Degli dèi, degli eroi e degli uomini
Pare interminabile il piagnisteo circa l’incapacità del romanzo italiano di raccontare grandi storie, lasciandosi alle spalle la stagione dei referti sociologici, della risata funerea che tutto caricaturizza, dei giochi combinatori e delle dietrologie cosmiche. Curiosamente però, quando un romanzo osa per davvero il colpo d’ala, l’appoggio di un grande editore non lo si trova neppure a cercarlo con il lanternino. Neppure quando – come in questo caso – a sostenerlo ci sono firme come Tullio Avoledo, Giuseppe Genna, Alessandro Zaccuri o Giulio Mozzi.

V. Binaghi, I custodi del Talismano (Sottovoce, 2011)
E così I custodi del Talismano di Valter Binaghi (ed. Sottovoce, pp. 237, € 13,50), dopo aver pellegrinato di redazione in redazione, esce come primo titolo di una nuova casa editrice, il marchio Sottovoce.
E dire che Binaghi non è certo scrittore di primo pelo: di romanzi ne ha già pubblicati otto, portandosi a casa anche belle soddisfazioni di lettori e di critica. Definire “stimolante” il suo percorso sarebbe riduttivo. Redattore della rivista di controcultura Re Nudo negli anni Settanta, aveva accantonato la scrittura per insegnare storia e filosofia nei licei. Per trent’anni. Senza però mai trascurare la passione per il blues: e ancora oggi – 53 anni, moglie e due figli – continua a imperversare con la sua band nella provincia di Milano. Nel frattempo ha ripreso in mano la penna. [Continua »]



Cum capsulam aperio quid mihi accidit? Video ante me corpus, “rem” inter alia. Sed cum incumbo ad eam aperiendam inter manus meas dilabitur: quam si aperiendam aspicio res rei capsula, iam non res ipsa fit. Quis tandem tynni capsulam aut expectatae epistulae involucrum attente intuitus est? Aperire significat transire, inire, se deferre ad absentiam facturam finem necessarium esse scire. Capsula continentiam “retinet” et me ut patefactionem degustare possim “retardat”. Muneris integumentum fingendum nobis est. Quod aperiendi cupidissimi sumus, studiosissimi quia integumentum id in inopinatum nobis mutat. Aperiendi gestu tegumentum pretium novum adipiscitur. “Aperitivum” ad inopinatum iucundius gustandum fit. Quare suam ipsam pulchritudinem sibi parat (pulchra involucra, ianuas exornatas, confecturas comptas…): quod quae continentur celebranda sunt. In aperiendo igitur res necopinata semper est, etiam si animo nostro quid nos intus exspectat fingimus.
“Io credo che la poesia sia soprattutto questo. In fondo, uno cerca di capire. La poesia è strettamente legata alla vita. È una risposta che noi diamo alle domande, alle sollecitazioni della vita. A volte non è una risposta ma è un’altra domanda: io mi sono accorta che molto spesso si ottengono più facilmente le soluzioni capovolgendo i termini. Noi crediamo di ricevere delle domande a cui dobbiamo rispondere. In realtà tutto è risposta intorno a noi, e noi dobbiamo formulare le giuste domande. Comunque, attraverso questo procedimento di domanda o risposta, io cercavo una conoscenza, e quindi uno dei miei capisaldi è stata la chiarezza, perché la conoscenza mira a raggiungere una sua interna chiarezza e a trasmettersi con chiarezza”. A scrivere queste parole è
Io vedo davanti a me un oggetto, una “cosa” tra le altre. Ma nel momento in cui mi rivolgo ad essa con l’idea di aprirla, mi sparisce tra le mani: nel momento in cui la guado con gli occhi di uno che vuole aprirla, la cosa diventa il contenitore di una cosa, non più una cosa in sé. Chi ha mai fatto caso a una scatoletta di tonno o alla busta che contiene una lettera attesa? Aprire significa sapere che è necessario andare oltre, andare dentro, rapportarsi a una assenza che sta per cessare di essere tale.