Omnesne fictae et commenticiae narrationes itineraria sunt?

Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit

Guide turisticheCum profecturi sumus in peregrinam regionem in qua numquam antea fuimus, haec nobis semper extranea et domestica simul est. Quam regionem petimus si nobis grata est et grata est si nobis par similisque est: scimus nos eo loco bene mansuros vel eam regionem videndi cupidi sumus. Videndi cupiditas intervallum et discrepantiam animadvertit, sed contra nos ad appropinquandum impellit quod in re quae nos allicit nostri aliquid invenimus, aliquid quod nobis est vel quod cupimus esse vel habere. Igitur itinere faciendo nos melius cognoscimus et simul nos in novum spatium immittimus. Ad iter faciendum itineraio uti possumus. Qui in estranea regionem iturus est saepe minimum libellum aspicit vel itinerarium evolvit. Vere itinerarium numquam verum iter esse potest. Haud dubie [Continua »]


The Tallest Man on Earth

“C’è una nuvola dietro la nuvola a cui sto cantando…
E io ho detto: oh mio Signore, perché non sono forte?”

https://www.youtube.com/watch?v=IBdHV-vZyHo [Continua »]


Poesia nella polvere della vita?

Bambino Gesù (Nottetempo 2010) è un libricino minuscolo, rosso mattone, che sembra fatto a posta per tenerci compagnia sui mezzi pubblici o mentre facciamo la fila, alla cassa o alle poste. È un libricino che sembra fatto a posta per riconciliare con la poesia chi pensa che la poesia non lo riguardi o, peggio, che la poesia non riguardi la vita. Daniele Mencarelli (Roma, 1974) si è fatto punto d’onore di fare poesia con quello che i più pensano non essere poesia. Cioè traffico, ritardi agli appuntamenti, incidenti stradali, ospedali, sale d’attesa. I tempi morti della vita. Quegli spazi e luoghi e magari volti di tutti i giorni che ormai non riusciamo più nemmeno a percepire, assuefatti come siamo dalla routine. Daniele Mencarelli la pensa diversamente. Dice che la poesia ha a che fare con la vita proprio perché ci permette di vederla. E riesce a farci sperimentare come pieni di senso anche i momenti più apparentemente vuoti come, ad esempio, gli interminabili ingorghi stradali che molti di noi devono affrontare ogni sera prima del felice e stremato approdo alle mura domestiche. Milo De Angelis ha notato che la poesia di Mencarelli vive in un intreccio «tra la stanza e l’universo, tra il ticchettio dell’orologio e la musica delle alte sfere». Nei suoi versi il piccolissimo rende presente l’infinito. Lo scontato è la soglia dell’assoluto. Come avviene in questi versi… dove si comincia con il Grande Raccordo Anulare e si approda all’eternità. [Continua »]



Gli amori dell’avvocato Turow

Se non avete letto il bestseller, sicuramente avrete visto almeno il film che ne venne tratto. Parliamo del thriller Presunto innocente (1987) di Scott Turow, reso indimenticabile grazie all’interpretazione di Harrison Ford. Vent’anni dopo Turow torna al suo romanzo d’esordio. Rusty Sabich, il protagonista, si risveglia con un cadavere nel letto. Quello di sua moglie. Ma aspetterà una giornata prima di avvertire la polizia… possibile che anche questa volta sia innocente?

Come mai è tornato ai personaggi di Presunto Innocente (1987) dopo oltre vent’anni?
«Mettiamola così. Il protagonista – Rusty Sabich – si stava approssimando al suo sessantesimo compleanno, proprio come me: Rusty è un anno più vecchio. E mi trovavo in uno stato d’umore particolare. Pensavo a quanto sia stranamente dinamica l’ultima parte della nostra vita e a quanto poco molti di noi siano disposti ad accettare il cambiamento in questa fase. Nella parte della vita nella quale i figli se ne vanno di casa e cominciano a morire alcuni dei nostri amici. È, insomma, la parte della vita nella quale c’è bisogno di ridefinirsi come persone. Cominciavo a capirlo anch’io solo allora, al mio sessantesimo anno. Ed è stata una sorpresa. Nel frattempo, come fanno tanti scrittori, mi appuntavo qualunque idea che mi passava per la testa nella speranza fosse quella per una nuova storia. E su un post-it mi ero scritto la frase: “Un uomo è seduto sul letto dov’è steso il cadavere di una donna”. L’avevo attaccata alla scrivania, ma da quel seme non era nato nulla. Lo tenni lì per un paio di mesi, se non di più, finché una mattina lo vedo e penso: “Ah! Quell’uomo è Rusty Sabich!”. Ed così è ricominciato il viaggio». [Continua »]


Il senso è nell’attesa

“A stento una strada, troppe poche case/ per meritare il titolo; giusto una via tra/ l’unica taverna e l’unico negozio/ che non porta da nessuna parte[…] Così poco accade; il cane nero/ che distrugge le sue pulci nel sole caldo/ è storia. E tuttavia la ragazza che passa/ da una porta all’altra si muove su una scala/ che va oltre le due dimensioni del giorno scialbo./ Rimani, allora, villaggio, perché attorno a te gira/ su un asse lento un modo tanto vasto/ e significativo…” Quando nel 1953 scrive Il vilaggio Ronald Stuart Thomas ha quarant’anni ed è già un poeta che si è fatto conoscere eppure è solo a metà del suo cammino che lo porterà ad essere considerato “un colosso, tanto influente quanto T.S.Eliot”. L’elogio, successivo alla morte di Thomas avvenuta nel 2000, è di Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury e, come Thomas, poeta, gallese e pastore anglicano.

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Nella casa del linguaggio attenti alle termiti

Per diversi motivi il nuovo libro di Antonio Spadaro (Svolta di respiro. Spiritualità della vita contemporanea, Milano, Vita e Pensiero, 2010, pagine 236, euro 18) è ricco di sorprese. I lettori appassionati della precedente opera del giovane gesuita messinese potrebbero rimanere delusi: non c’è molta letteratura in queste pagine, non si parla della forza dell’epica americana o della poesia di Hopkins o Carver, né si parla del rock di Bruce Springsteen o di Tom Waits, né di pittura né, infine, si fa alcun minimo cenno all’evoluzione continua della rete. Svolta di respiro – la citazione è, questa sì, letteraria, tratta da Paul Celan – è un testo che, come rivela il sottotitolo si occupa della Spiritualità della vita contemporanea.

Ma anche chi si accostasse a questo libro con la speranza di trovare una guida spirituale intesa in senso tradizionale potrebbe rimanere disorientato, almeno all’inizio. Bisogna acquisire prima un codice, quello proprio dell’autore, per capire le riflessioni raccolte nelle oltre duecento pagine prendendo spunto dalle cose più disparate:  dalle improvvisazioni del jazz, alla varietà dei colori, dal senso di alcuni verbi (come “pagare” o “navigare”), a quello di alcuni ambienti (come la strada, l’acqua, l’ingresso). Il punto è proprio quello del “codice”, cioè dell’importanza della lingua, del linguaggio, questo che per Spadaro è l’ambiente umano per eccellenza, la casa in cui gli uomini si muovono e s’incontrano, ambiente umano e, come tale, non solo umano ma anche divino.

Di formazione filosofo, Spadaro ha una scrittura che nell’essenzialità trova il punto di maggior forza. [Continua »]