Buon Natale! (con Iosif Brodskij)

Quali sono gli «ingredienti» di un miracolo? Il miracolo è forse una ricetta? Al presente, al passato e al futuro, cioè alla storia, anche personale è necessario aggiungere un «assaggio di vastità». Ecco il punto. A volte le nostre vite sono grette, chiuse, piccine: manca l’ampiezza, la vastità, la profondità. Il miracolo è fatto di questo: vedere uno spazio ampio in ciò che sembra ristretto da un orizzonte spaziale e temporale. Non c’è «deserto» per il miracolo, né landa desolata. Si intravede un stella accesa che illumina il mondo che altrimenti appare cavo e vuoto, destinato a perire, a finire, mentre il suo tempo è altro…

Per un miracolo, quali gli ingredienti? Il vello
del pastore, un pizzico appena di presente, un briciolo
di ieri, e alla manciata del giorno che verrà aggiungi
a occhio una fetta di cielo più quell’assaggio di pura vastità.
E si compie il miracolo. Perché i miracoli, [Continua »]


Solo la gratitudine pesa più del rimpianto

per M.G., il grazie che non ti ho potuto dire

Nei giorni immediatamente precedenti al Natale è legittimo attendersi meditazioni sulla gioia e sulla vita che nasce, non certo sulla malattia, il dolore e la perdita. Eppure gli ospedali non si svuotano né ci sono moratorie per la sofferenza: si muore come nei restanti giorni dell’anno, forse perfino con più tristezza. E mentre il viavai nei negozi si fa frenetico, non s’interrompe quello lento e inesorabile nei reparti terminali. Nelle chiese ascoltiamo letture sulla fine di questo mondo, su un brutale omicidio mosso dal fanatismo religioso e su una strage di bambini giustificata dalla ragione di Stato, e ci domandiamo cosa abbiano a spartire con la bellezza del ritrovarsi in famiglia e dell’esprimersi affetto attraverso un regalo, con l’odore buono delle pietanze in forno e la neve che custodisce la terra. Chi vive un lutto in questi giorni attraversa una sorta di schizofrenia: scopre che il dolore è un’interruzione necessaria quanto impossibile nella festa della vita. Che cos’ha da dire, allora, il Natale? Forse che non è un gioco, forse che non è neppure una festa come le intendiamo abitualmente. [Continua »]


Nell’ombra dell’attesa

Stanotte è, per molti uomini, la notte dell’attesa. La foto che pubblico a fianco a questo articolo in questo senso è più efficace qualsiasi parola. Ma cosa vuol dire “attesa”? Nel volume appena pubblicato da Ancora, “Nell’ombra accesa” (un’antologia di poesie curata da Antonio Spadaro) ci sono delle preziose intuizioni in merito e si trovano nei versi dei poeti e nelle brevi e scarne ma acute note del curatore.  Però, mi chiedo, giusto per fare l’avvocato del diavolo, non è che “attesa” rischia di diventare, come “esperienza” una parola-feticcio? Mi colpisce in tal senso la recente riflessione di Elmar Salmann su un’altra parola-feticcio, “responsabilità”, diventata un simulacro vuoto, dice il teologo benedettino, a causa dell’ipoteca di Levinas sulla teologia contemporanea.  Per la precisione Salmann scrive: “Responsabilità: come il valore, è una parola che si è ridotta a feticcio. Ormai siamo diventati responsabili di tutto, qualunque disgrazia ci interpella […] In realtà non c’è la responsabilità e non c’è l’altro: sono io che decido in determinate situazioni a chi rispondere”. Con la possibilità di non rispondere, e poi riprende: “Il levita [della parabola del figliol prodigo] avrà avuto le sue buone ragioni… La verità è che noi siamo fatti per poche persone. Pochi amici, qualche conoscente, un certo numero di persone più o meno riconoscibili. Poi basta. Io posso rispondere soltanto a coloro che riconosco come altri e dai quali a lungo andare io stesso vengo riconosciuto.”

