arriva, inevitabilmente, il tempo dei perché. Arriva il momento in cui lo sgranare gli occhi non basta in più e si cercano le parole per descrivere quello che si è visto, per mettere insieme i pezzi. Allo stupore segue un desiderio di sistemazione. Di comprensione.

Mamma, io ho capito perché tu sei la mia mamma… ma papà perché è il mio papà?
Papà, ma perché porti un coccodrillo cucito sulla maglietta?
Papà, ma cosa significa “cosa significa”?

E per l’adulto cominciano i dolori. Il bambino accoglie con piena fiducia le parole dei genitori e il suo desiderio di ascolto pone con forza il tema dell’ “obbligo di risposta” che gli adulti hanno nei loro confronti, con le conseguenti responsabilità. Oppure no?

Nell’officina di sabato 18 dicembre p.v. sul tema rispondere, affronteremo questa e altre tematiche. Per arricchire la discussione chiedo ai naviganti uno sforzo di memoria. Ricordate domande impossibili, assurde, teologiche, spiazzanti, divertenti poste da bambini?
In caso di risposta affermativa, vi chiedo di scriverle nei commenti, specificando, se possibile, età e nome del domandante.


Everything That Rises Must Converge

Wilco: una nuova cultura in cui amicizia, arte e musica convergono.

North Adams (Berkshire, Massachusetts, Stati Uniti): immensi prati, boschi e colline punteggiate di verde, rosse fattorie sotto il sole che acceca, villette di legno con il dondolo sul patio e i colori pastello, trattori parcheggiati sul bordo della strada e banderuole sfidate dal vento: qualunque strada tu prenda per arrivare fin qui sei costretto a rallentare e osservare. Non vedrai vaste e sconfinate pianure, né i monti del Vermont poco distanti o le Catskills Mountains a un’ora di macchina; tutt’intorno solo piccole alture e ordinate, curate cittadine di collina, che North Adams, al confronto, è una vera e propria città, con il McDonald’s, il centro commerciale, più di una banca e i monumenti. Quando sei lì, prendi il Mohawk Trail, la strada di là dai monti e tra gli alberi che segue l’antico percorso indiano: d’estate era tutta nebbia, d’inverno sarà tutto ghiaccio. C’è un fiume, lungo la strada, il roccioso Hoosac River (il fiume “al di là”, appunto), che un secolo fa ha trasformato questa cittadina di campagna in uno dei maggiori centri industriali dell’East Coast. Le vedi quelle splendide, enormi, misteriose fabbriche abbandonate lunga la strada? Non ti viene da pensare, bisognerebbe proprio farci qualcosa, lì dentro?

È estate a North Adams, il sole brucia sull’asfalto dei cortili, sui mattoni piccoli e rossi, sul ferro incandescente, sulle lamiere dei ponti sospesi. All’inizio c’era una delle più importanti fabbriche di tessuti americane, poi è arrivata la Sprague Electric Co. (con i suoi materiali elettrici e le armi) e oggi il più grande museo di arte contemporanea degli Stati Uniti, il MassMoca (Massachusetts Museum of Contemporary Art).

«North Adams è un po’ come Chicago» dice John Stirratt, il bassista dei Wilco (gruppo con base, appunto, a Chicago, che ha scelto il MassMoca come sede per il proprio festival musicale): «una perfetta combinazione di campagna e ambiente urbano, contesto industriale e artistico», aggiunge Jeff Tweedy, front-man del gruppo. Una Chicago un po’ più intima, e folle.

Il museo, ad esempio, ospita una mostra pazzesca, la retrospettiva di SolLewitt, 105 pareti (non le ho contate io) ricoperte di figure geometriche, linee che si intersecano, cubi che inglobano sfere che inglobano cubi… centinaia di metri di mura dai colori sgargianti o in rigoroso bianco e nero. Il fatto stupefacente è che, da quel che ho capito, SolLewitt ha lavorato, da vivo, alla mostra che sarebbe stata la sua prima retrospettiva da morto, una sorta di testamento, «lascio questo», e questo rimarrà qui per 25 anni (che ne faranno poi e come lo porteranno via è un mistero).

