Ridere
Ex Andreae Mondae charta Rosa Elisa Giangoia vertit
Saepe rideo. Forsitan stultus sum, sed persaepe risum continere non possum. Tantis causis rideo quorum nunc non ridens recordari non possum. Ex more ita fit: valetudinem attendimus solum cum aegrotamus, felicitatem attendimus solum cum maesti sumus. Verum est risum semper rem necopinatam et improvisam esse: aliquid nobis risum concitat, ego non sum qui ridere statuo, aliud, vis mihi externa extraneaque me superat et me ad ridendum impellit. Fere ita ut morbus, ut amor est. Si mihi dicendum esset quid risus sit, vim dicerem, vim squassante, quae ex imo ad summum venit. Me e ventre sumit, interdum etiam e pedibus, per totum corpus ascendit ut electrica concussio usque ad id erempendum. Ego sum qui risu dissilit, denique mihi maxillae dolent et postea, necessarie, lacrimo, fleo ad confirmandum illud paradoxon quod dicit “flere e ridendo”: risus et fletus inter se intexuntur et nodum solvere difficile est. Antiquum lepidum dictum nuptias sine fletu neque exequias sine risu esse exprimit. Ille auctor Joseph Pontiggia notavit: “Ridere ad non flendum. Radix lepidae rei tragica.” , e quo dicto disceptatio inter comicum et tragicum (exempli gratia: in litteris Hebraicis, quot comici sunt?) oritur.
Sed nobis revertendum est ad risum, vim, roburem naturalem quae potitur hominibus, solis animalibus quae rident, quia cum et quod rideo meminisse conari volo. Rideo quod ante oculos meos aliquid novum et inopinatum (necopinata de quibus antea loquebar est) accidit quod non accideret: qui prolabitur et decidit, illud arienae corium, qui parieti vel fori allidit, comoedus qui risum non movet interdum (non semper) mihi risum movet…
Si può dire la morte, dirla poeticamente? Da una parte la morte è proprio ciò che non è comunicabile, è l’esperienza in-dicibile, nessuno è tornato dalla morte e anche Orfeo, simbolo dei poeti, fallisce nel tentativo di far risorgere l’amata. Dall’altra parte tutta la poesia umana ha il sapore della morte e del suo superamento, l’amore. Sulla cuspide vertiginosa di questo paradosso si colloca l’ultima raccolta di poesie di Rosa Elisa Giangoia, poetessa, latinista e raffinata narratrice genovese, intitolata significativamente “Sequenza di dolore”, che scaturisce dalla morte del marito Mino. Da quel momento il cuore si apre e lascia scorrere il dolore che dilaga come in un’emorragia stordendo il lettore, travolgendolo. 
C’è una figura che ricorre continuamente nella canzone americana: è il crocevia. Dinanzi a un incrocio sosta una “voce” storica come quella del bluesman Robert Johnson, altrettanto fanno Tracy Chapman, Tom Waits e i Doors, il crocevia è superato da Bruce Springsteen. Quali significati simbolici cattura la figura del crocevia? Perchè si sosta? Cosa si è costretti a scegliere? A cosa bisogna rinunciare? Abbozziamo una prima ipotesi: il crocevia è così indispensabile alla canzone a stelle e strisce innanzitutto perchè la cultura americana percepisce se stessa – e si rappresenta – come essenzialmente binaria: bene o male, inferno o paradiso, bianco o nero, dannazione o salvezza. Ma la figura del crocievia – che riccore anche nella letteratura o nella poesia, si pensi alla celebre The road not taken di Robert Frost o ai racconti di Nathniel Hawthorne e Washington Irving – dà una rappresentazione plastica anche della profonda contraddizione che abita l’identità Usa. La cultura americana è essenzialmente un incrocio (mai risolto, sempre conflittuale) tra la cultura bianca e quella afro-americana (con il grande rimosso: la cultura indiana).
Raramente una rappresentazione così convincente dell’occupazione nazi-fascista dell’alta Italia sì è vista sugli schermi italiani come ne L’uomo che verrà di Giorgio Diritti.