“Emmaus” di Baricco: un libro vuoto

(estratto dell’articolo su La Civiltà Cattolica)

Emmaus di Alessandro Baricco[…] Dopo aver chiuso Emmaus si resta davvero perplessi e delusi. La prosa di Baricco è suadente, lineare:  tutto è al posto giusto. L’autore è narratore di razza, abile conoscitore delle tecniche che applica con una certa insistita precisione, come a comando. E tuttavia proprio questo contribuisce a comunicare la sensazione di vacuità. In tale quadro anche una sbavatura avrebbe giovato, avrebbe reso il libro più interessante. E invece non c’è:  la scrittura è nitida e tersa, ma cieca perché descrive qualcosa che sicuramente non conosce. Non c’è balzo, non c’è passione, non c’è sorpresa.Tutto quello che deve accadere accade, e puntualmente. E gli avvenimenti appaiono iscritti all’interno di un kòsmos esatto, dove le contraddizioni e le inquietudini rispondono a clichés definiti ideologicamente. Persino il dramma è addomesticato dalla scrittura a effetto. Il mondo che si dispiega nelle pagine di Emmaus è diviso rigidamente in due:  o si è di qua o si è di là. Sono ammessi i passaggi da una parte all’altra, ovviamente, altrimenti non ci sarebbe storia, non ci sarebbero i fatti da narrare. E tutta via i campi, i due territori divisi dal muro sono chiaramente separati da una frontiera.Ovviamente questo conduce Baricco a offrire al lettore non personaggi ma tipi, idee in forma di persona o, forse, sarebbe meglio dire caricature. Lo sono i nostri quattro giovani di parrocchia, innanzitutto. Il loro più che un calvario esistenziale, sembra il bignami del cattolicesimo visto dall’ottica di un ateo che ritiene i credenti poco più che giovani marmotte tonte. È un “tipo”, una macchietta, persino Andre:  avvolta da un alone da femme fatale, è soltanto una povera ragazza sola e senza punti di riferimento.

Così, ad esempio, se per i quattro ragazzi la bellezza dev’essere “una virtù morale, e non c’entra col corpo” (p. 19), come è stato loro insegnato, per Andre invece non esiste affatto perché esiste solamente il sesso che pratica in modo vario, ma sempre senza neanche un barlume di tenerezza o trasporto. La fantasia di Baricco sembra più attenta a spaccare in due porzioni equivalenti e in maniera artificiosa la natura umana, come se [Continua »]

Ridere

Ex Andreae Mondae charta Rosa Elisa Giangoia vertit 

Saepe rideo. Forsitan stultus sum, sed persaepe risum continere non possum. Tantis causis rideo quorum nunc non ridens recordari non possum. Ex more ita fit: valetudinem attendimus solum cum aegrotamus, felicitatem attendimus solum cum maesti sumus. Verum est risum semper rem necopinatam et improvisam esse: aliquid nobis risum concitat, ego non sum qui ridere statuo, aliud, vis mihi externa extraneaque me superat et me ad ridendum impellit. Fere ita ut morbus, ut amor est. Si mihi dicendum esset quid risus sit, vim dicerem, vim squassante, quae ex imo ad summum venit. Me e ventre sumit, interdum etiam e pedibus, per totum corpus ascendit ut electrica concussio usque ad id erempendum.  Ego sum qui risu dissilit, denique mihi maxillae dolent et postea, necessarie, lacrimo, fleo ad confirmandum illud paradoxon quod dicit “flere e ridendo”: risus et fletus inter se intexuntur et nodum solvere difficile est. Antiquum lepidum dictum  nuptias sine fletu  neque exequias sine risu esse exprimit. Ille auctor Joseph Pontiggia notavit: “Ridere ad non flendum. Radix lepidae rei tragica.” , e quo dicto disceptatio inter comicum et tragicum (exempli gratia: in litteris Hebraicis, quot comici sunt?) oritur.
Sed nobis revertendum est ad risum, vim, roburem naturalem quae potitur hominibus, solis animalibus quae rident, quia cum et quod rideo meminisse conari volo. Rideo quod ante oculos meos aliquid novum et inopinatum (necopinata de quibus antea loquebar est) accidit quod non accideret: qui prolabitur et decidit, illud arienae corium, qui parieti vel fori allidit, comoedus qui risum non movet interdum (non semper) mihi risum movet…