Se ciò non bastasse, a capire lo spirito del posto, allora bisogna vedere gli alberi piantati a testa in giù da Natalie Jeremijenko’s (Tree Logic) e l’appartamento capovolto e appeso al soffitto di Iñigo Manglano-Ovalle (Gravity is the Force to be Reckoned With), che insieme farebbero bella coppia nel paese dell’incontrario; e poi le installazioni del Material World (tunnel di luce, cascate di materiali vari, grovigli di corde e funi, masse informi di tessuti), e soprattutto i piccioni, gli animali impagliati, i cumuli di pesci nella sabbia color carbone, i fiori finti, tutto quel nero o tutto quel bianco accecante della stupefacente mostra di Petah Coyne, Everything That Rises Must Converge, ispirata all’opera della scrittrice Flannery O’Connor. Ecco, mi sembra che proprio nel titolo di quest’opera – nella convergenza di ciò che sorge, che si innalza – sia un po’ racchiuso il senso di quello che ci aspetta qui dentro: una tensione crescente, convergente, tra vulnerabilità e forza, tra esperienza e inesperienza, innocenza e seduzione, bellezza e decadenza, vita e morte.

In effetti il luogo è perfetto per il progetto dei Wilco: combinare musica con installazioni, video, performance teatrali, proiezioni. E il MassMoca, scopro dagli opuscoli che trovo in giro, è un’istituzione dedicata appunto «alla presentazione di lavori che rompano le convenzionali separazioni tra discipline». Nasce così, dunque, il Solid Sound Festival dei Wilco (13/15 agosto 2010): un festival per gli amici, l’arte, la musica.

Tra gli amici Mavis Staples, la leggenda del Soul, settantuno anni maestosi e regali, di cui almeno sessanta spesi a cantare gospel con gli Staples Singers, la band di famiglia. E ci tiene a ricordarlo, lei, è la prima cosa che dice salutando il pubblico, quant’è lunga la sua storia musicale, prima di attaccare con il gospel di Wonderful Savior. Sono quasi tutti pezzi dell’ultimo album quelli che interpreta, in omaggio all’amico Tweedy che l’ha prodotto, suonato, e che ha scritto per lei Only the Lord Knows e la title track You’re Not Alone (ed è con lei, sul palco). Da quell’intreccio stupefacente di generi, anni e stili, Mavis Staples offre perle come Too Close to Heaven (memoria dei tempi del padre), Wrote a Song for Everyone – in cui il pezzo di John Fogerty, cantato da lei, ruggisce – e una sensazionale versione di The Weight (con tutti i sessantottini in coro). Facile immaginare la conclusione, quella gioia vibrante di I’ll Take You There con la folla che canta estasiata uno dei pezzi più coinvolgenti degli Staples Singers.

Altro gruppo leggendario (e amico dei padroni di casa) è quello dei Baseball Project: sul palco uno sfrenato Steve Wynn (Miracle 3, Dream Sindacate e straordinario solista), Mike Mills dei R.E.M., Linda Pitmon alla batteria (che donna!, pensi, e da donna vorresti immediatamente iniziare a suonare la batteria anche tu, per essere come lei), e Scott McCaughey dei Minus 5 che chiacchiera tantissimo: prima di The Yankee Flipper, per esempio, lui e Mills raccontano una buffa storia di una notte a base di tequila con un giocatore dei New York Yankees che, dicono, dopo di allora non giocò più tanto bene, e si ritirò presto. Eh già, perché di baseball si parla – e si canta – per quasi tutto il concerto: con un pubblico che, tanto per capirci, conosce canzoni come Harvey Haddix parola per parola (anche di Haddix ci viene raccontata la sfortunata vicenda – 12 innings perfetti che non fanno una vittoria – prima di farci ascoltare quel pezzo fatto tutto di nomi di giocatori che non c’è niente da fare, se sei donna e vieni dall’Italia non è che la capisci poi tanto).

