Mundus patet

Il mundus cereris era una fossa scavata nel Santuario di Cerere e consacrata agli dèi Mani, ossia alle anime dei defunti. Tale sito era legato a uno dei riti più caratteristici della religione romana arcaica, ossia alla cosiddetta apertura del mundus (“mundus patet” significa infatti “il mundus è aperto”).

Quando il 24 agosto, il 5 ottobre e l’8 novembre la fossa veniva aperta, mettendo così in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti, le anime dei defunti si impossessavano della città, e così ogni attività ordinaria veniva sospesa, le persone si rinchiudevano in casa, era proibito dare battaglia, celebrare matrimoni, perfino le porte dei templi erano chiuse.

I romani chiamavano il tempo corrispondente all’apertura del mundus il “tempo sospeso”.

Se per gli antichi romani questa condizione di sospensione del tempo e della vita durava solo per un giorno, oggi ci ritroviamo a esperire questa dimensione come vero e proprio orizzonte mentale da più di un mese e mezzo, senza avere la certezza di una data di ripristino della normalità. Viviamo in attesa, in un tempo che potremmo anche noi, come i romani, definire “sospeso”.

Ma di che tipo di tempo si tratta? Che tipo di sospensione stiamo vivendo esattamente?

Siamo abituati ad operare una distinzione tra un tipo di tempo oggettivo: il tempo fisico, ossia la scansione lineare e cronologica del divenire; e un tempo soggettivo, cioè la percezione interiore ed emotiva che esperiamo come soggetti psicologici.

Tuttavia, la dimensione temporale difficilmente può essere imbrigliata in una rigida scansione tra un tempo esterno, oggettivo, ed un tempo interno e soggettivo. Infatti nella nostra vita notiamo come i due momenti siano intrinsecamente non solo legati, ma co-implicati. Può esistere un tempo (soggettivo o oggettivo) che sia “absolutus” ossia, letteralmente, sciolto dall’altro, non dipendente da altro? Un tempo sciolto dal legame con il mondo? Un tempo del genere è probabilmente quello dei logici e dei filosofi à la Parmenide, per i quali il tempo “vero” è quello non contaminato dal prima e dal poi, dal divenire costante, da accelerazioni e molteplicità, un tempo in sé e per sé, indipendente e, appunto, absolutus.

Eppure, una visione di questo tipo rischia di farci perdere una dimensione della temporalità che, se non possiamo affermare che sia necessariamente quella “vera”, possiamo dire che è senz’altro fondamentale; la dimensione che potremmo definire cairologica del tempo.

La cultura greca aveva un ampio spettro di termini per indicare il modo che avevano di vivere il tempo: chronos , il tempo misurabile, che in modo rettilineo procede dal passato al futuro, aion , il tempo immutabile e contrapposto al tempo come principio di movimento, eniautos , misura del tempo circolare e ciclico; e infine kairos, che potremmo tradurre come tempo opportuno o giusto e che connette concettualmente in modo inscindibile il tempo e l’azione.

Nella cultura greca il kairos  è rappresentato come un giovinetto che corre con delle ali ai piedi (a rappresentazione della fuggevolezza dell’occasione), con la testa completamente rasata ad eccezione di un solo ciuffo sulla fronte (a rappresentazione dell’opportunità di “acciuffare” il momento opportuno ad un solo tentativo), e nella mano un rasoio (a simboleggiare la sottigliezza e l’esilità del momento propizio).

Il kairos sta dunque a simboleggiare il “carpe diem” dei latini, ossia quell’occasione propizia, quel momento geniale che bisogna saper cogliere e afferrare nel momento esatto in cui si presenta. Quella discontinuità nella continuità temporale che è in grado di dare una nuova direzione agli eventi.

Al di là della specificità del significato di questo termine, quello che risulta rilevante di questa concettualizzazione è che riesce a rendere conto di quella dimensione della temporalità che si caratterizza per una singolare commistione tra azione e tempo, tra vita e mondo. Riesce a descrivere il tempo né come qualcosa di vissuto solo nella propria interiorità, né come qualcosa di assoluto e oggettivo, indipendente da noi e che ci sovrasta; ma come una dimensione dell’esistenza del soggetto, sempre calato nel rapporto col mondo e con l’altro, come quella dimensione in cui noi scegliamo di esistere nel mondo. Il tempo cairologico è così il tempo inteso come agire esistenziale nel e col mondo, che apre alla possibilità della storia e della trasformazione continua.

La condizione temporale nella quale ci troviamo immersi ad oggi sembra essere quella di una sospensione di questo aspetto cairologico . La sospensione cioè, necessaria e per questo tragica, di un tempo condiviso e creato con e attraverso l’altro, di un tempo in cui l’azione può dispiegarsi nel mondo.

Inoltre possiamo considerare anche la paradossalità di questo tempo sospeso. Se da una parte ci sentiamo sradicati dal mondo, e l’azione perde il suo carattere sociale e relazionale, e ci sentiamo separati dalla possibilità di agire nella storia, nello stesso momento è il tempo stesso che riesce a farsi storia senza agganciarsi all’azione umana. Sentiamo che stiamo vivendo un momento storico, ma lo stiamo realizzando attraverso la negazione dell’azione storica.

Il tempo sociale continua a esistere, ma senza gli esseri umani, l’azione che stiamo intraprendendo è collettiva e sociale, ma è fatta negando la collettività e la società.

Siamo spettatori di uno spettacolo senza attori. Chiusi nelle nostre private case, separati dalla socialità e dalla relazionalità, aspetti essenziali dell’esistenza umana, con l’impossibilità di progettare noi stessi e la nostra vita se non covando solitariamente i nostri sogni e aspirazioni, ci sentiamo assomigliare sempre di più ad una bicicletta senza pedali. L’Io diventa statico, e a volte ci sentiamo collassare.

Il tempo ha assunto improvvisamente la dimensione dello spazio in cui ci troviamo: i nostri corpi, la nostra mente, la nostra stanza. Lo spazio esterno, lo spazio condiviso con gli altri, è diventato simbolo di morte, ossia simbolo del non-tempo.

Ora forse abbiamo qualche strumento in più per capire l’intuizione degli antichi romani: quando il mundus  è aperto, il tempo è sospeso.

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