Il rock ‘n roll di Marco Denti

Marco Denti, scrittore e redattore della rivista musicale Buscadero, ha appena pubblicato il libro Rock’n roll (Selene edizioni): una scorribanda, emozionante e competente, nei territori del rock. Abbiamo posto a Marco alcune domande.

Nel film documentario Don’t Look Back, scrivi, “Bob Dylan fa scorrere le parole di Subterrean Homesick Blues scritte, nero su bianco, su altrettanti fogli. L’effetto è curioso perché Dylan cerca di seguire il tempo della canzone, con uno strumento, le parole, che in quel contesto sembrano arcaiche”. La rivoluzione del rock è una rivoluzione che mette in qualche modo da parte le parole, la comunicazione verbale, per far posto all’irruzione sulla scena del corpo? Lo stesso videoclip ha affiancato e sovrapposto alla musica le immagini…
Come ogni rivoluzione che si rispetti ci sono cicli che si completano e si ripetono. Senza ombra di dubbio il rock’n’roll ha spostato l’attenzione verso una certa fisicità che, sì, è il corpo, ma anche l’immagine, le pose, la danza, l’attitudine. Elvis ha compiuto il primo grande passo verso una comunicazione che è andata oltre l’aspetto musicale e verbale, qualcosa di molto istintivo e naturale che credo non sia ancora stato del tutto compreso. Dylan ha riassorbito la “mystery dance”, come mi piace chiamarla parafrasando Elvis Costello, e l’ha riportata all’interno di un caos linguistico. Ci ricorderemo in eterno di Elvis che balla (anche perché non ha mai scritto una canzone una), ma ciò che ha fatto Dylan con le parole è paragonabile soltanto alla visione del linguaggio di William Burroughs. All’esempio di Don’t Look Back, aggiungerei un altro episodio, complementare, tratto da No Direction Home, dove Dylan, legge un’insegna e componendo e scomponendo le parole ne tira fuori qualcosa di molto simile ad una strofa, ad una canzone. E’ una percezione del linguaggio rivoluzionaria. Poi i Clash, e basta pensare al nome che si sono scelti, hanno a loro volta riportato il rock’n’roll ad una fisicità estrema, sperimentando con i simboli, con le immagini, con una provocazione che era ed è comprensiva della musica, ma andava oltre. Ad oggi credo siano questi i passaggi più importanti. Sarà perché non guardo e non amo la televisione, ma non ho mai trovato il videoclip, e tutto ciò che ne è seguito, particolarmente rivoluzionario, se non da un punto di vista strettamente commerciale, tanto è vero che ormai è difficile vedere la differenza tra uno spot pubblicitario e un videoclip musicale.

La poetica di Bob Dylan, scrivi, “è da sempre una forchetta infilzata nel midollo della cultura popolare americana”. Cosa è saltato fuori da questo lavoro di scavo?
Il punto di domanda qui è bello grosso perché basta pensare a quell’episodio straordinario che sono i Basement Tapes per capire come Dylan abbia aperto una porta fondamentale sulla magia e il mistero della musica popolare americana. Ci sono moltissimi elementi che s’intrecciano. Il fatto che quella musica nasce, nel migliore dei casi, da una popolazione di emigranti, oppure, come nel caso del blues e di tutti i suoi derivati, rock’n’roll compreso, dall’apocalisse della schiavitù. E non dimentichiamo che le singole sfumature delle origini, europee ed africane soprattutto, ad un certo punto cominciano a contaminarsi a vicenda. E’ anche una grande tradizione orale e quindi ricchissima di storie, di suggestioni, di cronaca quotidiana, di murder ballads e molto altro ancora. Ed è musica vera, che esce dalla terra. E’ vero che Dylan ha fatto un grande lavoro, ma ho anche l’impressione che sia soltanto l’inizio e che ci sia moltissimo ancora da scoprire. Se provi a spulciare l’Anthology of Folk American Music di Harry Smith, che poi è stata la sua fonte primaria, o meglio ancora The American Songbag di Carl Sandburg, scoprirai un mondo che in gran parte è ancora sconosciuto ed è pieno di bizzarrie e di meraviglie.

Nel tuo libro racconti la storia di Down The Road Apiece, “un viaggio singolare e circolare perché si tratta di una circle song, una canzone la cui struttura è ciclica e si ripete”. Quanto è importante che le canzoni vengano trasmesse di generazione in generazione, da autore ad autore, fino ad essere al limite senza autore, patrimonio di tutti?