Sul palco si susseguono poi gli esordienti Brenda, le Mountain Man (tutte ragazze nonostante il nome), gli adorabili Vetiver (raccomandati come uno dei migliori gruppi del nuovo folk rock USA, e le aspettative non deludono) e la sorpresa dei giovanissimi The Books, che giocano, letteralmente, in casa: Nick Zammuto e Paul de Jong registrano qui, tra le colline sovrastanti il MassMoca. I due recuperano materiali da vecchi LP e vecchissime registrazioni televisive, registrazioni da radio, segreterie telefoniche, video e cassette amatoriali, creando da questa miscela straordinari percorsi visivi e musicali, (Take Time, Meditation, Smell like Content). Giovanissimi anche gli Avi Buffalo: si presentano al sound check che sembrano liceali spaesati al primo concerto al college, il diciannovenne Avigdor Zahner-Isenberg tiene gli occhi bassi e le mani aggrappate al microfono, mentre l’altrettanto giovane batterista, piedi scalzi e riccioloni voluminosi, sembra appena uscita dalla casa delle bambole. E poi, invece, a concerto iniziato, l’energia della giovinezza e dell’essere gruppo sovrasta la natura schiva dei singoli, e candore e grazia si accompagnano alla gioia, all’energia, alla voglia (e alla consapevolezza) di farcela.

E poi, ovviamente, ci sono i Wilco e il concerto di Jeff Tweedy (nei link un commento a parte), ma c’è anche quello che fanno i membri del gruppo quando non suonano insieme: i Pronto del tastierista Mikael Jorgensen, un’esplosione di elettronica bizzarra e un po’ confusa, a tratti anche misteriosa (nel senso che ti chiedi: ma che sto ascoltando? Ma di sicuro loro si divertono in un modo pazzesco); gli Autumn Defens, con John Stirratt e Pat Sansone, più caldi e brillanti, più dolci, più stile Wilco, per intenderci. Un gruppo carino, verrebbe da dire. Nels Cline propone il trio di chitarre jazz The Nels Cline Singers (senza singers), e Nels Cline è sempre Nels Cline: quando tiene in mano uno strumento sembra impegnato in un duello all’ultimo sangue (il suo). Sarebbe il gruppo più all’avanguardia – commentano in molti – se non fosse per gli On Fillmore di Glenn Kotche (con il batterista dei Wilco che quasi decapita una passante mentre si aggira tra il pubblico roteando sulla testa un improbabile strumento musicale).

Accompagnato al contrabbasso da Darin Gray (abitone bianco fino al polpaccio dal quale spuntano calzettoni azzurri e scarpe rosse), Kotche offre variazioni di una specie di exotica anni Sessanta in versione più decadente, eterea, interrotta da momenti di divertita follia (come l’involontaria decapitazione).

Aver citato Kotche ci riporta immediatamente al MassMoca, che non c’è sala che non contenga una parte della sua mostra interattiva (Interactive Drum Heads): una serie di batterie sparse per tutto il museo (sparse nel senso di appese al soffitto, alle pareti e solo talvolta poggiate al pavimento) sulle quali il batterista dei Wilco ha attaccato fili di rame, molle, pezzi di metallo, di plastica, stuzzicadenti, ritagli di carta ruvida e altre sconcertanti applicazioni. A vederle, non si capisce mica il senso. Poi però un pomeriggio arriva lui e ti fa vedere i suoni che ne ricava e ti dice pure in quali canzoni ha usato gli stuzzicadenti e in quali il filo interdentale (!), e tu ti ricordi quei suoni strani che hai sentito in certi brani dei Wilco e ti sei chiesto «e questi da dove vengono» e ora lo sai.

Se non bastasse questo, a dire quanto si sono divertiti i Wilco a pensare e immaginare e realizzare il festival, allora bisogna proprio andare a vedere (e, anche in questo caso, a sentire e sperimentare) la Stompbox Station di Nels Cline, in cui i più svariati effetti a pedale (ma decine, eh? I suoi preferiti, dice Cline) sono stati disposti in due cerchi intorno a una serie di altoparlanti: spetta al pubblico accucciarsi a terra e toccare, switchare, manipolare… con il risultato di un caotico, assordante, e divertentissimo frastuono.

Chi di loro manca? Pat Sansone. Al confronto con le bizzarrie dei suoi colleghi la scelta di una mostra fotografica può apparire banale, ma solo se non si va a vederla. Quanta poesia c’è, nelle sue Polaroid, e quanta attenzione al dettaglio, quanta armonia.

