Angeli e cicale di Didier Rimaud
L’editrice Ancora nella collana di poesia L’Oblò ha pubblicato una antologia di poesie di Didier Rimaud, gesuita francese, dal titolo Angeli e Cicale. Il curatore e traduttore del volume è Eugenio Costa, gesuita anch’egli. L’imprevisto accostamento del titolo ben riassume la spiritualità e l’estetica del poeta-sacerdote: il mondo come evidente rimando, inevitabile accesso, alla trascendenza da cui è informato.
– Tu m’hai voluto a guardia sugli spalti:
attendere il tuo giorno, annunciare il chiarore
mentre la luce sale sulle lunghe notti umane.
Così recita l’incipit di Un adorato invito, prima poesia della silloge e sorta di dichiarazione di un fare poetico che riconosce la propria investitura dall’alto. Il compito del verso di Rimaud è infatti quello di testimoniare «i segni del Regno» per l’uomo del suo tempo, l’irruzione esultante della salvezza cristiana nelle tenebre del mondo («Mi sono fatto corriere della buona novella, / tuo messaggero, tuo agente di fiducia»). Il verso è lo strumento “umano” a disposizione del poeta, con cui coniugare «parole, angeli e cicale», strumento guidato dallo Spirito, affinché si possa sciogliere in un canto di lode. Si ritrova qui quello stesso sentimento di meraviglia che ha informato la poesia di un altro grande gesuita, Gerard Manley Hopkins, aedo di un mondo «carico della grandezza di Dio», elettrizzato cioè da una presenza creatice sempre in movimento che lo fa vibrare vivificandolo. Entrambi questi poeti vedono avvampare di Spirito la terra dell’uomo. [Continua »]

Negli Stati Uniti è un’autrice di culto. «La più grande scrittrice di racconti della mia generazione», secondo Kurt Vonnegut, ma l’adorano anche cantanti e registi: Nick Cave e Quentin Tarantino, tanto per fare due nomi. Il critico Harold Bloom l’ha inclusa tra i cento più grandi autori della letteratura mondiale di ogni epoca, dichiarandola sorella di Dante, Cervantes, Shakespeare e Dostoevskij. Perché la lettura di Flannery O’Connor non lascia uguali a prima. Semplicemente non può. Il primo incontro con le sue opere è in genere traumatizzante. La prosa, di una densità intollerabile, tiene incollato il lettore alla pagina costringendolo a vedere ciò che non vorrebbe. Profeti fanatici, bambini impiccati, figure androgine o cupamente scimmiesche, disabili annegati, vecchi rabbiosi, corpi deformi e arti amputati, mostri di rispettabilità e ragazzini molestati, seduttori e ladri e assassini ovunque… un repertorio da far impallidire Bret Easton Ellis. Eppure a offrircelo è una signorina cresciuta nel bel mezzo della Georgia puritana d’inizio Novecento, la quale amava affermare: «Scrivo come scrivo perché sono (non sebbene sia) cattolica». Una signorina che non si compiace mai dell’orrore e tanto meno lo compatisce: lo descrive con l’implacabile comicità della vita, come una storiella che fa ridere chiunque meno il suo permaloso protagonista. 

C’è una frase di