BombaBibbia Report (05/2010)

BibbiaUltimo incontro dell’anno per BombaBibbia. Un finale… in gloria. Si comincia infatti con un inno alla gioia tratto dal profeta Isaia 55. Una festa universale, nel senso più proprio della parola: gli invitati sono le montagne, i colli, gli alberi, la pioggia e la neve. Una festa nella quale il cielo e la terra non sono semplicemente lo sfondo e il contenitore, ma i soggetti principali. Tra i presenti, due si differenziano non poco:

«Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri»

Il cielo e la terra sono evidentemente due cose diverse, ma… dov’è che finisce uno e comincia l’altro? quanto bisogna alzarsi dalla terra, per essere in cielo? un centimetro o cento chilometri? Così i pensieri di Dio e quelli dell’uomo sono due realtà nettamente distinte eppure intersecate, opposte ma anche contigue. Due soggetti così diversi da attrarsi inesorabilmente… insomma, ci sono tutti i presupposti perché, come in ogni festa che si rispetti, scocchi l’amore. È quello che racconta il profeta Geremia 27,7-9: c’è la seduzione, la resistenza e la resa. Una vera guerra d’amore, degna di Gaspara Stampa [Continua »]


Una seconda possibilità

Undici decimi di Alessio Torino (Italic, Ancona 2010) può essere considerato un Bildungsroman postmoderno. Infatti ha molti dei caratteri di un romanzo di formazione, ma è condotto in uno stile non certo tradizionale, sposta in avanti anagraficamente la presa di coscienza sulla vita e attraversa l’attuale diffusa esperienza del giovanile disordine esistenziale. Protagonista è Norman Marasco, che, appunto ad un’età che potremmo definire dantescamente nel mezzo del cammin, cioè a 35 anni, uscito dall’ospedale, dove era stato ricoverato per delirium tremens, cerca di ricostruire la sua esistenza sulla base di quanto può aver imparato dall’esperienza dell’abuso di alcool e di psicofarmaci che l’ha portato ad una condizione che poteva anche essere di non ritorno. Lui, invece, è stato fortunato, ha una nuova possibilità di vita e sa di doversela giocare in una scelta, ormai decisiva e definitiva, tra bene e male. Tutto questo avviene in un paese dal nome inventato, Pieve Lanterna, [Continua »]


Servire

Servire è un verbo potenzialmente fastidioso. Forse non esiste un verbo con una simile estensione di significati, soprattutto se consideriamo il suo sostantivo corrispondente: servizio/servizi. Può mai una parola che indica il culto, i “servizi religiosi” (services, in inglese), indicare anche il gabinetto? Può mai un verbo che indica il fare del bene, il “mettersi al servizio” indicare asservimento e schiavitù? Che cos’è questo verbo? Qual è il suo mistero che lo rende così strano e flessibile e ambiguo?

Certamente l’idea di “servo” vive accanto a quella corrispettiva di “padrone”: da questa antitesi nasce quella tra “servire” e “spadroneggiare”. Non però quella tra servire e “padroneggiare”. Le cose si complicano ulteriormente, dunque. E forse però proprio qui troviamo una prima chiave di lettura dell’ambiguità del “servire”…

Chi spadroneggia è colui che esercita un ruolo statico e definitorio sulla realtà. Chi spadroneggia si impone e dà un ordine stabile al mondo che lo circonda: e questo ordine è… se stesso. Chi spadroneggia non è il creatore di una forma, ma l’impositore di un modello dal quale non si può sfuggire. Il servo in questo caso è colui che si sottomette e rientra in questo modello. Servire, dunque, significa essere schiavi, rientrare pienamente in questa logica statica. Da qui tutti i significati deleteri e negativi dell’asservimento.

Chi padroneggia invece è colui che usa con “padronanza”, è colui che sa adeguarsi a qualcosa (una lingua da parlare, una tecnica da usare,…) a tal punto che il suo atteggiamento diviene obbedienza creativa, competenza, abilità. [Continua »]


Persi tra le pagine?