Insomma, sembra proprio vero quello che dicono i giornali di qui, che i Wilco «stanno creando una cultura diversa, una cultura del rispetto – anche dei luoghi – del recupero e della contaminazione»… e questo festival è quel che prometteva di essere: un sogno realizzato. È pensando a questo che ce ne andiamo da qui, e solo per dirigerci poco lontano, a vedere in un altro museo di una più grande città i Califone. La proiezione del loro film All My Friends Are Funeral Singers, con il gruppo che suona ai piedi dello schermo, in una sala con non più di trenta persone, ci farà pensare a quanto anche loro facciano parte di questa nuova cultura… come, esattamente, definirla, non si sa: però c’è e funziona.


50 anni per il capolavoro di Flannery O’Connor

Mezzo secolo fa vedeva la luce Il cielo è dei violenti di Flannery O’Connor (1960), uno dei massimi capolavori della letteratura americana. Un romanzo tanto perfetto quanto urtante. «Inaffondabile» l’ha definito il critico Harold Bloom, neanche parlasse di un caccia torpediniere, e bisogna dargli ragione. Anche se piuttosto breve, leggerlo richiede tempo. Le pagine sono robuste e sostanziose come razioni di pane nero e lardo: impossibile digerirne più di una ventina al giorno. Ogni parola è definitiva, ogni frase pare incisa nella pietra e nel cielo. Il cielo è dei violenti rappresenta il vertice di un’esistenza interamente dedicata alla scrittura, che la O’Connor intese sempre come precisa, esigentissima vocazione. Non ho più letto nulla di simile e, forse, neppure esiste.

Come ogni grande romanzo o lo si ama o lo si detesta. Alla sensibilità politically correct apparirà come l’opera repellente di una zitella inacidita che sbatte sulla pagina “negri”, “deficienti” e amenità del genere. Siamo negli anni Quaranta, da qualche parte nel Sud degli Stati Uniti, probabilmente in Georgia. Sulla scena, una manciata di personaggi: il vecchio Mason Tarwater, suo nipote Francis Marion, lo zio Rayber e suo figlio Bishop. Apprendiamo che Mason – un predicatore ambulante con il fuoco del profetismo nelle ossa – ha appena tirato le cuoia facendo colazione. Francis Marion, che è cresciuto con lui, saluta il vecchio fanatico ubriacandosi al punto da incendiare la loro abitazione. E abbandona la piccola proprietà, avventurandosi tra boschi e campi di pannocchie: ma non c’è luogo sicuro, e dopo Santuario di Faulkner, perfino le pannocchie sogghignano di perversione sotto la loro scorza agreste e puritana. Francis ammira più di quanto gli piace ammettere quel vecchio vissuto in balia della propria brama di assoluto, ma al tempo stesso teme che quel nocciolo di follia possa germogliare nel suo stesso sangue: «Allora anche lui sarebbe stato dilaniato dalla fame, come il prozio, il suo stomaco non avrebbe più avuto fondo e nulla avrebbe potuto guarirlo o saziarlo, se non il pane della vita».

Meglio lasciar perdere e virare su una vita più convenzionale. Inebriato da un sogno di completa autonomia, il giovane Tarwater tenta disastrosamente di apprendere un lavoro per poi arrendersi e presentarsi in casa dello zio, il maestro Rayber. Che è l’antitesi del vecchio Mason. Rayber vuole comprendere tutto per non dover credere in niente. Più che un razionalista, è un anestesista: non usa l’intelligenza per cercare la verità, quanto per addomesticare e sottomettere la realtà. Peccato che la realtà si sia fatta beffe di lui impiantando il mistero nella sua stessa casa, nella sua stessa carne. Il figlio Bishop, infatti, è un bambino «che è bambino da secoli», «un povero idiota» dagli occhi limpidi «come se dall’altra parte sprofondassero, giù, giù in due pozzanghere di luce». Uno «sbaglio della natura» che tuttavia Rayber non può impedirsi di amare disperatamente, quasi fosse l’ultimo baluardo di umanità inespugnato dall’implacabile volontà di dominio della sua ragione. Il giovane Tarwater, invece, lo detesta. Detesta quel bambino ritardato perché vi vede riflesso il proprio futuro, la missione che il vecchio Mason gli ha consegnato prima di morire: battezzare Bishop a ogni costo, perché «anche un idiota è prezioso per il Signore». La battaglia è tutta qui: riuscirà il gelido Rayber a “guarire” Tarwater dal fanatismo del vecchio o sarà il ragazzo a “purificare con il fuoco” gli occhi del maestro? La risposta piomberà attraverso la tragedia senza risparmiare alcuno.