Quindi, concludendo sull’attesa: è bello parlare dell’importanza dell’attesa, ma sta di fatto che se l’autobus tarda 5 minuti io sbuffo e a volte sottovoce impreco e se il mio pc (ma ora ho il mac!) ci mette qualche secondo in più e scrive “loading, wait..” anche qui sbuffo. Tutto questo per dire che l’attesa non è una cosa piacevole. E’ chiaro che l’attesa di cui si parla è un’altra, o no?Mi piacerebbe insomma parlare delle ombre che affollano la condizione dell’attesa. Parlarne insieme a voi. Ma intanto augurissimi a tutti, visto che fra poche ore l’attesa di molti verrà soddisfatta dall’avvento dell’Atteso.



Una pantera da Tiffany

Oggi è morto Blake Edwards. Uno degli ultimi giganti del cinema americano. Ricordiamo, tra i tantissimi, alcuni dei suoi titoli: “Victor Victoria”, “Colazione da Tiffany”, tutta la serie della Pantera Rosa e, sempre con Peter Sellers, il suo capolavoro “Hollywood Party”. Da ragazzino quando andavo a vedere e a rivedere questo film al cinema (quando c’era la seconda e la terza visione e poi le sale parrocchiali) puntualmente ridevo a crepapelle e ricordo che alla scena del bagno dal ridere sono caduto dalla sedia. Fellini diceva che i comici sono i veri benefattori dell’umanità, il grande Blake è stato uno dei maggiori. Altro film della mia infanzia: “Operazione sottoveste”, quello del sottomarino rosa.. che dire? grazie Blake!

Il primo articolo della mia carriera da giornalista è stato la recensione al suol film “Sunset. Intrigo a Hollywood”, un film “minore”, che vuol dire maggiore di tanti film oggi in circolazione. Come è evidente sono molto affezionato a questo regista che aveva anche un inguaribile romanticismo. Anche i film più “puramente” comici, come “Mickey e Maude”, “Appuntamento al buio”, “Nei panni di una bionda”, c’è sempre un momento di romanticismo, dolente, struggente, umanissimo. In realtà Blake è stato un uomo dell’Oklahoma che aveva forte il senso del peccato e quindi l’anelito verso la purezza (forse rappresentata dalla moglie Julie Andrews?). La sua specialità era la comicità “catastrofica” e in ogni suo film c’è il momento del disastro a catena, della distruzione di tutto (perchè qualcosa possa rinascere). Il suo cinema ha sempre al centro una pantera da Tiffany, un elefante in un negozio di cristalleria. E’ il senso ultimo di “Hollywood Party”: in un mondo corrotto penetra una persona pura e il risultato non può che essere disastroso e devastante ma, alla fine, rivitalizzante perchè così apre una breccia, se vogliamo una “svolta di respiro”. Grazie Blake.


Top Ten: le migliori canzoni devozionali del 2010


L’anno che passerà ha riservato non poche sorprese riguardo la devozione a Gesù, nuova icona rock del terzo millennio alla conquista della cosiddetta musica “commerciale”, quella di plastica (usa e getta) che si ascolta distrattamente nei supermercati, dal barbiere o dalle colonnine audio di un lungomare. Un interesse che parte da Woody Guthrie con la sua “Jesus Christ”, passando per la Christian Music del fondatore Larry Norman, una pietra miliare la sua “Why Should the Devil Have All the Good Music”, per finire con lo sdoganamento della letteratura biblica nel rock’n’roll. Ora la riscoperta della fede nella pop music.

Nel 2010 c’è la riscossa  di un genere considerato “minore”, sottovalutato, maltrattato e messo ai margini delle nostre preferenze. Forse gli autori pop sono incapaci d’introspezione e di scrivere testi che abbiano un certo spessore? La classifica dimostra il contrario: una top ten di pop-rock e rap ispirato, canzoni vicine al cristianesimo o che irridono la Chiesa e i suoi dogmi. La chart farà storcere il naso ai più. Nelle canzonette scelte l’attenzione all’uomo e la tensione religiosa sono comunicate in maniera sì leggera ma genuina. Il mio macellaio di fiducia le fischietta allegramente mentre affetta un petto di pollo dietro il banco delle carni, ignorandone il senso profondo. Che non succeda mai più (segue grossa e grassa risata). [Continua »]