Apocalisse a colazione
“Mettere al mondo un figlio in questo mondo orribile è da irresponsabili!”: a chi non è successo di sentire questa frase, gettata lì come un innocuo commento su mezze stagioni e caro vita? La strada di Cormac McCarthy prende sul serio questa contestazione. Talmente sul serio da farla diventare uno spartiacque dell’umanità. O di quel che ne resta.
Ma andiamo con ordine. La strada – da cui è stato tratto il recente film The Road, con Viggo Mortensen e Robert Duvall – è un romanzo ambientato in un così detto mondo “distopico”, un mondo, cioè, nel quale le utopie si sono realizzate alla rovescia. Un mondo nel quale i miraggi del progresso hanno condotto alla barbarie. Un mondo nel quale la pretesa di benessere ha prodotto un inimmaginabile malessere. Un mondo di terremoti, incendi e tempeste. Di metropoli rase al suolo. Di sterminate lande di cenere, senza più animali o piante verdi. Il sole, quasi scomparso. Cadaveri umani ovunque. Un mondo post-nucleare, probabilmente. Sicuramente il peggiore dei mondi possibili. Soltanto che è il nostro. E i pochi sopravvissuti o sono derelitti che si aggirano senza mèta, frugando tra le rovine, o sono spietati cacciatori dei propri simili. Cannibali. Perché non c’è nient’altro di cui cibarsi.
E allora non resta che l’homo homini lupus, o peggio – come notò acutamente lo scrittore Giulio Mozzi – l’homo homini homo: perché all’uomo sono concessi abissi di bestialità proibiti perfino alla feroce innocenza dell’istinto animale. Eppure Cormac McCarthy ci presenta questo scenario da horror senza alcun compiacimento. Se presenta la fine del mondo non è certo per denunciare future catastrofi ambientaliste, ma per trasformarla in un laboratorio d’indagine buono per comprendere l’oggi. McCarthy scrive per sottrazione, romanzo dopo romanzo, fino a raggiungere qui il grado zero: dell’ambientazione come della scrittura. E si pone alcune domande. Cosa succede se annulliamo lo sfondo – il mondo – e rimangono soltanto gli uomini? Le loro relazioni reggono all’urto? Fino a quando l’uomo è ancora tale? Cos’è, in fondo, che rende “umano” un essere umano? [Continua »]
Quando ci si prepara a fare un viaggio in un paese straniero dove non siamo mai stati, questo ci è insieme sempre estraneo e familiare. Se lo scegliamo come nostra meta di viaggio è perché ci piace l’idea di andarci, e se ci piace è perché proviamo una certa affinità: “sappiamo” che lì ci troveremo bene o comunque ci ritroviamo ad essere curiosi. La curiosità percepisce la distanza e l’alterità, ma d’altra parte ci spinge ad avvicinarci perché in ciò che ci incuriosisce scopriamo qualcosa di noi, qualcosa che siamo o che desideriamo essere o avere. Viaggiare dunque è scoprire meglio se stessi e nello stesso tempo proiettarsi in una dimensione nuova.
Servire verbum vi et natura sua molestum est. Forsitan nullo alio verbo tantae verbi vires sint, praesertim si substantiva nomina eadem verbi vi, id est munus, officium, ministerium, opera, famulatus, consideramus. Possitne verbum quod ritus significat, ut Italica lingua “servizi religiosi” et Anglica “services”, etiam latrinam significare? Possitne verbum quod bene facere significet, id est de aliquo bene mereri, etiam servile iugum et servitium significare? Quid est hoc verbum? Quid est arcanum suum quod id tam novum, lentum et ambiguum facit? 
Ultimo laboratorio stagionale quello dello scorso 3 giugno e alcuni dei partecipanti hanno spontaneamente voluto sottolineare il temporaneo commiato leggendo pagine di romanzi contenenti digressioni su scrittura e lettura.
Per presentare il volume di Antonio Spadaro