Flannery O’Connor secondo Christine Marie Larsen

I protagonisti dei due romanzi della O’Connor paiono incarnare il grido di Arthur Rimbaud nella Stagione all’inferno: «Voglio la libertà nella salvezza […] Sono schiavo del mio battesimo […] l’inferno non può intaccare i pagani». Hazel Motes, il protagonista di  La saggezza del sangue, viene definito «cristiano suo malgrado»; similmente il giovane Francis Marion è un «servo forzato di Dio». Nella loro rivolta all’incalzare dell’assoluto, entrambi non temono di macchiarsi anche di gesti estremi: «Non bisogna dire di no – aveva ammonito il vecchio Tarwater – bisogna fare di no».Proprio qui sta l’eroismo di questi fervidi bestemmiatori, nel loro lanciarsi in una lotta contro Dio che potrà concludersi solo con l’annichilimento di uno dei contendenti. La moralità del loro comportamento è così chiarificata dalla O’Connor: «L’integrità di una persona consiste mai in ciò ch’è incapace di fare? Credo che di solito il caso stia proprio così, poiché libero arbitrio non significa un’unica volontà, ma molte volontà a conflitto in un unico individuo».

Motes come Tarwater tentano disperatamente di distruggere il marchio dell’assoluto sulla propria vita; entrambi hanno percepito che la pretesa cristiana è talmente destabilizzante (perfino la morte – l’unica certezza! – viene stravolta) che non si può venire a compromessi. Non è possibile sottrarsi dal confronto. Non basta spiegare e tenere a bada, come fa Rayber, perché il rimosso resta lì, accucciato nel buio, tramutato in rimorso e rimpianto abissali che si possono zittire solo pietrificando il proprio cuore. Recalcitranti come il profeta Geremia e pronti alla lotta come Giacobbe, entrambi i protagonisti si formeranno alla scuola della resistenza e della resa, uscendo dallo scontro con la propria anca slogata: la vista per Hazel Motes, la fame per Francis Tarwater. La loro pretesa di autosufficienza, strenuamente difesa fino all’ultimo e giocata senza riserve, sarà rasa al suolo, capovolta in una dipendenza altrettanto fermamente cercata e voluta. Riceveranno occhi nuovi e una fame nuova. Sensi invasi dal fuoco per addentrarsi in un mondo sempre più misterioso.

