150 anni nel corpo della lingua italiana

Nella lectio magistralis tenuta lo scorso 31 gennaio alla Sapienza di Roma, Luca Serianni constatò come – almeno per quanto riguarda la lingua – l’Unità d’Italia è un dato di fatto: oggi la quasi totalità dei cittadini italiani parla la stessa lingua. E la parlano con piena padronanza e la spontaneità «propria dei parlanti nativi» pure «coloro (purtroppo numerosi) che guardano con indifferenza o addirittura con ostilità all’imminente anniversario dell’Unità». La nostra letteratura ha svolto un compito imprescindibile nella formazione del parlato quotidiano, oggi segnato per lo più da neologismi televisivi e giornalistici, tanto che il Quirinale ha ritenuto opportuno esporre fino al 2 aprile i più importanti manoscritti autografi della nostra tradizione letteraria: dall’Orlando furioso di Ariosto alla La Gerusalemme conquistata del Tasso, dal Decamerone di Boccaccio ai Promessi Sposi di Manzoni, passando per L’Infinito di Leopardi. [Continua »]

Erano gli anni ottanta. Avevo poche lire in tasca, ma il sogno di comprare uno stereo “spacca tutto” era più forte di ogni pezzenteria causata dalla mancanza di un lavoro stabile. Impiegato part-time in radio, i vinili erano come il pane a tavola, non mancavano mai. Seduto in un piccolo studio di registrazione, li ascoltavo copiosamente. Bisognava poi riporli negli scaffali, avrei voluto invece rubare “ellepì” dei Ramones e dei Led Zeppelin, ma anche 45 giri di Louis Armstrong e di Tina Charles. Così andavo ai magazzini della Standa e compravo dischi, senza avere a casa manco un giradischi per suonarli. L’importante era possederli. Il primo fu “Fables Of The Reconstruction” dei R.E.M. Avevo letto di loro su un numero di Time. Se erano finiti su quelle pagine, qualcosa di buono suonavano. Cominciò una passione per la band. Nel frattempo, un lavoro temporaneo (strapagato) mi diede la grana necessaria per acquistare il tanto agognato stereo.
Cum de prece cogito animo meo funambulum, hominem qui in funi suis ponderibus libratur fingo. Qui homo in limine inter suum stare et praecipem ferri ambulat. Quod discrimen periculosissimum est. Tamen peritus funambulus est qui efficit ut nos periculorum memoriam deponamus et eius corporis motionum solam pulchitudinem videamus. Cuius terrae vinculum leve, subtile, fortasse occultum ipsa levitas totius libertatis sensum simul parens firmum facit. Si ludius vel saltator quoque est, funambulus lasciviam quae nos rapit, votum nostrum dicens facit. In funi ambulans precis forma ipsa expressa est. Sed cur? Oranti minime funi
E’ appena uscito nelle librerie un volume che raccoglie testi mai pubblicati prima in italiano della scrittrice americana
Quando penso alla preghiera mi immagino un funambolo, una persona che cammina in equilibrio su un filo. Questa persona cammina su una soglia tra il suo stare in piedi e il cadere nel vuoto. La sua è una situazione altamente drammatica. E tuttavia il buon funambolo è tale perché ci fa dimenticare i pericoli e ci abilita a pensare solamente alla bellezza dei suoi movimenti. Il suo legame con la terra è leggero, sottile, forse invisibile, ma è questa sua leggerezza a renderlo solido, dando al contempo la sensazione di totale libertà. Facendo il giocoliere o il ballerino, il funambolo esprime un guizzo che ci coinvolge, esprimendo il nostro desiderio. L’uomo che cammina sul filo è buona immagine per la preghiera. Ma perché?