Città: la metropoli è una bestia?

Reduce da un giro telematico nel mondo del fumetto “underground” italiano (anche se la definizione è passata di moda), sono inzuppato di bile. Vulcani in eruzione, bidoni incendiari, palazzi di cenere, recinti per porci, corpi crivellati, teste cubiche, folle ottuse: le migliori energie creative dei giovani disegnatori italiani sono concentrate a spremere acido dalla città in cui vivono. Anche se gli esiti sono spesso di scarsa originalità, l’effetto complessivo è quello di un potente urlo di rabbia, che non può rimanere inascoltato.
Volendo estremizzare, l’idea di fondo è questa: le metropoli sono il luogo ed il simbolo di una grave crisi dei nostri tempi; il percorso del progresso ha subito una inversione a U che vede apparire nelle città gli effetti più evidenti; l’umanità è incamminata verso la propria autodistruzione.
Il fenomeno è tanto più interessante in quanto ormai dilagante anche nella letteratura scritta. Tutti gli scrittori italiani che mi capita da leggere ultimamente sembrano dominare soltanto le tonalità scure, usano esclusivamente i toni del dolore, dell’indignazione, del disprezzo, dell’odio, della denuncia, dell’irrisione. Prima e dopo Saviano sì è diffusa l’idea per cui l‘Italia (e il mondo) si trova in un particolare periodo di emergenza tale da mutare il ruolo dell’artista, che deve svestirsi di ogni finzione e assumersi la responsabilità di smascherare il volto marcio della realtà. Le nude parole imbracciate contro i kalashnikov del Sistema.

Il tasso di schifo in circolazione nelle città in cui viviamo sarebbe tale “che nessun Omero degno del nome si sentirebbe di ignorarlo per inseguire piani d’ispirazione lontani dall’unico imperativo che conta: riportare le città a un livello di sicurezza, dove siano ben chiare per tutti le regole da rispettare e le responsabilità a da assumersi”. (cito Enzo Verrengia)

Come ho già scritto altrove, la mia risposta istintiva tenderebbe a liquidare tutta questa espressività variamente indignata nei confini del “ribellismo”, simile a se stesso in ogni tempo. Quanto meno tendo a considerarla un fenomeno proprio di una fase post-adolescenziale della esperienza umana. È proprio della post-adolescenza uccidere idealmente i propri padri e gettare a mare il “sistema”. Ma è proprio della maturazione riformulare i propri giudizi per verificare cosa di quel sistema vada conservato e cosa no, senza apriorisimi. La forza creativa in cui mi sono imbattuto sembra incapace di riconoscere l’esistenza del bene, se non relegato a dimensioni assolute (il mare) o intimissime (l’amato o l’amata). In questo modo si producono, mi sembra, dimensioni artisticamente zoppe, realtà semplificate perchè frutto di uno sguardo incapace di resistere alle tentazioni dello scetticismo.
Non mi interessano le voci ferite, ridotte, violentate… o arrabbiate, indignate, accusatorie, perchè saranno, comunque, voci sintomatiche, che giocheranno di rimessa. Gli autori che si limitano a restituire un malessere fanno testimonianza, non grande arte. Cerco voci che, senza rifugiarsi dentro sguardi semplificatori, siano capaci di restituire una prospettiva complessa delle “luci” e delle “ombre” dell’Italia contemporanea.
Sulla terra non esistono i paradisi, ma neppure gli inferni. Non esistono i buoni, ma neppure i cattivi. Esiste sempre un’altra faccia delle medaglia (grande o piccola che sia) e deve esser raccontata, altrimenti si diventa strumento della “disperazione” che è madre dell’odio.

La risposta che, a questo punto del discorso, mi è capitato di ricevere è: quello che sostengo potrebbe essere vero ma non lo è oggi: le nostre città ormai sono “recinti per porci” in cui non esiste spazio per uno “sguardo complesso” e nemmeno per un progetto “alternativo” di vita. La nostra libertà è sotto attacco, e dobbiamo resistere. C’è un sistema che è lanciato alla conquista del territorio delle “possibilità” che abitiamo, è necessario difendersi. Non ci si può più occupare di bellezza, ma bisogna affrontare “di prima mano” le questioni della libertà, della giustizia, della povertà.
E con questo la discussione raggiunge il suo stallo.

Ma al metropoli è una bestia da domare?
Come lo esprimeremmo noi il nostro rapporto con la città?