Un assaggio dell’opera

Il raggio dei fanali rivelò il ragazzo al margine della strada, mezzo accucciato, la testa voltata in attesa, e gli occhi, per un istante, si accesero rossi come quelli delle lepri e dei cervi che guizzano di notte sullo stradone, davanti alle macchine in corsa. Aveva i calzoni bagnati fino al ginocchio, come se avesse attraversato una palude. L’autista, minuscolo nella cabina a vetri, fermò il camion gigantesco e lasciò il motore al minimo, mentre apriva la portiera sporgendosi sopra il sedile vuoto. Il ragazzo montò.
Era una bisarca, enorme e scheletrica, con un carico di quattro automobili, stipate come proiettili. Il conducente, un tipo segaligno, dal naso piegato seccamente all’ingiù e dalle palpebre grevi, lanciò un’occhiata sospettosa al passeggero, poi cambiò marcia e il camion riprese a muoversi, rombando clamorosamente. – Devi tenermi sveglio, altrimenti non viaggi, bellezza, – annunciò il conducente. – Non ti ho preso su per farti un favore –. La sua voce, con un accento di tutt’altra parte del paese, si arricciava all’insù alla fine di ogni frase.
Tarwater aprì la bocca, come se si aspettasse delle parole, che non vennero. Rimase a fissare l’uomo con la bocca semiaperta e il viso bianco.
– Non scherzo, ragazzino, – disse il camionista.
Il ragazzo teneva i gomiti inchiodati ai fianchi, per dominare un tremito convulso. – Voglio arrivare soltanto dove questa strada incrocia la statale Cinquantasei, – disse infine. C’erano dei curiosi alti e bassi nella sua voce, come se l’usasse per la prima volta dopo averla perduta chissà quando. Pareva che lui stesso l’ascoltasse, che cercasse di afferrare, al di là del tremito che lo scuoteva, una solida base di suono.
– Attacca a parlare, – ordinò il camionista.
il ragazzo si umettò le labbra. Dopo un momento disse con voce acutissima, completamente incontrollata: – Non ho mai perso tempo a parlare in vita mia. Ho sempre fatto qualcosa.
– Cos’hai fatto, ultimamente? – s’informò il camionista. – Com’è che hai i calzoni bagnati?
Il ragazzo abbassò gli occhi sui calzoni bagnati, e continuò a fissarli. Pareva che distraessero i suoi pensieri da quanto stava per dire, che assorbissero tutta la sua attenzione.
– Sveglia, cocco, – disse il camionista. – Ti ho domandato com’è che hai i calzoni bagnati.
– Perché, quando l’ho fatto, non me li sono levati, – rispose Tarwater. – Mi sono levato le scarpe, ma i calzoni no.
– Quando hai fatto cosa?
– Sto andando a casa mia, – annunciò il ragazzo. – È un posto che per arrivarci devo scendere alla Cinquantasei; poi, dopo un po’, prendo una carreggiata. Probabilmente, sarà mattina, quando ci arriverò.
– Com’è che hai i calzoni bagnati? – insisté il camionista.
– Ho annegato un bambino, – rispose Tarwater.
– Soltanto uno?
– Sì –. Il ragazzo allungò una mano e afferrò l’uomo per la manica della camicia. Per qualche secondo le sue labbra si mossero a vuoto. Si fermarono, poi ripresero, come se, dietro, vi fosse la forza d’un pensiero, ma non parole. Tarwater chiuse la bocca, poi ritentò, ma non venne alcun suono. Tutt’a un tratto la frase si precipitò fuori e svanì. – L’ho battezzato.
– Che? – fece il camionista.
– È stato un incidente. Io non volevo, – affermò Tarwater, senza fiato. Poi, con voce più calma aggiunse: – Le parole mi sono uscite da sole, ma non vogliono dir niente. Non si può nascere due volte.
– Non dare i numeri, – protestò l’uomo.
– Io volevo soltanto annegarlo, – spiegò il ragazzo. – Si nasce una volta sola. Erano soltanto parole, che mi sono scappate di bocca e sono cadute nell’acqua –. Scosse il capo con violenza, come per disperdere i suoi pensieri.
– Dove sto andando non c’è più niente, solo la stalla, – riprese poi –. La casa è bruciata ma io preferisco così. Non voglio niente di suo. Adesso è tutto mio.
– Suo di chi? – domandò l’uomo.
– Del mio prozio, – spiegò il ragazzo. – Sto tornando là. E non me ne andrò più. Là sono il padrone. Nessuna voce si leverà contro di me. Non avrei mai dovuto andarmene, solo che dovevo dimostrare che non ero un profeta, e adesso l’ho dimostrato –. Fece una pausa e diede uno strattone alla manica del conducente. – L’ho dimostrato annegandolo. E anche se l’ho battezzato, è stato un incidente. Adesso posso farmi gli affari miei finché vivo. Non devo fare battesimi né profezie.
L’uomo lo guardò, brevemente, poi tornò a fissare la strada.
– Non ci sarà né distruzione né fuoco, – dichiarò il ragazzo. – C’è gente che sa agire e gente che non sa agire, gente che ha fame e gente che non ne ha. Tutto qui. Io so agire. E non ho fame –.Le parole si affollavano come se facessero a spintoni per uscire. Poi, improvvisamente, il ragazzo tacque. Aveva l’aria di studiare l’oscurità che i fari spingevano davanti a loro, sempre alla stessa distanza. Improvvisi cartelli pubblicitari balzavano su e svanivano, ai lati della strada.
– È una storia senza capo né coda, ma inventane un altro pezzo, – invitò il camionista. – Devo restar sveglio. Non ti do un passaggio per divertimento.
– Non ho altro da dire, – fece Tarwater. La sua voce era esile come se qualche parola in più dovesse distruggerla per sempre. Sembrava che si rompesse, appena un suono aveva trovato la strada per uscire. – Ho fame, – annunciò Tarwater.
– Hai appena detto che non avevi fame, – osservò il camionista.
– Non ho fame di pane della vita, – spiegò il ragazzo. – Ho fame di qualcosa da mangiare, subito. Ho vomitato il pranzo e non ho cenato.
Il camionista si frugò in tasca e tirò fuori un mezzo tramezzino, avvolto nella carta oleata. – Prendi questo, – offrì. – Ne ho mangiato un boccone solo. Non mi piaceva.
Tarwater prese il tramezzino e lo tenne in mano, incartato. Non lo svolse.
– E dài, mangia! – fece il camionista, esasperato. – Cos’è che hai?
– Quando è il momento di mangiare non ho fame, – spiegò Tarwater. – È come se il vuoto nel mio stomaco fosse una cosa solida che non permette a nient’ altro di andar giù. Se lo mangiassi, vomiterei.
– Senti, – fece il camionista, – io non voglio che tu mi faccia i gattini qua dentro, e se hai qualche malattia contagiosa, fai il favore di scendere subito.
– Non sono malato, – replicò il ragazzo. – Non sono mai stato male in vita mia, salvo qualche volta, quando ho mangiato troppo. Quando l’ho battezzato, erano soltanto parole. A casa, sarò il padrone. Dovrò dormire nella stalla, finché non potrò ricostruirmi una casa. Se non fossi stato così idiota, l’avrei portato fuori e l’avrei bruciato all’aperto. Non avrei bruciato la casa, insieme a lui.
– Vivendo s’impara, – affermò il camionista.

