Eroismo di una debolezza che sfida il fluire del tempo

Una poesia remota e quasi sconosciuta, quale l’antica lirica cinese, rivive oggi grazie alla passione, all’umiltà e al talento di Claudio Damiani. La sua poesia, scegliendo come interlocutori i grandi lirici cinesi dell’epoca T’ang (618-906), ha mostrato come un’arte capace di toccare radicalmente i nervi dell’esistenza possa rendere naturale il dialogo tra uomini di ogni luogo e tempo. 

Copertina de "Sognando Li Po"

Copertina de “Sognando Li Po”

Nasce così la silloge poetica Sognando Li Po, (Marietti, 2007) in cui Damiani, a partire dalla traduzione di Martin Benedikter, riscrive in settenari il Canto dell’eterno dolore di Po Chü-i, poemetto composto per la tragica storia d’amore dell’imperatore Hsüan-tsung con la sua concubina. Precedono e seguono questo nucleo una serie di testi straordinari, liberamente ispirati al mondo della poesia cinese; testi nati da un’inaspettata attrazione e consonanza tra visioni esistenziali e poetiche lontanissime nel tempo e nello spazio.

La voce di Damiani vibra all’unisono con quella dei maestri taoisti innanzitutto per la semplicità di una parola che, lontana da ogni sperimentalismo linguistico, pone le questioni esistenziali nella dimensione del dicibile. Una poesia fedele alle cose, ai loro nomi, perché consapevole di restituirne una potenza che non abbisogna di alcun artificio retorico. E così versi lineari, disarmati, versi dal respiro universale, danno vita a uno stile misurato che si confronta con temi incommensurabili.

Emblematico l’incipit di una delle più belle poesie della raccolta, in cui Li Po canta in prima persona: “Che cos’è questa nostra vita? / Non lo sappiamo ma camminiamo uniti, / teniamo puliti i sentieri / con genitori e figli, / con la terra, con la natura e il cosmo”. Genitori, figli, terra, natura, cosmo: ecco le risposte di Claudio Damiani: risposte umili, ma limpide e ferme, condensate in versi che affrontano con delicatezza e misura la prova smisurata e durissima del vivere donato. Poesia dell’affettività, della fraternità, del patto generazionale tra genitori e figli; poesia dell’ambiente familiare inteso come luogo vitale e creativo, spazio emotivo protetto, mai claustrofobico.
Damiani, infatti, lungi dal dare voce a intellettualistiche tracimazioni dell’io, lungi dal ripiegarsi su stesso, si apre all’esistente, riconoscendo e celebrando l’ordine e la bellezza intrinseci del creato. La luce lunare, l’odore della pioggia, il vino nei calici si fanno frutto di uno sguardo capace di visione; divengono fonti di stupore e conoscenza per chi, quieto, ma vigile, sa di dover attraversare un’attesa. Ed è quest’eccedenza di bellezza che fa sì che l’uomo, piccolo e fragile, riesca ad affrontare il cimento dell’esistenza: “In ogni essere, anche inanimato, è il peso / dell’esistere e del suo mistero, / egli lo porta tutto sulle sue spalle / come un eroe, come una formica un peso più grande di lei”. Quella di Damiani è l’epica di una creaturalità indifesa, resa eroica proprio da una debolezza che resiste allo scorrere del tempo e all’incombere della morte.
Una poesia che vive nell’accorata percezione del mistero come un peso che, proprio quando sembra schiacciare, avere il sopravvento, permette invece di trovare dentro di sé risorse inaspettate.
Quando tutto sembra perduto, l’uomo scopre infatti una forza, dapprima ignota, a cui affidarsi: “c’è una forza che lo sostiene, gli fa trovare la strada / dove tutto è bianco, / dove sepolta è ogni strada. / Sì, c’è una forza che si fa strada”. E questa forza ricevuta spinge verso sentimenti, valori, sentieri che portano a una casa dove l’amore accoglie, a un tavolo dove sedere con amici cari, a sentieri tra i boschi dove guidare i propri figli. È solo così che la vita diviene un’opportunità; un’esaltante opportunità a cui gli occhi del poeta assistono con rinnovato stupore, nonostante rimanga acuta la consapevolezza di un cammino solitario e difficilmente condivisibile per sensibilità e coraggio: “Dice Li Po ad alta voce, e non c’è nessuno ad ascoltarlo”.

(Pubblicato anche su ‘L’Osservatore Romano’ – 25 febbraio 2009)