Terra e sottoterra

Quando penso alla terra penso innanzitutto a una manciata di terra, alla terra marrone scuro. Precisamente color “terra di Siena bruciata“. Da ragazzino dipingevo a tempera e ad olio. Mi colpiva molto questo nome: color terra innanzitutto. Ma non si poteva dire semplicemente “marrone”? Non ho mai capito bene che tipo di colore sia il marrone. Non ho neanche capito se mi piace o no. Devo constatare che in questo momento indosso un maglione marrone. Certo dire “color terra” è molto evocativo, come fosse evocativo di una cosa che tutti sanno e che nessuno ormai vede, se non nei vasetti di fiori che stanno in balcone. Per noi cittadini la terra è sostituita da cemento, asfalto, piastrelle, tappeti. Chi cammina più sulla terra, infatti?

Poi, quando andavo a comprare i tubetti, proseguivo… “terra di Siena”. Le mie povere nozioni di storia dell’arte davano dignità a quel colore. Non avevo mai visto, fino ad allora, i colori del senese, le crete che adesso invece mi sono tanto familiari. E concludevo: “bruciata”. Questo elemento di bruciatura mi immergeva nel rosso fuoco. La mia immaginazione andava sempre alla intera città di Siena in fiamme. Un rogo totale. Così quando chiedevo al banco del venditore di colori: “mi dia un tubetto di terra di Siena bruciata” nella mia mente si componeva una scena epica. Volevo andare tutti i giorni a comprare un po’ di terra di Siena bruciata.

L’occhio mi cade sul mio iPod Touch e noto che lo schermo digitale è occupato dall’immagine della Terra. Non è affatto marrone: è verde e blu. E’ proprio bella! Ma faccio fatica a considerare quella cosa là come “terra“. Quello è un pianeta, non è “terra”. La terra è un’altra cosa. Perché? E’ come se la Terra per essere terra debba essere vista dall’interno e non dallo spazio, dall’esterno. Questo mi fa pensare. Mi fa comprendere che la terra è qualcosa che richiama un contatto immediato, diretto. La terra non si “contempla”: ci si sta dentro o ci si cammina sopra. Ha ragione Cardarelli: “Terra stoppiosa e bruciata in estate, caldissima e indolente, sbavata dal vento di mare, lambita dal canto dei bifolchi, immelanconita dal canto delle cicale. Terra bacchica, invece, per i suoni e le danze della svignatura. Vera terra da ottobrate. Ecco il mio paese” (Memorie della mia infanzia).

La terra è segno di una intimità profonda: è carne della mia carne e ossa delle mie ossa. Ho con essa un inevitabile rapporto intimo e mi ricorda di appartenere a una concretezza che mi costituisce. Mi vengono in mente le parole che leggo nella Genesi: “Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita…”

E che cosa c’è sotto la terra? E’ ancora parte di me ciò che è sotto-terra? Il sottosuolo è l’immagine di meandri oscuri, dell’inconscio forse, degli istinti, di ciò che è nascosto (anche quando si parla di cultura underground si fa riferimento a qualcosa che circola di nascosto, qualcosa di sommerso…). Insomma: tanto ci viene evocato dalle immagini sotterranee.

A me viene in mente una situazione particolare: la metropolitana. L’attesa e il viaggio nelle viscere di una città, negli inferi, a bordo di una carrozza della metropolitana: “La città è una città. Solida. Liquida. Gassosa. Dappertutto un continuo viavai di corpi. Lungo strade e attraverso stanze su e giù per corridoi, ascensori e scale mobili. Seguendo queste sino in fondo ci si inoltra nel buio. Nel buio rotto dagli squarci al neon delle stazioni. Nel buio dove treni corrono veloci” (G. Culicchia, Ambarabà).

All’interno di una pausa luminosa i passeggeri di una metropolitana aspettano il prossimo convoglio. La dimensione dell’attesa permea vite grigie, illuminate da fari a basso consumo. Nessuno conosce nessuno e perciò nessuno parla. Tutti aspettano soltanto: dal tunnel la salvezza, la redenzione dall’attesa. Chi sono e cosa fanno queste persone? “Il primo tiene gli occhi chiusi. La seconda si ascolta respirare. Il terzo si gratta la barba. La quarta stringe un sacchetto di nylon. Il quinto gioca con un pacchetto di Marlboro. La sesta accarezza una macchina fotografica. Il settimo si infila le dita nel naso. L’ottava non stacca gli occhi da un paio di gambe. Il nono si tasta il cranio. Il decimo porta tre cani al guinzaglio. L’undicesima si colora le labbra. Il dodicesimo ascolta musica da un walkman. Il tredicesimo puzza di sudore. La quattordicesima fissa il pavimento. Il quindicesimo si massaggia il piede. Il sedicesimo si pettina. Il diciassettesimo controlla l’orologio. La diciottesima guarda un tipo dal sorriso strano. Il diciannovesimo sorride strano. Il ventesimo legge il giornale” (ivi).

La metropolitana è un luogo che non ha identità in sé ma è sempre “di passaggio”, come dire che questa è la vera condizione esistenziale dell’uomo. Difatti non ha neanche la dignità di essere un Ade, né un inferno dantesco, né luogo di vita di nuovi “miserabili”. La metropolitana ci fa toccare con mano che la vita è radicalmente bisognosa di una salvezza: essa non può che arrivare dall’esterno di quel tubo cieco, che è simbolo di una vita chiusa in se stessa e dentro i suoi stessi meandri e labirinti.

La gente attende “qualcosa” e lo attende dal buco nero di una galleria. Sottoterra la vera dignità deve essere altrove e non può che provenire per rivelazione, cioè per una inattesa frattura, di uno squarcio di luce che proviene dalla meta, che è terraferma.