Perché papà?

ScuolaPer ogni bambino arriva, inevitabilmente, il tempo dei perché. Arriva il momento in cui lo sgranare gli occhi non basta in più e si cercano le parole per descrivere quello che si è visto, per mettere insieme i pezzi. Allo stupore segue un desiderio di sistemazione. Di comprensione.

Mamma, io ho capito perché tu sei la mia mamma… ma papà perché è il mio papà?
Papà, ma perché porti un coccodrillo cucito sulla maglietta?
Papà, ma cosa significa “cosa significa”?

E per l’adulto cominciano i dolori. Il bambino accoglie con piena fiducia le parole dei genitori e il suo desiderio di ascolto pone con forza il tema dell’ “obbligo di risposta” che gli adulti hanno nei loro confronti, con le conseguenti responsabilità. Oppure no?

Nell’officina di sabato 18 dicembre p.v. sul tema rispondere, affronteremo questa e altre tematiche. Per arricchire la discussione chiedo ai naviganti uno sforzo di memoria. Ricordate domande impossibili, assurde, teologiche, spiazzanti, divertenti poste da bambini?
In caso di risposta affermativa, vi chiedo di scriverle nei commenti, specificando, se possibile, età e nome del domandante.

5 commenti a “Perché papà?”

  1. Federico Cerminara ha detto:

    Mia madre mi parla spesso di una domanda curiosa che le feci quando imparai a leggere. Eravamo qui a Roma, ci venivamo spesso in quel periodo e dalla visita precedente erano passati giusto due mesi, ma qualcosa nel frattempo era cambiato: le scritte nella metro. Qualcuno si era preso la briga di riempire i vagoni della metropolitana di indicazioni riguardo le fermate e avvisi vari di spettacoli nei teatri della capitale. “Mamma, ma perché queste scritte due mesi fa non c’erano?”

    Spesso ciò che porta un bambino a fare una domanda, è il suo stesso stupore nell’aver raggiunto una consapevolezza che prima gli mancava. Così io che avevo appena imparato a leggere, di fronte ad un universo nuovo che mi si spalancava, non riuscivo a concepire che le scritte sui muri esistessero prima che io potessi “apprezzarle”. C’è un libro molto bello che descrive questa presa di consapevolezza, tipicamente infantile. Si tratta di “Metafisica dei tubi”, breve romanzo eccentrico di Ameliè Nothomb, che ripercorre i primissimi anni di vita di una bambina nata in Giappone da una famiglia belga. In particolare viene messo in risalto il fascino per l’alternarsi delle stagioni: la natura può essere prodigiosa per una bimba che a tre anni non possiede la memoria dell’anno passato e quasi non le viene in mente di chiedere ai “grandi” cosa succede, perché non sospetta minimamente che loro conoscano la risposta.

  2. Emanuela Scicchitano ha detto:

    Non sono solo i genitori a ricevere domande imbarazzanti e a dover dimenarsi a dare risposte adeguate, ma anche gli insegnanti: qualche giorno fa una mia dolcissima alunna, portatrice di una sua speciale diversità, mi ha guardato con occhi turbati e con un bottone in mano mi ha chiesto: “Ma l’amore fa saltare i bottoni?” Perché lei il bottone l’ha ritrovato a terra quando, togliendosi il giubbotto, l’ha strappato con forza perché si era emozionata a vedere il suo innamorato. Lei da me voleva una risposta al suo stupore, al suo innamoramento: ma le risposte tardano a arrivare quando servono perché gli adulti spesso sono spiazzati dalla franchezza dei più piccoli, che con le loro domande fanno saltare i bottoni delle nostre sicurezze, dei nostri confini relazionali. insomma le domande fanno saltare i bottoni, le risposte dovrebbero ricucirli.

  3. Maurizio ha detto:

    “Ma l’amore fa saltare i bottoni?” è fantastico…

  4. Emanuela Scicchitano ha detto:

    Sì, Maurizio, anche io ho trovato la domanda posta dalla mia alunna “straordinaria” (nel suo significato etimologico originario di fuori dall’ordinario, dal quotidiano) come la situazione che l’ha generata perché intrecciava realtà (lei con il bottone in mano) e metafora (l’amore che fa saltare gli equilibri), come raramente capita. appena tornata a casa, il primo impulso è stato quella di scriverla per paura di dimenticarla: una delle oppurtunità del lavoro d’insegnante è rimanere stupiti, è apprendere dai propri alunni attravero le loro domande e quando capita non va sprecata, dimenticata.

  5. tanino ha detto:

    Insomma

    Non ricordo esattamente quanti anni avessi. Ero sicuramente molto piccolo, nell’età dei mille perché. Ed uno dei miei perché era: “Perché Peppe non parla?”.
    “Perché è sordomuto” rispondevano i grandi.
    “E perché è sordomuto?”.
    Peppe veniva quasi tutti i giorni da noi. Era povero, solo. Gli davamo da mangiare. Il fatto che fosse sordomuto non mi spiegava nulla. Volevo saperne di più.
    Assieme a mio fratello, di poco più grande di me, trovammo la spiegazione giusta: “Peppe non parla perché ha finito tutte le sue parole”.
    Ricordo che da quel giorno fui preso dalla nascosta paura di consumare tutte le mie parole. Da un momento all’altro anche le mie parole sarebbero finite, proprio come finisce un gelato.
    Così con mio fratello decidemmo di conservarci più parole possibili fino a che non saremmo diventati grandi. I grandi, infatti, non hanno problemi. Parlano, parlano, parlano e non hanno paura che le loro parole finiscano.
    E io vedevo che di parole i grandi ne avevano tante. E avevano parole difficili, anzi difficilissime. Mio padre, per esempio, quando parlava diceva spesso insomma. Io non sapevo cosa fosse quella parola. Non era un tavolo, non era un oggetto da me conosciuto. Era una parola che solo i grandi potevano dire.
    E mi dicevo: “Anch’io da grande potrò dire insomma tutte le volte che ne avrò voglia!”.
    E sognavo il giorno in cui finalmente avrei potuto dire: insomma!

    Con tanti auguri per Natale e grazie per quello che fate! Tanino Minuta

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