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Rosa Elisa Giangoia: la poesia come magma incandescente

Si può dire la morte, dirla poeticamente? Da una parte la morte è proprio ciò che non è comunicabile, è l’esperienza in-dicibile, nessuno è tornato dalla morte e anche Orfeo, simbolo dei poeti, fallisce nel tentativo di far risorgere l’amata. Dall’altra parte tutta la poesia umana ha il sapore della morte e del suo superamento, l’amore. Sulla cuspide vertiginosa di questo paradosso si colloca l’ultima raccolta di poesie di Rosa Elisa Giangoia, poetessa, latinista e raffinata narratrice genovese, intitolata significativamente “Sequenza di dolore”, che scaturisce dalla morte del marito Mino.  Da quel momento il cuore si apre e lascia scorrere il dolore che dilaga come in un’emorragia stordendo il lettore, travolgendolo. [Continua »]


Cornelius Suttree, il fuggiasco di Cormac McCarthy

«Esiste un uomo tanto codardo da non preferire cadere almeno una volta piuttosto che vacillare in eterno?». La vita di Cornelius “Buddy” Suttree, protagonista del secondo romanzo di Cormac McCarthy pubblicato in Italia a trent’anni di distanza, è racchiusa in questa domanda. Suttree è uno spiantato. Abbandonati moglie e figlio, passato da una casa di lavoro per tentato furto, cerca il proprio equilibrio guadagnandosi da vivere come pescatore a Knoxville, nel Tennessee. La città è un limbo sordido, una baraccopoli universale riscaldata da un brulichio di personaggi che si addossano l’un l’altro come cuccioli d’inverno, condividendo un «cameratismo da condannati». Tra risse, sbronze e incursioni nei bordelli, Cormac McCarthy dipinge la grande epopea degli uomini perduti: coloro che nessuno cerca, eccettuata la polizia. Eppure anche in quest’orgia barocca di decomposizione e tradimenti fanno la loro timida apparizione l’amicizia e l’amore. Sentimenti feriti e deviati, eppure autentici. Primo fra tutti il rapporto paterno che Suttree instaura con l’esilarante Gene Harrogate, aspirante delinquente tanto ingenuo quanto sgangherato. O la passione famelica e innocente della giovane Wanda. Ma Suttree non sosta mai troppo a lungo. Cammina tra farabutti e predicatori dicendo a se stesso che è «solo di passaggio» e agli altri che «deve andare». È un ritornello costante, quasi un imperativo interiore. Andare? E dove? [Continua »]


La sacrosanta verità di Leonard Cohen

“Come un uccello sul filo, come un ubriaco in un coro di mezzanotte, ho provato a modo mio ad essere libero”.

È un passaggio di “Bird On The Wire” di Leonard Cohen, un ebreo non osservante, uno spirito libero e inquieto che semina chiunque tenti di spiegare la sua poesia. Cohen nasce in Canada il 1934, adolescente suona il folk e il country, studia letteratura scrivendo raccolte di poesie. La prima “Let Us Compare Mythologies” pubblicata nel 1956 dopo gli studi universitari alla McGill University di Montreal. Si trasferisce a New York, frequenta il Greenwich Village, la mecca del folk americano, e in quella fucina di talenti (Dylan e Paul Simon) inizia a musicare i suoi poemi. Sull’isola greca di Hydra scrive “The Spice-Box Of Earth” e il suo primo romanzo “The Favourite Game”, tradotto e pubblicato in Italia nel 1975 con il titolo “Il gioco preferito”. Storia autobiografica di Lawrence Breavman – figlio di un’antica famiglia ebrea di Montreal – in cui s’interroga sulla morte, l’amore e la guerra, quesiti esistenziali diluiti poi  nelle sue canzoni.  Segue il racconto “Beatiful losers” nel 1966, dopo aver pubblicato “Flower For Hitler” e altre poesie in “Parasites of Heaven” che include “Suzanne”, testo riproposto nella forma-canzone da Judy Collins (inciderà anche “Dress Rehearsal Rage”). Il brano più coverizzato del repertorio di Cohen, insieme ad “Halleluja”. [Continua »]


Lab. O’Connor – report di marzo (e due domande)

Primo esperimento di report collettivo per il laboratorio O’Connor. Abbiamo infatti invitato i dieci partecipanti all’incontro di marzo ad inviarci proprie brevi impressioni.