Credo che le canzoni non debbano essere possedute, ma condivise. Credo che debbano essere lasciate libere perché ogni canzone trova la sua casa dove meglio crede. Se ti dovessi dire oggi chi ha scritto Down The Road Apiece direi Chuck Berry, perché è lì che è cominciata la vita di quella canzone, ma sappiamo che non è così. Quello che penso sia importante è provare a ricostruire certi agganci e nel caso di Down The Road Apiece persino certi spostamenti geografici come se seguendo una canzone si potesse ricostruire una mappa, un immaginario. E spesso le intenzioni di chi la scrive sono completamente differenti, se non opposte, al senso delle interpretazioni che trova. In Rock’n’Roll, per esempio, racconto anche la storia di Peace, Love & Understanding che è stata scritta da Nick Lowe (anche se è stato Elvis Costello il primo a portarla alla luce) con intenti del tutto ironici ed è invece diventata una specie di inno. Le canzoni vanno dove vogliono. Il bello, per noi mortali, è seguirle. Per chi possiede la magia del songwriting, è tirarle giù.

Hai raccontato la parabola non solo artistica di David Crosby: quanto la cultura rock è entrata in collisione, ha subito o ha padroneggiato l’esperienza delle droghe? E’ solo uno stereotipo quello del rocker maledetto, che vuole tutto e subito, o al contrario molte biografie confermano questa cultura dell’autodistruzione?

E’ un domanda a cui vorrei rispondere con una storia. Conoscevo un ragazzo, si chiamava Frank, con cui per qualche tempo ho condiviso la passione per il punk e il rockabilly. Era innamorato tanto della musica quanto della droga. Cavalco la tigre, diceva. Non funziona così. La tigre ti cavalca, sempre, e il finale è scritto, fin dall’inizio. La mia opinione è che l’immaginario e la cultura rock’n’roll, essendo profondamente libertari, il punto è proprio questo, abbiano aperto le porte per tutto e per tutti e quindi alla tigre ci arrivi per tanti motivi: per sperimentare, per idiozia, per noncuranza, per stress, per disperazione, perché ti è piaciuta la prima volta, per uso comune, per la tua donna, per il tuo uomo, per il gruppo e alla fine non ti ricordi più nemmeno come o perché hai cominciato. Poi, puoi dipingere i contorni della storia con tutti i luoghi comuni e gli stereotipi che vuoi, dall’autodistruzione alle maledizioni, ma è solo la tigre che ti cavalca.

Scrivendo di The Band, dici che questo gruppo ha in qualche modo restituito “l’immaginario dei grandi spazi aperti, quel luogo della mente in cui l’America è e resta rurale, pastorale, comunitaria”. Fino a che punto il rock è stato una trascrizione dell’America profonda?
Qualche tempo fa Dave Alvin diceva che nel rock’n’roll c’è chi prende e chi dà. Bruce Springsteen, che per inciso adoro, è uno che ha preso. La Band è un gruppo che ha dato molto di più di quello che gli viene riconosciuto. Credo che l’evocazione dei grandi spazi aperti, fosse in realtà frutto degli spazi musicali e mentali che esploravano con quel savoir faire, con quella naturalezza, come se conoscessero tutte le coordinate del blues, del rhythm and blues, del rock’n’roll e di qualsiasi cosa abbia prodotto un suono in America. Oggi direi che la Band è enciclopedica e che senza dubbio abbia saputo tradurre, più che trascrivere, miti e leggende dell’America profonda. Il rock’n’roll è poi stato una fonte di speranza non solo per quell’America che non è Los Angeles o New York, ma, credo, come lo è stato per chiunque viva in provincia. La riscoperta delle radici musicali che negli ultimi quindici anni ha dato un alfabeto a una o due generazioni di giovani musicisti cresciuti fuori dai tessuti metropolitani, mi sembra la conclusione di un altro ciclo e a suo modo una delle sfumature più interessanti che il rock’n’roll ha assunto negli ultimi anni. E ovviamente, a partire dagli Wilco che di quell’area sono sicuramente il gruppo che meglio si è evoluto, hanno tutti almeno una canzone della Band in repertorio.

Racconti la gestazione di Metal Machine Music di Lou Reed defininendo l’album “un assalto all’arma bianca al concetto di armonia, terra bruciata di tutte le convinzioni musicali e sonore, tensione, nevrosi, caos, metropoli, buio, delirio, follia”. Quel disco fu una pugno in faccia al mercato. Oggi che ne è del rapporti tra musica e mercato? Ci sono ancora margini di libertà o tutto sprofonda sotto il peso di contratti (milionari)?
La questione è tutta paradossale perché Metal Machine Music nasce dal fatto che Lou Reed doveva un album, per contratto, e ha inciso quattro facciate soltanto facendo rumore con le manopole di una serie di Marshall collegati, un amplificatore che ne basta uno solo con il volume al sei o al sette in casa ti vengono giù i quadri. Il disco, va da sé, era ed è inascoltabile, ma la provocazione era molto sottile: rispetto il contratto, guarda (anzi, ascolta) come lo rispetto. Credo che solo Lou Reed potesse farlo. Il rapporto tra musica e mercato in realtà comincia proprio in questi giorni, nel senso che il music business così come l’abbiamo conosciuto lungo un secolo circa finirà nell’arco di due o tre anni, e la musica, da un punto di vista commerciale, verrà gestita da altre realtà. Nel migliore dei casi, è un eufemismo, grandi multinazionali che gestiranno tutta la comunicazione, dalla telefonia alla televisione. Altrimenti, gruppi che in qualche modo stanno cercando un veicolo promozionale fuori dal comune come la musica per i propri prodotti. Circolano notizie di compagnie petrolifere che stanno comprando interi cataloghi musicali, per esempio, e non è chiaro in virtù di quali logiche o progetti. Dubito che tutto questo generi margini di libertà perché mercato e libertà sono due parole che raramente (cioè, mai) sono andate d’accordo. È vero che si apriranno nuove strade e altre forme di consumo, come già si è visto con la rete, ma ho la vaga sensazione che la rivoluzione digitale cominciata con il compact disc vent’anni fa debba ancora dare il meglio e il peggio di sé. E ovviamente temo per il peggio.

