Dall’etica alla poesia: andata e ritorno
Per me è davvero poco consueto partire dalla fine. Ovvero non mi capita mai di sviluppare un pensiero o un’idea cominciando dal fondo o dal punto d’arrivo. Eppure oggi non è andata così. È sempre colpa di qualcuno o di qualcosa che le cose si muovono… Guardate l’immagine di apertura di questo post.
La colpa di questo post è di Alex Giordano. Alex è un amico oltre che un marketer di fama, una delle anime di Ninja Marketing e docente di Social Media Marketing ed etnografia digitale. Ho ricevuto via web i Quaderni del Societing, un numero dedicato agli interventi e alle proposte teoriche emerse durante la Summer School in Finanza, Economia ed Etica, tenutasi a Salerno tra il 21 ed il 27 Agosto 2010. E quale fotografia chiudeva il documento? Bè, questo grande foglio pieno di spunti di riflessione per la redazione di un manifesto. Cosa mi ha colpito? Ovviamente la presenza, neanche troppo nascosta, della parola “poesia” in un mondo di insiemi che esprimono valori di mercato, di impresa, di società.
Al centro campeggia l’anima trainante del manifesto (badate, ci si riunisce, ci si associa per redigere un manifesto, ovvero per mostrare qualcosa di nuovo al resto del mondo, per creare qualcosa di valore insieme!): etica. L’amico e marketer Dr_Who con cui ho discusso di questa immagine mi ha fatto osservare un particolare importante: la distanza fra etica e poesia. [Continua »]
Baudelaire, il canto della contraddizione
Parigi è una città di cimiteri: si erge sopra fosse comuni ordinatamente occultate nel sottosuolo e alla luce del sole vanta tombe illustri ed eccentriche, mete di veri e propri pellegrinaggi. Tutti conoscono il Peré Lachaise, eppure è a Montparnasse che riposano i più grandi cantori della capitale francese. Qui non troverete Jim Morrison, ma Serge Gainsbourg. E neppure Oscar Wilde, ma il padre della poesia moderna, Charles Baudelaire. Colui che scrisse: «le tombe capiranno sempre il poeta»…
All’appuntamento con I fiori del Male si sono presentati traduttori quali Bertolucci, Caproni, Raboni, Bufalino, ai quali si aggiunge ora questa nuova edizione (Salerno, pp. XLIII+519, € 22) curata da Davide Rondoni: fedele al testo, sensibilissima al ritmo e pronta – appena l’italiano lo permette – a restituire rime e assonanze dell’originale. Canzoniere d’amore e poema epico apparentemente rovesciati, I fiori del Male sono – nota Rondoni – «l’opera più grande della modernità sulla contraddizione umana». [Continua »]
Una cosa divertente che non farò mai più
In una discussione non troppo recente, ci si chiedeva tra amici se fosse giusto approfondire la conoscenza di uno scrittore particolarmente apprezzato, passando allo studio della sua biografia, visitando i luoghi in cui ha vissuto, appagando così il desiderio di una conoscenza più intima. Secondo alcuni si corre il rischio di avere delle brutte sorprese: il poeta è cosa diversa dall’uomo. Altri mi mettono invece in guardia dal pericolo di una lettura biografica dei testi, alla ricerca di conferme, o smentite, riguardo eventi realmente accaduti. Il caso David Foster Wallace è da questo punto di vista molto interessante; come si fa ormai a scrivere, o semplicemente parlare di lui, senza prendere in considerazione il folle gesto suicida? D’altronde non c’è bisogno di cercare lontano: Infinite Jest abbonda di personaggi sull’orlo della depressione o comunque affetti da diverse e preoccupanti forme di Dipendenza. Ciò che tutto sommato appare strano, al punto quasi da far male, è che pochi altri scrittori son riusciti a rendere alla carta un pari fascino per la vita. [Continua »]
Recordari
Ex Antonii Spadari chartula Rosa Elisa Giangoia vertit
Auctores magni, sine controversia magni, sunt. Poetae magni, ante quorum magnitudinem molestia quadam afficimur quod eorum ante vitam status nos non satisfacit sunt. Igitur animo grato eorum magnitudinem recognoscimus, sed simul, studio et officio, eis quod alieni et peregrini a nostra de mundi sententia sunt decedimus. Quos igitur relinquimus. Sed iterum dico: non quia magni sint aut contra non sint, sed quod almum pontem inter eos et nos non creari intelligimus. Aut melius: pontem intelligimus sed eius fornicem nostro desiderio profundissimo , desiderio profundissimo nostra vita expresso non respondere intelligimus. Quispiam sibi satisfacit, in promptu est. Sed ad poetas qui vere nos ultra nos ipsos ferunt neque ad eos nos ubi sumus invenientes certe redimus. Inter quos poetas mihi est ille Caesar Pavese. Qui in libro suo qui inscribitur Vivendi ars scripsit res vere [Continua »]
Arcipelago Solženicyn / 1 – A colloquio con Adriano Dell’Asta
Chi ha paura di Aleksandr Solženicyn? La recente uscita della monumentale biografia Solženicyn di Ljudmila Saraskina (San Paolo, pp. 1441, € 84) rappresenta un’occasione per tornare a leggere il grande autore russo, Premio Nobel per la letteratura nel 1970, imprigionato nei campi di lavoro e successivamente esiliato dall’Unione Sovietica.
Strano destino, il suo: pare che dopo aver letto il suo primo romanzo – Una giornata di Ivan Denisovič – la poetessa Anna Achmatova abbia sentenziato: «Questo romanzo deve essere letto e imparato a memoria da ciascuno dei duecento milioni di cittadini dell’Unione Sovietica». Nikita Chruščëv in persona volle conoscere colui che aveva raccontato secondo verità quanto accadeva nei campi di lavoro. Ma il favore sarebbe durato poco… ben presto il suo «umanesimo di compensazione» nonché l’«inutile senso di pietà» – così secondo la Pravda – furono considerati ostacoli contrari alla «battaglia per una moralità socialista».
Ne abbiamo parlato con Adriano Dell’Asta, professore di Lingua e Letteratura Russa all’Università Cattolica di Brescia e di Milano, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Mosca e curatore dell’edizione italiana della biografia di Solženicyn. [Continua »]
Ricordare
Ci sono scrittori grandi, indiscutibilmente grandi. Ci sono dei poeti grandi, di fronte alla grandezza dei quali si prova però un certo disagio perché la loro posizione davanti alla vita non è una posizione che ci soddisfa. Quindi con gratitudine riconosciamo la loro grandezza, ma nello stesso tempo, con rispetto, ce ne distacchiamo perché non troviamo una vicinanza, una solidarietà, rispetto alla nostra visione del mondo. E quindi li abbandoniamo. Ma ripeto: non perché siano grandi o perché, al contrario non lo siano, ma perché sentiamo che con loro non si stabilisce un ponte vitale. O meglio: avvertiamo un ponte, ma sentiamo che la sua arcata non corrisponde al desiderio più profondo che abbiamo, al desiderio più profondo che la nostra vita esprime. C’è chi si accontenta, si capisce. Ma a un certo punto noi torniamo ai poeti che veramente ci portano oltre noi stessi e non quelli che ci scoprono lì dove siamo.
Uno di questi poeti per me è Pavese. Pavese ha scritto ne Il mestiere di vivere che le cose si scoprono veramente “attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta”. Questa frase cade sulla mia testa come una mannaia.
Non c’è niente da fare. Devo prenderla seriamente in [Continua »]