L’intelligenza della parola

Vale la pena di tornare sulla poesia di Pierluigi Cappello (il primo post risale al luglio del 2009) che nel frattempo ha vinto il Premio Viareggio 2010 con la raccolta Mandate a dire all’imperatore (Crocetti). In questo filmato Cappello legge Parole povere e ci parla della sua esperienza sottolineando che la parola poetica ha una sua propria autonoma, imprevedibile, generosa vitalità: la poesia non nasce dall’abilità/intelligenza del poeta, ma da una “postura” dello scrittore che si mette “nella condizione in cui le parole vengono animate da un’intelligenza propria”. Come scrive Saverio Simonelli “Cappello ci insegna ad essere amici della poesia, senza alcuna retorica o infingimento” dicendoci con grande semplicità che la poesia nasce dall’incontro fiducioso tra due alterità, due intelligenze, due cuori pulsanti: quello assetato del poeta e quello sorgivo della parola.

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Ma se leggo la sua opera a che mi serve conoscere la sua vita?

Proust, nella sua celebre polemica con il critico Sainte-Beuve, l’autore delle Conversazioni del lunedì, afferma che il cuore del lettore non può essere dispensato da quello sforzo che occorre per ricreare in fondo al nostro io l’io più profondo dell’autore, del quale l’opera d’arte è il prodotto. Al contrario Sainte-Beauve, legando strettamente alla lettura dei testi la ricerca biografica sui loro autori rischia di impedire questa sorta di ricreazione interiore, tutta sbilanciata com’è sui dati esteriori. Leggere è fondamentalmente una questione di disponibilità interiore, non di ricostruzione della biografia dell’autore. Il biografismo di Sainte-Beuve aveva come formula tel arbre, tel fruit. A giudizio di Proust, al contrario, «un libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei nostri vizi. Un tale io, se vogliamo cercare di comprenderlo, possiamo attingerlo solo nel profondo di noi [Continua »]

Ma il successo chi lo fa?

Oggi più che mai possiamo chiederci se il successo di pubblico è davvero il criterio determinante delle qualità di un’opera letteraria, perché sappiamo quanta parte possa avere e quanta forza fuorviante, in quest’ambito, la risonanza mass-mediatica.
In prima battuta possiamo dire che il successo di pubblico è senz’altro un indice poco significativo, perché il pubblico genericamente agisce su motivazioni estranee nell’acquisto di un libro (a cui non sempre corrisponde una lettura integrale e soprattutto un’assimilazione culturale), tra cui primeggiano la pubblicizzazione e sovente la notorietà dell’autore, non sempre dovuta solo a ragioni letterarie. Quello che consolida il successo di un’opera letteraria, potremmo anche dire quello che la fa diventare un classico, è il “riuso”, cioè l’accostarsi a quel testo in momenti successivi nel tempo, mantenendo un contatto con il testo stesso tale da garantirgli una sua vitalità letteraria. Il “riuso” in genere, almeno così storicamente è avvenuto, è una questione di sintonia e quindi ha in sé un’implicita capacità di dare linfa vitale ad altre opere letterarie. Ci sono però alcune questioni a margine: innanzitutto certe opere dai contemporanei non sono state [Continua »]


Dante, il divin poeta popolare

Sono andato a vedere Benigni e confesso di essermi commosso. Forse è la bellezza dei versi danteschi, forse è la passione che ci mette il comico toscano, ma sta di fatto che ho versato qualche lacrima di gioia. Pare che questo sia un tabù per chi fa, di mestiere, il critico, anche se non ho mai capito perché. Quando tanti anni fa facevo il critico cinematografico andavo a vedere le anteprime dei film e ricordo che ero l’unico, tra i critici presenti, a piangere, ridere, urlare di paura o di emozione davanti alle scene dei film che vedevo. Ero anche il più giovane in sala e forse questo era problema, il “peccato” imperdonabile come se la critica fosse una professione ineluttabilmente riservata a persone adulte, per non dire, più brutalmente, “vecchie”. Invece Benigni ha fatto uno spettacolo che è riservato soprattutto ai giovani e ai bambini. Lo ha notato con acutezza Franco Cordelli, nella sua recensione apparsa sul Corriere della sera, che però ha usato quest’intuizione per stroncare lo spettacolo: la “colpa” di Benigni sarebbe infatti proprio quella di aver “tradotto Dante per i bambini”, il che però a me appare come un merito. Punti di vista. Anch’io ho una critica da muovere a questo “TuttoDante” e si riferisce al titolo che è un inganno o se vogliamo una burla: nelle due ore di spettacolo Roberto Benigni si concentra solo per metà su Dante e soltanto ad uno dei cento canti del suo capolavoro, il quinto dell’Inferno (che, forse, è anche la scelta più facile e scontata). [Continua »]


