BombaCarta è un panno steso al sole

«Attaccate così, con le forcelle ai fili tesi da un lato all’altro del botteghino, le riviste mensili, quindicinali, settimanali ti dànno l’impressione dei panni al sole»: così veniva introdotta nel primo numero di Letture, nel lontano ’46, la ‘Rassegna delle riviste’, cioè una serie di brevi recensioni non di libri ma di… riviste, appunto. L’immagine delle riviste come panni stesi al sole accompagna dunque un’intuizione straordinaria: esse sono portatrici di una visione del mondo che va ‘recensita’, cioè valutata. Il sito di BombaCarta è una rivista che cerca di avere una visione della realtà. Non c’è alcun bisogno di ricordare la funzione essenziale che hanno svolto nel nostro Paese le riviste culturali. Nei primi anni del nostro Novecento e tra le due guerre mondiali, hanno rappresentato un luogo vivo e inquieto di scambio, incontro e scontro culturale, di valori e di idee. Il termine ‘rivista’ deriva dal verbo ‘rivedere’ e indica il compito di confrontare, esaminare, giudicare.

Le riviste hanno ancora senso? Se rimangono fedeli al loro compito di ‘revisione’ del mondo culturale sì. E oggi più che mai. Per questo esse non devono trasformarsi in un contenitore di materiali disparati, come [Continua »]


Strade sacre e teologia del nonsense

Ormai è evidente: in Italia è in corso un vero e proprio “Rinascimento chestertoniano”. Un revival in piena espansione. L’oculatezza di alcuni editori e la passione dei tanti lettori è riuscita a riportare nelle nostre librerie molti titoli del geniale scrittore che mancavano da decenni. Solo negli ultimi mesi, Morganti ha dato alle stampe la nuova traduzione del romanzo La sfera e la croce, Raffaelli ha presentato l’inedito La fine della strada romana, mentre Lindau ha sfornato ben quattro titoli in nuova traduzione: alcuni tra i migliori saggi di Chesterton – Eretici, Ortodossia, Autobiografia – e il suo primo romanzo, Il Napoleone di Notting Hill (Lindau 2010, pp. 232, € 17). Proprio quest’ultimo titolo merita una parola di spiegazione. Perché è un racconto allo stesso tempo visionario, profetico e intimamente autobiografico. Scritto nel 1904 e ambientato nella Londra di cento anni dopo, Il Napoleone di Notting Hill immagina che la democrazia, morta per l’indifferenza dei cittadini, sia stata soppiantata da una “tirannia morbida”: di volta in volta, il sovrano è una persona qualunque sorteggiata a caso tra gli abitanti. Il nuovo re è Auberon Quin, un impiegato così afflitto dalla monotonia della propria esistenza da ripristinare – per puro divertimento personale – l’indipendenza degli antichi sobborghi di Londra. [Continua »]


Il frutto di un’intimità

Vivere significa percorrere un itinerario libero, fare delle scelte, spostarsi su una strada aperta, avere la possibilità di sperimentare dei fallimenti. Viceversa, compiere all’infinito un percorso circolare, che ripete eternamente un tragitto noto, senza mai correre il rischio della divagazione, significa rinunciare a consistere, ricusare qualsiasi movimento, reprimere ogni possibilità di comunicazione che non sia puramente autoreferenziale, abdicare alla stessa esistenza. Solamente accettando delle coordinate di riferimento, nelle quali muoversi ed essere riconosciuti, è possibile stabilire un rapporto con gli altri, aprire con essi un dialogo, uno scambio reciproco e fecondo. Per acquisire un’identità è necessario uno spazio da occupare. L’esistenza presuppone la consistenza.
È questa la lezione imparata in Somewhere, la pellicola di Sofia Coppola vincitrice del Leone d’Oro a Venezia 2010, che recupera le atmosfere rarefatte di Lost in translation, in un elegante percorso di maturazione personale e cinematografica della regista americana.

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Come affrontare la fine di uno “stato di grazia”?