Entrare in libreria è come andare in guerra. Sono troppi i libri scritti per essere dimenticati, una fanteria anonima e chiassosa che ci travolge appena varchiamo l’ingresso. Occorre sfondare la linea dei bestseller, saltare la trincea dei “Consigliati”, sfuggire i cecchini delle offerte. Ma scegliere si può. Si deve. Soprattutto negli anni della propria formazione intellettuale. A proporre una “bibliografia selezionata” ci hanno provato un neolaureato e un laureando, Nicola Villa e Giulio Vannucci, curatori del volume I libri da leggere a vent’anni (Edizioni dell’Asino). Un progetto avventato e imprudente, che ci rende naturalmente simpatici i suoi due giovani promotori. Ma era necessario stendere questo elenco di quasi 600 titoli, suddivisi in trenta aree di studio? Non ci dovrebbe pensare le istituzioni scolastiche, a indicare le letture imprescindibili? «Dovrebbe – dice Nicola – ma l’Università, per me, ha rappresentato una grossa delusione. L’ho trovata troppo autoreferenziale e poco impegnata in un confronto serrato con la realtà esterna. E inoltre si studia su manuali che ti fanno conoscere i testi cardine di una disciplina solo per via mediata, senza affrontarli direttamente». [Continua »]


Spadaro: grammatica e dramma della spiritualità

Se la spiritualità fosse apparentata al dramma, nel senso – custodito dall’etimologia della parola – di azione, abbia cioè a che fare con il tumulto, con l’inquietudine, sia implicata nel gioco di forze, slanci, energie che è il tessuto stesso della creazione? Fosse, insomma, strettamente intrecciata al cambiamento? D’altronde Ignazio di Loyola, il fondatore dei gesuiti, colloca al cuore della spiritualità «il primato del fare» e un filosofo lontanissimo dalla sensibilità cristiana – come Michel Foucault riconosce che «la spiritualità postula la necessità che il soggetto si modifichi, si trasformi, cambi posizione, divenga cioè, altro da sé, per avere il diritto di accedere alla verità. Non può esserci verità senza una conversione o una trasformazione del soggetto».

Il gesuita Antonio Spadaro, scrittore di ‘Civiltà Cattolica’, compone una grammatica della spiritualità e della spiritualità contemporanea: non un’insieme di regole che sigillino l’esperienza ma al contrario una mappa che orienti, custodendo l’apertura, l’accoglienza di quel “sovrappiù” [Continua »]


Se exuere

Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit

Hodie hortus solis luce fulget et arbores viridant. Flores quoque suis vividis coloribus micant. Hodie verior sententia videtur: “Considerate lilia agri quomodo crescunt; […] nec Salomon in omni gloria sua copertus est sicut unum ex istis.” (Mt, 6, 28-29) Flores et arbores ipsi ipsos non exuunt: deponere florum folia et frondes nequeunt. Se ipsos exuere, nudos fieri, naturale, invitum, anni temporum maturitatibus est. Homines contra se sponte exuunt. Quae magna differentia est. Arbori nudo pulchritudo ipsa est. Arbor nudus ossea forma non est: vis virtusque incubantes sunt, apto secundoque tempore erumpturae.  Nudum [Continua »]


Più vero della storia vera

Nel suo diario, alla data del 26 dicembre 1980, don Divo Barsotti appunta: “Da giorni leggo Il signore degli anelli e la lettura mi avvince come una storia vera. Mi fa meditare. Chissà che la storia vera del mondo non somigli più alla storia di Tolkien che a quanto appare, a quella che si dice la storia degli uomini. Come la Chiesa è simile ad un iceberg che solo per la sua cima emerge dall’acqua ed ha la sua massa nascosta nella profondità dell’oceano, così la storia degli uomini. La vera storia è nascosta. Non so come, queste riflessioni mi hanno portato a considerare la mia vita […] Sì, il racconto di Tolkien è più vero della verità della storia degli uomini perchè almeno ci avverte di un mistero che è la sola vera realtà“.  Queste poche ma fulminanti parole sono contenute nell’Appendice di un bel libro appena pubblicato dalla Marietti (Tolkien, l’uomo e il mito, di Joseph Pearce) di cui raccomando la lettura. Anch’io negli stessi anni di don Divo leggevo Il signore degli anelli e “sentivo” quello che lui è riuscito a mettere per iscritto in modo così preciso e acuto. Non aggiungo altro, mi sembra che come pro-vocazione ci sia pure troppo.