Nella casa del linguaggio attenti alle termiti
Per diversi motivi il nuovo libro di Antonio Spadaro (Svolta di respiro. Spiritualità della vita contemporanea, Milano, Vita e Pensiero, 2010, pagine 236, euro 18) è ricco di sorprese. I lettori appassionati della precedente opera del giovane gesuita messinese potrebbero rimanere delusi: non c’è molta letteratura in queste pagine, non si parla della forza dell’epica americana o della poesia di Hopkins o Carver, né si parla del rock di Bruce Springsteen o di Tom Waits, né di pittura né, infine, si fa alcun minimo cenno all’evoluzione continua della rete. Svolta di respiro – la citazione è, questa sì, letteraria, tratta da Paul Celan – è un testo che, come rivela il sottotitolo si occupa della Spiritualità della vita contemporanea.
Ma anche chi si accostasse a questo libro con la speranza di trovare una guida spirituale intesa in senso tradizionale potrebbe rimanere disorientato, almeno all’inizio. Bisogna acquisire prima un codice, quello proprio dell’autore, per capire le riflessioni raccolte nelle oltre duecento pagine prendendo spunto dalle cose più disparate: dalle improvvisazioni del jazz, alla varietà dei colori, dal senso di alcuni verbi (come “pagare” o “navigare”), a quello di alcuni ambienti (come la strada, l’acqua, l’ingresso). Il punto è proprio quello del “codice”, cioè dell’importanza della lingua, del linguaggio, questo che per Spadaro è l’ambiente umano per eccellenza, la casa in cui gli uomini si muovono e s’incontrano, ambiente umano e, come tale, non solo umano ma anche divino.
Di formazione filosofo, Spadaro ha una scrittura che nell’essenzialità trova il punto di maggior forza. [Continua »]
“Mettere al mondo un figlio in questo mondo orribile è da irresponsabili!”: a chi non è successo di sentire questa frase, gettata lì come un innocuo commento su mezze stagioni e caro vita? La strada di Cormac McCarthy prende sul serio questa contestazione. Talmente sul serio da farla diventare uno spartiacque dell’umanità. O di quel che ne resta.
Quando ci si prepara a fare un viaggio in un paese straniero dove non siamo mai stati, questo ci è insieme sempre estraneo e familiare. Se lo scegliamo come nostra meta di viaggio è perché ci piace l’idea di andarci, e se ci piace è perché proviamo una certa affinità: “sappiamo” che lì ci troveremo bene o comunque ci ritroviamo ad essere curiosi. La curiosità percepisce la distanza e l’alterità, ma d’altra parte ci spinge ad avvicinarci perché in ciò che ci incuriosisce scopriamo qualcosa di noi, qualcosa che siamo o che desideriamo essere o avere. Viaggiare dunque è scoprire meglio se stessi e nello stesso tempo proiettarsi in una dimensione nuova.
Servire verbum vi et natura sua molestum est. Forsitan nullo alio verbo tantae verbi vires sint, praesertim si substantiva nomina eadem verbi vi, id est munus, officium, ministerium, opera, famulatus, consideramus. Possitne verbum quod ritus significat, ut Italica lingua “servizi religiosi” et Anglica “services”, etiam latrinam significare? Possitne verbum quod bene facere significet, id est de aliquo bene mereri, etiam servile iugum et servitium significare? Quid est hoc verbum? Quid est arcanum suum quod id tam novum, lentum et ambiguum facit? 
Ultimo laboratorio stagionale quello dello scorso 3 giugno e alcuni dei partecipanti hanno spontaneamente voluto sottolineare il temporaneo commiato leggendo pagine di romanzi contenenti digressioni su scrittura e lettura.