Report Laboratorio O’Connor marzo 2011
Si è svolto lunedì 7 marzo l’incontro-laboratorio dedicato agli appassionati di libri e di lettura presso la libreria Feltrinelli-Galleria Sordi di Piazza Colonna a Roma.
Il laboratorio che da sempre in BombaCarta deve il suo nome alla scrittrice americana Flannery O’Connor e che nella collaborazione con Feltrinelli ha assunto anche un secondo nome, “Lettori cercasi”, per questo appuntamento ha registrato una buona presenza di lettori. È un momento di condivisione non solo di libri che amiamo (o che non amiamo affatto) ma anche di una parte di noi. Quello che un libro comunica a me può non comunicarlo ad un altro lettore e questo confronto è alla base di molte delle discussioni intorno ai testi che approdano nei nostri laboratori. Senza parlare dei rimandi continui e silenziosi che si creano fra i diversi testi. [Continua »]
Erano gli anni ottanta. Avevo poche lire in tasca, ma il sogno di comprare uno stereo “spacca tutto” era più forte di ogni pezzenteria causata dalla mancanza di un lavoro stabile. Impiegato part-time in radio, i vinili erano come il pane a tavola, non mancavano mai. Seduto in un piccolo studio di registrazione, li ascoltavo copiosamente. Bisognava poi riporli negli scaffali, avrei voluto invece rubare “ellepì” dei Ramones e dei Led Zeppelin, ma anche 45 giri di Louis Armstrong e di Tina Charles. Così andavo ai magazzini della Standa e compravo dischi, senza avere a casa manco un giradischi per suonarli. L’importante era possederli. Il primo fu “Fables Of The Reconstruction” dei R.E.M. Avevo letto di loro su un numero di Time. Se erano finiti su quelle pagine, qualcosa di buono suonavano. Cominciò una passione per la band. Nel frattempo, un lavoro temporaneo (strapagato) mi diede la grana necessaria per acquistare il tanto agognato stereo.
Cum de prece cogito animo meo funambulum, hominem qui in funi suis ponderibus libratur fingo. Qui homo in limine inter suum stare et praecipem ferri ambulat. Quod discrimen periculosissimum est. Tamen peritus funambulus est qui efficit ut nos periculorum memoriam deponamus et eius corporis motionum solam pulchitudinem videamus. Cuius terrae vinculum leve, subtile, fortasse occultum ipsa levitas totius libertatis sensum simul parens firmum facit. Si ludius vel saltator quoque est, funambulus lasciviam quae nos rapit, votum nostrum dicens facit. In funi ambulans precis forma ipsa expressa est. Sed cur? Oranti minime funi
E’ appena uscito nelle librerie un volume che raccoglie testi mai pubblicati prima in italiano della scrittrice americana
Quando penso alla preghiera mi immagino un funambolo, una persona che cammina in equilibrio su un filo. Questa persona cammina su una soglia tra il suo stare in piedi e il cadere nel vuoto. La sua è una situazione altamente drammatica. E tuttavia il buon funambolo è tale perché ci fa dimenticare i pericoli e ci abilita a pensare solamente alla bellezza dei suoi movimenti. Il suo legame con la terra è leggero, sottile, forse invisibile, ma è questa sua leggerezza a renderlo solido, dando al contempo la sensazione di totale libertà. Facendo il giocoliere o il ballerino, il funambolo esprime un guizzo che ci coinvolge, esprimendo il nostro desiderio. L’uomo che cammina sul filo è buona immagine per la preghiera. Ma perché?
Pär Lagerkvist è un nome ingiustamente trascurato. Poeta, drammaturgo e romanziere, Premio Nobel del 1951, dalla sua opera più nota – Barabba – fu tratto un kolossal con Anthony Quinn, Vittorio Gassman e Silvana Mangano. Ma il trionfalismo hollywoodiano è quanto di più distante si possa immaginare dalla stringata scrittura di Lagerkvist; e si racconta che alla prima proiezione lo scrittore si mise a ridere, mentre la moglie si addormentò.