L’epigrafe al romanzo: «Il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono» (Mt 11,14)

(la prima versione di questo articolo è comparsa su ZENIT 07/12/2010)


Per spostare la notte più in là

sherazadPrendo in prestito il titolo di un libro di Mario Calabresi per commentare il fatto che con il blog di BombaCarta abbiamo mille e più post!  Il numero mi fa venire in mente il grande libro che raccoglie i racconti delle Mille e una notte e la famosa vicenda della bella Sherazad, la narratrice che raccontando sposta la notte/morte più in là. Ma questo non è forse il senso della letteratura tout-court? Narriamo proprio perchè siamo mortali? O anche perchè siamo innamorati e abbiamo “i polmoni pieni di gioia” come diceva Henry Miller (e ricordava Michela in questo blog poco tempo fa)? La letteratura ha il sapore della mortalità o dell’amore che è l’unica forza che vince la morte? L’amore conta, come canta Ligabue chiedendosi se “conosci un altro modo per fregar la morte?”. A me piace molto questo “spostare più in là”, mi fa pensare all’al di là.. Nel suo ultimo libro-intervista Benedetto XVI parla dei due effetti che, secondo lui, il cristianesimo produce: “dà gioia e allarga gli orizzonti” mentre invece “una vita vissuta solamente “contro” sarebbe insopportabile”. Penso che le due cose (la gioia e l’allargamento degli orizzonti) siano tra loro connesse, anche se non so ben calibrare il nesso di causalità. Comunque sia, penso che questa è la speranza che corre sotto i mille e più post del blog di BC: che siano portatori di gioia e allarghino i nostri orizzonti.