Reale come una favola

«…ma questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta». Se questa frase vi dice qualcosa, probabilmente siete tra i fortunati che hanno amato un curioso romanzo in 26 capitoli, alcuni scritti in rosso rubino e altri in verde acqua, introdotti da grandi capolettere che procedevano dalla A alla Z. Se invece questa frase non vi dice nulla, siete probabilmente tra gli sfortunati che conoscono solo i film molto liberamente ispirati a La Storia Infinita e cordialmente detestati dal suo autore. Proprio uno strano destino, quello della Storia Infinita, esibita nelle manifestazioni di pacifisti e ambientalisti negli anni Ottanta e oggi involontaria patron – attraverso il nome di un suo protagonista, Atreju – del convegno annuale di un partito di tutt’altra area. Destino tanto più bizzarro se si pensa che alla sua uscita il romanzo fu accusato di apoliticità, destino che però lo accomuna al capolavoro di J.R.R. Tolkien, tirato per la giacchetta dalle direzioni più disparate. [Continua »]


Cantare con i polmoni pieni di gioia

jeffUn paio di giorni fa mi è capitato di leggere due brani che nulla hanno in comune e che pure hanno continuato a rimbalzare nella mia testa per tutto questo tempo, come palline su un campo da ping pong. Il primo è un testo di Henry Miller, citato per intero (e non ho ancora capito il perché) all’interno del volume The Wilco Book (dell’omonima band). Il secondo è un testo breve di Jack Kerouac, scritto nel 1941. Non so cosa esattamente abbiano in comune, ma in un modo o nell’altro (complesso e però preciso), la gioia di cui parla uno, e la nostalgia evocata dall’altro, sembrano fare comunque orbita intorno a uno stesso cerchio, a un solo sfuggente punto. Che forse è il punto in cui arte e vita si incontrano, si specchiano e si sorridono, riconoscendosi l’una nell’altra. [Continua »]

Un libro per il viaggio più lungo

A cosa serve la Letteratura? Forse ad aprire la strada alla goccia nel fiume che si apre / la strada in mezzo alla pietraia. Questi versi di Bertolt Brecht alludono alla possibilità di riattivare un flusso vitale attraverso l’aridità e il pietrisco dell’anima quando questa si è abituata a vivere fuori da se stessa. Ma come fare, da dove cominciare? Un punto di partenza potrebbe essere la lettura, lenta e meditata, de Il continente interiore  di Carlo Ossola (Marsilio), critico letterario (formidabili i suoi articoli sull’inserto domenicale del Sole24ore) e professore al Collège de France , la cui parola erudita sembra bagnata di rugiada per tanta freschezza e vitalità: 55 “stazioni” scandiscono un viaggio in compagnia di libri, autori, storie e personaggi che appartengono alla memoria sapienziale delle Lettere e delle Scritture. Una memoria in grado di proiettarci nel futuro inscritto all’interno di noi  stessi e di aiutarci a compiere quel movimento che l’autore, medievista di professione, sintetizza nel “te tandem tibi restitue” dell’amico Agostino: restituisciti a te stesso perché, come scrive il poeta Vittorio Sereni, Con non altri che te / è il colloquio. // […] E qui t’aspetto. Ma che cos’è il “continente interiore”? Nel frammento di questa video intervista, la risposta dell’autore di questo libro tanto atipico nel panorama della critica letteraria italiana quanto indispensabile, soprattutto per chi sente che “il viaggio più lungo / è il viaggio verso l’interno” (Dag Hammarskjold) e che l’Arte è un antidoto alla distrazione che ci porta continuamente fuori strada.