I Los Lobos hanno rappresentato, scrivi, “un’apertura verso il sud (il Messico, naturalmente, ma anche il Venezuela, la Colombia, e più in generale tutta l’America latina), ma anche verso nord, attraverso il rhyhtm and blues e il soul, il rock’n roll, ma anche certi esperimenti umoristici, il folk e il country & western, i Grateful Dead e gli Allman Brothers”. Quanto il rock è stato capace di accogliere e assorbire musiche periferiche, di frontiera?
Questo è il lato più interessante e fertile del lasciare le porte aperte. La grande qualità di un fenomeno culturale come il rock’n’roll, la sua semplicità, la sua capacità di ambientazione e di trasformazione ha fatto sì non solo che fosse capace di assorbire le musiche periferiche e di frontiera, a partire dalle sue stesse radici, ma anche di essere a sua volta assorbito. Penso a quel fantastico gruppo di musicisti tuareg, i Tinariwen, che hanno preso dal rock’n’roll le chitarre elettriche e le hanno riportate all’interno di una rivisitazione delle loro tradizioni che ha del sensazionale. Viceversa, penso a Sandinista! dei Clash, un disco che ha usato il linguaggio del rock’n’roll per assorbire culture diverse da mezzo mondo, o ancora a Remain In Light dei Talking Heads. Potremmo continuare praticamente all’infinito perché è innata, nel rock’n’roll, la predisposizione alla contaminazione. Anche perché lo stesso rock’n’roll è un ibrido e, come dire, ha nel suo DNA tutti gli elementi per trovare e ritrovare agganci e connessioni con le culture del mondo intero.

Su Johnny Cash e gli American Recordings parli di una “ricerca delle radici ultime, delle fratture, delle origini dei conflitti di due o tre secoli prima attraverso le canzoni”. Quale eredità ha lasciato Cash?
Qui ritorniamo alla base di partenza. Johnny Cash è uno dei padri fondatori del rock’n’roll e se Elvis gli ha dato il corpo, lui gli ha dato le canzoni. Canzoni che, proprio per le loro caratteristiche, sono ormai un patrimonio comune che resiste attraverso il tempo. Ed ecco che, nella fase finale della sua carriera, ci lascia gli American Recordings, che sono un po’ il tuo testamento spirituale e si tratta, almeno in gran parte, di interpretazioni di canzoni scritte da altri. A suo modo, trovo che sia simbolico perché è come se Johnny Cash avesse speso una vita per mettere insieme i pezzi, o gli anelli di una catena, sapendo di appartenere a quel mondo lì e non ad un altro e, alla fine, sia arrivato a chiudere il cerchio, un cerchio che contiene un bel pezzo di America. E se ci lascia un’eredità che va oltre la musica è la sua coerenza. E vorrei ricordare che Steve Earle diceva che quando era in carcere, un soggiorno dovuto in gran parte alla tigre, era stato abbandonato da tutti. Soltanto una persona si è preso cura di lui: Johnny Cash.

Leggendo il tuo libro si ha l’impressione di avere dinanzi una mappa nella quale si incrociano l’esperienza di chi fa musica e le emozioni di chi ascolta (e reinventa) quella musica. Una mappa in qualche modo aperta. In che direzione?

È una mia piccola convinzione che le domande contengano sempre le risposte e questo credo sia un caso esemplare. La mappa resta aperta se la musica è una sola, per chi suona e per chi ascolta. Se chi suona va verso chi ascolta. Se chi ascolta va verso chi suona. Queste sono le direzioni, perché è proprio così: chi ascolta, reinventa la musica ed è (almeno) la metà di un processo e il rock’n’roll è stato ed è magnifico in questo. Non hai bisogno della Scala. Non ti serve un’orchestra. E nemmeno lo smoking. Ti basta una chitarra, o ancora meno un disco, una canzone alla radio, per sentirti una rock’n’roll star o magari per sentirti meno solo, o meglio ancora, parte di qualcosa. Magari è solo un’emozione, una sensazione, ma basta e avanza a cambiarti la vita.