Vincenzo ci dice di aver “passato una piacevole e per me diversa serata a sentir leggere delle pagine di libri abbastanza diversi fra loro; mi dispiace di essere andato ‘fuori tema’ con la mia lettura perché credo che il ‘vostro’ concetto di lettura sia quello giusto. Il relazionarsi con altre persone su sensazioni personali è molto bello e mi ha creato stimoli per nuove letture e nuovi …pensieri.”. Vincenzo ha infatti portato un brano del saggio Sfamiglia, di Paolo Crepet, e la sua scelta ha favorito dibattito attorno all’antica questione: sono accolti nel nostro laboratorio testi di carattere strettamente saggistico? Ai commenti l’ardua risposta.
Alberto, “l’uomo col codino che all’ultimo laboratorio di lettura ha portato un incipit di Luis Sepùlveda”, risponde allo stimolo lanciato al momento di congedarci, definendo il laboratorio O’Connor come “un’occasione ghiotta di approfondimento interiore, che va al di là dei contenuti narrativi che ognuno conduce nel cerchio di piedi attorno al quale sediamo”. Continua Alberto: “In quella sede ognuno riporta se stesso e attraverso il testo racconta pezzi della propria storia, frammenti della propria cronaca, schegge del proprio momento, visioni, prospettive. Questo è, per me, l’arricchimento. La finestra che si apre sulla celebrazione d’una comunione in un luogo dove non ci sono tavoli che consentano d’appoggiare i gomiti che troppe volte sono le fondamenta d’una barricata di mani. In quella sede ognuno di noi, dietro le parole, è mimo di se stesso e accoglie e dona allo stesso tempo. Per la volta prossima vorrei cambiare versante di quel cerchio, sedere dal lato opposto, affinché il movimento non mi consenta, anche inconsciamente, di radicarmi in un luogo conosciuto, sicuro, e quindi rischiare di chiudermi all’arricchimento dato dalla varietà. Ho compreso come nel metodo del laboratorio, il non diritto di replica, sia fondamentale, soprattutto per chi, come me, ha iniziato da pochissimo, rispetto all’età anagrafica, ad approcciarsi alla letteratura e ancora si trovi a lottare contro un intimo senso di inadeguatezza. Queste sono le conclusioni alle quali sono giunto dopo i quattro o cinque incontri ai quali ho partecipato.  Ringrazio tutti voi di Bombacarta che rappresentate un solido approdo per chi, ondivago della vita, decida di calare in acqua il remo e cerchi una direzione.” [Continua »]


Crossroads: il crocevia nella canzone Usa

Tracy ChapmanC’è una figura che ricorre continuamente nella canzone americana: è il crocevia. Dinanzi a un incrocio sosta una “voce” storica come quella del bluesman Robert Johnson, altrettanto fanno Tracy Chapman, Tom Waits e i Doors, il crocevia è superato da Bruce Springsteen. Quali significati simbolici cattura la figura del crocevia? Perchè si sosta? Cosa si è costretti a scegliere? A cosa bisogna rinunciare? Abbozziamo una prima ipotesi: il crocevia è così indispensabile alla canzone a stelle e strisce  innanzitutto perchè la cultura americana percepisce se stessa – e si rappresenta – come essenzialmente binaria: bene o male, inferno o paradiso, bianco o nero, dannazione o salvezza. Ma la figura del crocievia – che riccore anche nella letteratura o nella poesia, si pensi alla celebre The road not taken di Robert Frost o ai racconti di Nathniel Hawthorne e Washington Irving –  dà una rappresentazione plastica anche della profonda contraddizione che abita l’identità Usa. La cultura americana è essenzialmente un incrocio (mai risolto, sempre conflittuale) tra la cultura bianca e quella afro-americana (con il grande rimosso: la cultura indiana). [Continua »]