Angeli e cicale di Didier Rimaud

L’editrice Ancora nella collana di poesia L’Oblò ha pubblicato una antologia di poesie di Didier Rimaud, gesuita francese, dal titolo Angeli e Cicale. Il curatore e traduttore del volume è Eugenio Costa, gesuita anch’egli. L’imprevisto accostamento del titolo ben riassume la spiritualità e l’estetica del poeta-sacerdote: il mondo come evidente rimando, inevitabile accesso, alla trascendenza da cui è informato.

– Tu m’hai voluto a guardia sugli spalti:
attendere il tuo giorno, annunciare il chiarore
mentre la luce sale sulle lunghe notti umane.

Così recita l’incipit di Un adorato invito, prima poesia della silloge e sorta di dichiarazione di un fare poetico che riconosce la propria investitura dall’alto. Il compito del verso di Rimaud è infatti quello di testimoniare «i segni del Regno» per l’uomo del suo tempo, l’irruzione esultante della salvezza cristiana nelle tenebre del mondo («Mi sono fatto corriere della buona novella, / tuo messaggero, tuo agente di fiducia»). Il verso è lo strumento “umano” a disposizione del poeta, con cui coniugare «parole, angeli e cicale», strumento guidato dallo Spirito, affinché si possa sciogliere in un canto di lode. Si ritrova qui quello stesso sentimento di meraviglia che ha informato la poesia di un altro grande gesuita, Gerard Manley Hopkins, aedo di un mondo «carico della grandezza di Dio», elettrizzato cioè da una presenza creatice sempre in movimento che lo fa vibrare vivificandolo. Entrambi questi poeti vedono avvampare di Spirito la terra dell’uomo. [Continua »]


La musica folk non morirà mai

http://vimeo.com/20567315

La musica tradizionale viene dalle leggende, dalla Bibbia, dalle pestilenze, si occupa di vegetali e di morte. Nessuno la può uccidere. Tutte quelle canzoni che parlano di rose che escono dal cervello della gente e di amanti che in realtà sono oche e cigni che si trasformano in angeli non moriranno mai. […] ci si dovrebbe aspettare che la gente che si occupa di musica tradizionale capisca, proprio delle canzoni, che il mistero è un fatto, un fatto tradizionale. (Bob Dylan)


Report Laboratorio O’Connor febbraio 2011

Proseguono gli incontri di lettura O’Connor in collaborazione con la libreria Feltrinelli-Galleria Sordi di Piazza Colonna a Roma. L’appuntamento del 21 febbraio ha riscosso un buon successo di presenze. Come spesso accade la saletta si riempie a poco a poco di un pubblico incuriosito, preparato, anche un po’ intimidito. Eppure, mentre sistemiamo le seggiole in cerchio, rivedo volti già conosciuti e capisco che, come per tutte le cose, ci vuole un po’ di tempo per entrare nel meccanismo, per avvicinarsi ai testi senza nessuna pretesa critica se non quella di lasciare la parola al testo stesso. [Continua »]


L’arte non è democratica. Flannery O’Connor per principianti

Negli Stati Uniti è un’autrice di culto. «La più grande scrittrice di racconti della mia generazione», secondo Kurt Vonnegut, ma l’adorano anche cantanti e registi: Nick Cave e Quentin Tarantino, tanto per fare due nomi. Il critico Harold Bloom l’ha inclusa tra i cento più grandi autori della letteratura mondiale di ogni epoca, dichiarandola sorella di Dante, Cervantes, Shakespeare e Dostoevskij. Perché la lettura di Flannery O’Connor non lascia uguali a prima. Semplicemente non può. Il primo incontro con le sue opere è in genere traumatizzante. La prosa, di una densità intollerabile, tiene incollato il lettore alla pagina costringendolo a vedere ciò che non vorrebbe. Profeti fanatici, bambini impiccati, figure androgine o cupamente scimmiesche, disabili annegati, vecchi rabbiosi, corpi deformi e arti amputati, mostri di rispettabilità e ragazzini molestati, seduttori e ladri e assassini ovunque… un repertorio da far impallidire Bret Easton Ellis. Eppure a offrircelo è una signorina cresciuta nel bel mezzo della Georgia puritana d’inizio Novecento, la quale amava affermare: «Scrivo come scrivo perché sono (non sebbene sia) cattolica». Una signorina che non si compiace mai dell’orrore e tanto meno lo compatisce: lo descrive con l’implacabile comicità della vita, come una storiella che fa ridere chiunque meno il suo permaloso protagonista. [Continua »]


BombaBibbia Report (02/2011)

Gli eroi e le divinità, la sapienza e la perfezione: all’ultimo incontro di BombaBibbia non sono mancati confronti tra come questi temi sono affrontati nella letteratura classica e in quella semitica. Le sorprese non sono mancate.

Il Primo libro di Samuele 31,1-8 racconta la morte di re Saul e suo figlio Gionata sul campo di battaglia. I toni sono quelli dell’eroe tragico che sfida il destino pur sapendo di andare incontro alla morte. Ma la costruzione stessa del brano, per quanto epica, implica un preciso giudizio sulla fine che attende il re abbandonato dal favore divino. [Continua »]


Cinquanta pagine

Andrew Rutt: Nude Truth at the Biblioteca Angelica

Andrew Rutt: Nude Truth at the Biblioteca Angelica

Qualche settimana fa, in un mercatino del libro usato, mi sono trovato davanti agli occhi una bella edizione Einaudi de L’urlo e il furore (titolo originale The Sound and the Fury) dello statunitense William Faulkner e non mi sono fatto sfuggire l’occasione. Il libro mi era stato calorosamente raccomandato da almeno cinque persone diverse, tutti lettori duri del cui giudizio tendo a fidarmi.
Mi sono accostato alla lettura concedendo ampio credito a quello che mi si presentava come un classico a botta sicura. Pagina dopo pagina, però, il credito è andato consumandosi fino a esaurirsi del tutto. Il libro non mi ha coinvolto in alcun modo: non uno spunto narrativo di interesse, non una descrizione memorabile, non un personaggio a cui affezionarmi. Continuavo ad imbattermi nelle voci dei fratelli Compson, Benjy, Quentin, Caddy e Dilsey, senza riuscire a distinguerli e in ogni foglio era come incontrarli per la prima volta.
Morale: a pagina cinquanta ho mollato il libro. Solo un paio di anni fa l’autorevolezza del grande classico mi avrebbe trascinato in fondo al romanzo, il senso di colpa circa la mia inadeguatezza come lettore avrebbe prevalso sulla totale assenza di interesse… ma oggi non più. [Continua »]


Ordine e/o caos

Jean CocteauC’è una frase di Albert Camus Jean Cocteau1 che dice: “Un capolavoro letterario non è altro che un vocabolario in disordine” (Un chef-d’oeuvre de la littérature n’est jamais qu’un dictionnaire en désordre). Bella. Mi fa pensare alla bellezza dei dizionari (ricordo che mio padre mi consigliava spesso: “leggiti ogni tanto una pagina del vocabolario”, consiglio che non ho mai seguito). Però mi fa pensare anche a un’altra cosa: e se fosse vero il contrario? Se cioè dietro quell’apparente ordine il dizionario (che in fondo è ordinato solo alfabeticamente, il che non vuol dire molto, è solo una convenzione) sia poi soltanto un luogo caotico, un magazzino disordinato e che invece solo un buon racconto riesce a rimettere in ordine. Non è questa una delle ragioni della letteratura, fare ordine?