di
Andrea Monda -
pubblicato il 11 Ottobre 2010
Sono andato a vedere Benigni e confesso di essermi commosso. Forse è la bellezza dei versi danteschi, forse è la passione che ci mette il comico toscano, ma sta di fatto che ho versato qualche lacrima di gioia. Pare che questo sia un tabù per chi fa, di mestiere, il critico, anche se non ho mai capito perché. Quando tanti anni fa facevo il critico cinematografico andavo a vedere le anteprime dei film e ricordo che ero l’unico, tra i critici presenti, a piangere, ridere, urlare di paura o di emozione davanti alle scene dei film che vedevo. Ero anche il più giovane in sala e forse questo era problema, il “peccato” imperdonabile come se la critica fosse una professione ineluttabilmente riservata a persone adulte, per non dire, più brutalmente, “vecchie”. Invece Benigni ha fatto uno spettacolo che è riservato soprattutto ai giovani e ai bambini. Lo ha notato con acutezza Franco Cordelli, nella sua recensione apparsa sul Corriere della sera, che però ha usato quest’intuizione per stroncare lo spettacolo: la “colpa” di Benigni sarebbe infatti proprio quella di aver “tradotto Dante per i bambini”, il che però a me appare come un merito. Punti di vista. Anch’io ho una critica da muovere a questo “TuttoDante” e si riferisce al titolo che è un inganno o se vogliamo una burla: nelle due ore di spettacolo Roberto Benigni si concentra solo per metà su Dante e soltanto ad uno dei cento canti del suo capolavoro, il quinto dell’Inferno (che, forse, è anche la scelta più facile e scontata). [Continua »]