Si può ridere della morte? / 2
Oggi, Venerdì Santo, scende il silenzio. Il silenzio di un lutto cosmico. Quasi che la morte avesse l’ultima parola. Un sentimento ingovernabile ci assale davanti alle grandi tragedie: solo il dolore ci rende tutti uguali, solo la morte non fa differenze. Così lugubremente democratica. Ma se fosse così egualitaria e parificante, non dovrebbe toglierci la pace. “Se fosse…”. Mi sono ricordato delle lettere che il giovane Chesterton scrisse alla fidanzata Frances in un’occasione poco felice. La sorella di Frances, Gertrude, venne investita da un autobus. Morì pochi giorni dopo e Frances cadde in depressione. Chesterton non smise per questo di scherzare, come suo solito, ma per lo meno spiegò alla sua futura moglie il perché…
* * * * *
GILBERT K. CHESTERTON, Lettere alla fidanzata (luglio 1899)
«Io, prima di tutto, ho giurato – non esito a dirlo – per la spada di Dio che ci ha colpito e davanti al bel volto della morta, che la prima frase scherzosa mi fosse venuta in mente l’avrei detta, la prima poesia assurda avessi pensato l’avrei scritta; ho giurato che, tra gli altri doveri, pur con il cuore pesante, avrei assolto quello di essere spudoratamente sciocco, stravagante, perfino spudoratamente triviale e, per quanto possibile, divertente. Ho giurato che Gertrude non avrebbe mai dovuto sentire, dovunque fosse, che lo spirito allegro della commedia aveva lasciato il nostro teatro. [Continua »]

È stata una lotta la mia? Ho accettato la sfida? No, non è stata una lotta. E’ stata una reazione puntuale. Uno scatto d’ira. Dopo la pausa di respiro ho solo alzato il bavero della mia giacca e me ne sono andato. La lotta non è uno scatto. La lotta è un processo, è un’«impresa». Lo scatto d’ira è comune, necessario, istintivo: è uno sfogo. La lotta invece è tensione verso un obiettivo. Imparare a lottare significa imparare ad avere un obiettivo nella vita e faticare per 
Pochi conoscono
[…] Dopo aver chiuso Emmaus si resta davvero perplessi e delusi. La prosa di Baricco è suadente, lineare: tutto è al posto giusto. L’autore è narratore di razza, abile conoscitore delle tecniche che applica con una certa insistita precisione, come a comando. E tuttavia proprio questo contribuisce a comunicare la sensazione di vacuità. In tale quadro anche una sbavatura avrebbe giovato, avrebbe reso il libro più interessante. E invece non c’è: la scrittura è nitida e tersa, ma cieca perché descrive qualcosa che sicuramente non conosce. Non c’è balzo, non c’è passione, non c’è sorpresa.Tutto quello che deve accadere accade, e puntualmente. E gli avvenimenti appaiono iscritti all’interno di un kòsmos esatto, dove le contraddizioni e le inquietudini rispondono a clichés definiti ideologicamente. Persino il dramma è addomesticato dalla scrittura a effetto. Il mondo che si dispiega nelle pagine di Emmaus è diviso rigidamente in due: o si è di qua o si è di là. Sono ammessi i passaggi da una parte all’altra, ovviamente, altrimenti non ci sarebbe storia, non ci sarebbero i fatti da narrare. E tutta via i campi, i due territori divisi dal muro sono chiaramente separati da una frontiera.Ovviamente questo conduce Baricco a offrire al lettore non personaggi ma tipi, idee in forma di persona o, forse, sarebbe meglio dire caricature. Lo sono i nostri quattro giovani di parrocchia, innanzitutto. Il loro più che un calvario esistenziale, sembra il bignami del cattolicesimo visto dall’ottica di un ateo che ritiene i credenti poco più che giovani marmotte tonte. È un “tipo”, una macchietta, persino Andre: avvolta da un alone da femme fatale, è soltanto una povera ragazza sola e senza punti di riferimento.