Pochi mesi prima che Benedetto XVI inaugurasse l’Anno Sacerdotale era uscito uno dei rari romanzi contemporanei ad avere per protagonista un parroco. Il ragazzo che credeva in Dio di Vito Bruno (Fazi 2009, pp. 407, € 19) racconta la storia di don Carmine, sacerdote tarantino alla soglia dei cinquanta, travolto da una «normalità implacabile» e dall’«orgia di dolore» nella quale si dibattono i suoi parrocchiani. Carmine non ha smesso di credere in Dio, tuttavia non lo avverte più con quell’ardore che, nell’adolescenza, lo aveva spinto a entrare in seminario. Cosa succede quando avvertiamo il vacillare del nostro “stato di grazia”? È possibile restare fedeli alle promesse della propria giovinezza? Il romanzo attraversa la crisi individuale immergendosi nella vita di altre persone: nessuna perfetta, nessuna intangibile al dolore, tutte – in fondo – accomunate dalla tentazione della resa alla disillusione. Tutte che guardano a don Carmine per avere una risposta. E la risposta offerta nelle ultime pagine, lontana dal granitico eroismo di molti preti della letteratura, era comunque pudica e credibile: sì, con il sostegno di una comunità è possibile tornare a intuire la bellezza semplice e immediata della propria fede. Ed è possibile continuare a trasmetterla. Il libro successivo di Vito Bruno – L’amore alla fine dell’amore (Elliott 2010, pp. 183, €14) – compie un salto imprevedibile. Non solo perché passa a narrare una vicenda reale, quanto perché la vicenda era imprevedibile per lo stesso autore, lasciato dalla moglie pochi mesi dopo la pubblicazione del precedente romanzo. Basta la formuletta magica del “Non ti amo più” per passare la spugna su tre anni di matrimonio, la nascita di un figlio, e reclamare indietro la propria vita da rifarsi altrove, finché si è in tempo. Così, dopo anni di «impronunciabile felicità», si piomba nelle trincee di una «guerra di logoramento». E Bruno si trova traumaticamente ad affrontare – stavolta nella vita quotidiana – le domande poste nel precedente volume: come affrontare l’esaurimento di uno “stato di grazia”? [Continua »]


Una regione irraggiungibile…

Quest’estate ho letto “Un’arancia a orologeria” di Anthony Burgess, gran libro. Mi ha molto colpito il linguaggio (mi piacerebbe leggere l’originale inglese), oltre al fatto che Kubrick, eliminando l’ultimo breve ma decisivo capitolo dalla sua fedele e splendida versione cinematografica, non è stato poi tanto “fedele”. Il dramma scritto da Burgess ha al suo centro il tema del libero arbitrio, la libertà che fonda la dignità dell’uomo. Tutti voi ricordate, spero e immagino, la “parabola” (ascendente e discendente) di Alex, il crudele e sfortunato protagonista della vicenda. C’è una pagina che mi ha colpito profondamente, quando il sacerdote del carcere va da Alex che ha deciso di sottoporsi alla cura che lo renderà “incapace di scegliere di fare il male”, togliendogli appunto il libero arbitrio. E, tra le altre cose, gli rivolge queste parole: “E ora, a proposito di pregare, mi rendo conto che non servirà a molto pregare pe te. Stai per entrare in una regione dove il potere delle preghiere non potrà più raggiungerti. Una cosa terribile, a pensarci.”  […] E poi cominciò a piangere. Ma io non ci feci molto caso […] disse: “Può anche andare a finire bene, chissà? Dio opera in modi misteriosi”. Poi si mise a cantare un inno con una ciangotta alta e potente.” Pagina toccante, per me almeno. L’idea che la potenza della preghiera sia così legata alla fragilità della libertà dell’uomo mi ha fatto molto riflettere. Una riflessione che voglio condividere con voi.


Ansae vis

Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit

 
Mente fingite vos ante ianuam vitream per se ipsa pandentem esse. Iam quid vobis faciendum sit scitis: ut pandatur vobis exspectandum est. Nihil vobis faciendum est: solum exspectare. Cuius pandendae cupiditas frangitur contra vitrum quod ipsum machinatione quadam quod vos optatis vobis nihil facientibus facit. Sed saepe, quamvis hoc, praesertim qui ianuis per se ipsis pandentibus assuetus non est, ex se quaerit quid sibi faciendum sit, cum illic sit. Nonnulli manus suas ad vitrum quod repente vident se mire mirum in modum movere acerrime porrigunt [Continua »]


Flannery, l’immoralista

Secondo padre Michael P.Gallagher, decano emerito di teologia fondamentale all’Università Gregoriana, la scrittrice cattolica americana Flannery O’Connor è una “esploratrice religiosa”. Nel suo ultimo saggio pubblicato qualche settimana fa in Inghilterra, colloca la O’Connor nella “top ten della fede”: Faith Maps: ten religious explorers from Newman to Joseph Ratzinger. La scrittrice è in ottima compagnia: oltre a Newman e a Ratzinger, tra i dieci esploratori ci sono nomi altisonanti come quelli di Maurice Blondel e di Von Balthasar, di Bernard Lonergan e del filosofo canadese Charles Taylor (l’unico vivente insieme all’italiano Pierangelo Sequeri). Alla fine di giugno è uscito in Italia per i tipi della casa editrice cattolica Ancora, il primo libro interamente dedicato alla O’Connor, un agile ma acuto saggio critico scritto da Elena Buia Rutt (giornalista laureata in filosofia con una tesi sulla scrittrice americana): Flannery O’Connor, il mistero e la scrittura, con prefazione del padre gesuita Antonio Spadaro, scrittore de La Civiltà Cattolica e autore di diversi lunghi articoli sulla spiritualità della narrativa o’connoriana. Infine: nel prossimo mese di agosto al Meeting di Comunione e Liberazione si terrà una mostra-evento per presentare questa singolare figura di narratrice che si dichiarava scrittrice “non sebbene, ma proprio in quanto cattolica”. [Continua »]