La pagina bianca? Un muro portante.

Ecco la pagina del Diario del laboratorio di scrittura creativa di Bombacarta a Roma relativa all’incontro del 24 gennaio 2007. Ha collaborato alla stesura del testo Agata Fuso.

C’è un proverbio cinese che dice, più o meno, questo: “non ti disperare se incontri un muro che non riesci a superare; guardati intorno, raccogli i legnetti che trovi in terra e comincia a costruire su questo muro una capanna”. Il muro insormontabile, quasi disperante a volte, è la pagina bianca. I legnetti sono le nostre parole, quelle frasi smozzicate, buttate lì a occhi chiusi, da cui ogni racconto ha inizio se abbiamo l’umiltà di affrontare lo spaesamento della creazione di una storia con semplicità, affidandoci a ciò che abbiamo a disposizione, a quello che siamo. Basta pensare a Frodo, l’hobbit de “Il Signore degli anelli” che, per salvare la Terra di mezzo, decide di farsi guidare alla meta proprio da colui che vuole ucciderlo e sottrargli l’anello. A volte, proprio come Frodo, non abbiamo alternative, dobbiamo metterci in gioco nella scrittura e affrontare la pagina bianca con quel poco che siamo e che abbiamo. Ma i risultati, perseverando, possono essere entusiasmanti.

Ci entusiasma, per esempio, il testo di Stefania nato da un esercizio di scrittura proposto durante uno dei precedenti incontri. Il ricordo di un episodio della sua prima infanzia è descritto con grande accuratezza di espressione. Le parole scelte indicano con precisione gli elementi che costituiscono la geografia fisica e interiore di una bambina che si ritrova sola in un teatro a svolgere i suoi esercizi di pianoforte. E questo pianoforte non avrebbe potuto che essere “alla sinistra del palco”, le tende obbligatoriamente “rosse”, la luce bianca sui “tasti d’avorio” è quella “fredda d’inverno”. Le immagini sono nitide come i suoni: il “tac, tac” del metronomo sembra scandire anche il tempo del testo che, per trasmettere al lettore il timore e il desiderio di fuga della bambina, procede per periodi molto brevi. Dopo ogni punto c’è il tempo di una pausa in cui tutto ciò che è invisibile e, quindi, non può essere detto, viene espresso (la paura e il coraggio, il desiderio di tenere fede a un impegno e quello di essere liberi, l’angoscia nella costrizione e la gioia della fuga). Ci colpisce soprattutto questa frase: “la mia geografia è l’avorio consumato e ingiallito della tastiera, l’Africa, l’Oceania, le Americhe quella del Nord e quella del Sud”. La tensione verso un altrove, un mondo più vasto di quello in cui la bambina si trova costretta mentre suona il pianoforte, passa attraverso l’immagine della tastiera e i continenti conosciuti a scuola evocati dall’avorio dei tasti. Ci interroghiamo sul sapore del testo di Stefania: agrodolce, quasi per tutti.

Concludiamo con un esercizio di scrittura ispirato alle descrizioni quasi “chirurgiche” contenute in una lettera che il poeta Dylan Thomas scrisse ai suoi genitori dall’Italia dell’immediato dopoguerra.