Respondere

Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit

Immagine del profiloTelephonicum colloquium fit. Adsum! Quis? / Mihi iterum dic. Sed qua lingua locutus es? Ita non est, tu non es, non es homo quem nos responsurum volumus. Non est homo quem responsurum existimavissemus. Quoties hoc nobis accidit? Interdum quidem. Numerum erravimus. Machinatio, qua nostro verbo “adsum” notissimum verbum “salve” respondet, effringitur his versibus illius poetae cui nomen est Lucianus Luisi. Ita responsi vim intelligimus: cum erratum responsum accipimus.
Qui poeta colloquium telephonicum facit et etiam iterum facit. Et ego, ut commotus, incertus, mihi me fortasse nomen quod vollem congruentem vultui tam somniatum animo finxisse dico. Nescimus si homo ab eo quaesitus vere sit aut si tantum imago, coniectura, magni absurdi voti proiectio sit: telephonico colloquio amata non respondet. Si quis respondet illa non est. Numerum reficio, tento milies appellare tuum nomen in vacuo, sed fatigatior ad perseverandum et ad cogitandum sum. Tunc poeta vestes deponit, lectum petit, se usque ad oculos tegit ad animo fingendam mulierem quae non est: et ita / – liberus te fingedi- pergo te quaerere.

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Gruppo di lettura a Firenze. Il sequel

Sono passati tre anni e mezzo, e questa storia incomincia a diventare seria.

O allegra.

Una storia senza pretese, forse,  come il funambolo che guarda esclusivamente l’appoggio successivo del piede, e con una serie innumerevole di appoggi costruisce un percorso. Il funambolo non guarda mai l’estremità del filo, e così facciamo noi. Un passetto alla volta, e così facendo abbiamo fatto tanta strada insieme.

Ci siamo conosciuti in occasione dell’apertura di una biblioteca a Firenze, che avrebbe dovuto lasciare spazi da gestire per incontri di lettori, occasioni di scambio di letture, anche in orario serale. Così non è stato, le promesse sono state disattese. Ma da quell’occasione di incontro, ci siamo ritrovati in una libreria, in qualche casa, in un bar, per poi ritrovarci da molto tempo presso la sede dei Gesuiti a Firenze. Certo, avremmo preferito una biblioteca, sede naturale per un incontro del genere, ma va dato atto ai gesuiti che si sono rivelati il solo punto di riferimento stabile e accogliente, e senza chiederci un euro. Grazie di cuore.

Ci ritroviamo una volta al mese, e nel corso del tempo si è selezionato un gruppetto di affezionati lettori, e anche amici, a questo punto.

Cristina. Lei ha letto praticamente tutto, con il sorriso intuisce l’origine del brano che stai leggendo, e fornisce, con le sue impressioni, un sigillo di competenza sul libro in questione. Viaggia perennemente in bicicletta in mezzo ai fumi di Firenze. Come fa, è un mistero.

Francesca. Spazia dai classici alla novità, è un piacere ascoltarla. Se per sbaglio dimenticate in una cena del gruppo una sciarpa a casa sua, lei farà di tutto per non riportarvela. Ma, si sa, nessuno è perfetto. [Continua »]


BombaBibbia Report (12/2010)

L’ultimo Laboratorio di BombaBibbia è andato male. Cioè, è andato bene, ma abbiamo parlato del male. E ne abbiamo parlato per bene. Nel senso che ne abbiamo parlato a lungo: praticamente tutti i brani portati ne parlavano, e si sono inanellati l’uno nell’altro con una consequenzialità incredibile, neanche fossero tratti dallo stesso libro. Allo start c’era il Vangelo di Luca 14,12-24: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti…». Immaginiamo tutta la laboriosa preparazione dei cibi e della sala, il viavai di persone, l’eccitazione e anche la trepidazione dell’anfitrione. Solo che pochi minuti prima dell’inizio gli ospiti cominciano ad accampare scuse assurde. Come se l’invito non gli fosse stato fatto da parecchio e non avessero avuto tutto il tempo per disdire la partecipazione per tempo. Il padrone di casa, comprensibilmente irritato, esplode in un interiore: “Questa festa s’ha da fare!”. E sostituisce gli invitati con emeriti sconosciuti. Emeriti miserabili sconosciuti. In abbondanza. Perché la festa non è festa se la casa non è piena, che poi ci si ritrova pure con un sacco di avanzi. E gli invitati? Si sono autoesclusi. Nessuno li ha cacciati via, se non loro stessi: hanno preferito altro, qualcos’altro gli è piaciuto di più. [Continua »]