Contro Alice

Osservo questa fotografia di Eugene Smith, me l’ha inviata mia sorella Alessandra e mi ha folgorato. Sarà il fascino del bianco e nero? Non so. Saranno i bambini? Ma i bambini, presi come soggetto artistico, spesso mi appaiono stucchevoli. Allora cos’è? Innanzitutto mi colpisce il fatto che i due protagonisti sono di spalle. Se non fosse per il vestitino della bambina mi verrebbe da pensare che non si tratti nemmeno di bambini ma di una coppia, anche di anziani, che sono arrivati ad un buon punto del “cammino” della loro vita. Ecco, mi piace di questa foto l’aspetto del “camminare” e non solo del camminare, ma anche dello “sbucare”, dell’uscire fuori dal tunnel. In questo senso la fotografia di Smith (consiglio di andare a vedere anche altre foto di questo artista) mi appare come un testo anti-Alice, dove Alice è la bambina protagonista che entra nel mondo delle meraviglie come racconta il celebre romanzo dello scrittore-matematico-reverendo Lewis Carroll. Come tanti anch’io conosco ma non ho letto le opere di Carroll, ma ho la sensazione che la fantasia di Carroll sia molto “matematica”, una fantasia capricciosa e anti-raziocinante e quindi ancora troppo raziocinante, forse priva del “calore” di un Tolkien e dei suoi hobbit, per intenderci.  Ma perché questa foto sarebbe “contro Alice”? Forse proprio perché ci trovo quel “calore”: Alice è una bambina che entra nel tunnel, e lo fa da sola. Questi due bambini invece escono dal tunnel buio del bosco e lo fanno insieme, mano nella mano. Come a dire: da soli si finisce in un tunnel buio, mentre in compagnia si può trovare la via d’uscita.


Ridere

Io rido spesso. Forse sono uno sciocco ma la mia bocca abbonda di risate. E tanti sono i motivi per cui rido, così tanti che ora, che non sto ridendo, non riesco a ricordarli.  In genere funziona così: alla salute si pensa solo quando si è malati, e alla felicità si pensa solo quando si è tristi. La verità è che in effetti il riso è sempre una sorpresa, un attacco a sorpresa: c’è qualcosa che ci fa ridere, non sono io che decido di ridere, qualcos’altro, una forza a me esterna, estranea, prende il sopravvento su di me e mi spinge a ridere. Un po’ come una malattia, come un innamoramento. Se dovessi dire cos’è il riso direi quindi che innanzitutto il riso è una forza, una forza sconquassante, che parte dal basso e sale verso l’alto. Mi prende dalla pancia, a volte forse anche dai piedi, e risale su per tutto il corpo, come una scossa elettrica e lo carica fino a farlo esplodere. Io sono uno di quelli che si “sganascia” dal ridere, alla fine mi fanno male le mandibole e poi, inevitabilmente, lacrimo, piango, a confermare il noto paradosso del “piangere dal ridere”: riso e pianto sono intrecciati l’uno all’altro ed è difficile districare il groviglio. Un vecchio detto popolare sottolinea che non c’è matrimonio senza pianto né funerale senza riso. E lo scrittore Giuseppe Pontiggia ha osservato: “Ridere per non piangere. La radice tragica del comico”, e qui si apre tutta la questione del rapporto tra comicità e tragedia (ad esempio nella cultura ebraica, quanti sono i comici ebraici? ). [Continua »]


BombaBibbia Report (02/2010)

L’incontro di questo mese si è soffermato su alcune sfumature suggerite dalle diverse traduzioni. Cominciamo con il discorso di Paolo all’Areopago secondo la Nuova Diodati:

«Ora, mentre Paolo li aspettava ad Atene, il suo spirito s’inacerbiva in lui, vedendo la città piena di idoli […] Allora Paolo, stando in piedi in mezzo all’Areopago, disse: «Ateniesi, io vi trovo in ogni cosa fin troppo religiosi. Poiché, passando in rassegna e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: “AL DIO SCONOSCIUTO”».
(Atti degli apostoli 17,15-33)

Incuriosisce la scelta del verbo «inacerbire» (nuova CEI «fremeva»), come se fosse in atto un processo di maturazione a rovescio: il frutto troppo maturo diventa acido, quello troppo acerbo è aspro. Paolo s’inasprisce, sembra chiudersi alla realtà che lo circonda, mentre in un secondo momento sembra aprirsi ad essa, coglierne gli aspetti positivi e valorizzarli (nuova CEI: «siete molto religiosi»). Ma la Nuova Diodati suggerisce un’altra possibile interpretazione: Ateniesi, siete «fin troppo» religiosi! Si può essere «troppo» religiosi? [Continua »]


Edward Hopper: la pittura che rende epica la noia

Si è aperta il 16 febbraio a Roma una grande rassegna antologica dedicata al pittore statunitense Edward Hopper (1882-1967), uno dei pittori di “culto” del Novecento. La mostra, che resterà aperta fino a metà giugno, è promossa dalla Fondazione Roma in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York. Giunge nella capitale dopo l’esposizione di Milano e prima di approdare a Losanna. Rappresenta una conferma del fatto che le immagini di Hopper richiamano un grande pubblico e stimolano l’immaginazione in maniera profonda e vibrante. La sua opera, del resto, ha influenzato altri pittori (ad esempio, David Hockey), ma anche registi (Alfred Hitchcock, Wim Wenders, David Lynch, Paul Thomas Anderson, e molti altri), fotografi e soprattutto poeti e narratori quali Paul Auster, Raymond Carver e Mark Strand, fino a plasmare un vero e proprio immaginario condiviso e a lasciare una profonda traccia nella cultura popolare.

La mostra romana raccoglie oltre centosessanta opere dell’artista, componendo un percorso che attraversa tutta la sua produzione, pur mancando di presentare alcuni dei suoi più grandi capolavori, l’assenza dei quali si fa sentire. Perlustrando le sette sezioni nelle quali è stata articolata è possibile cogliere istantanee di vita ordinaria:  persone intente al lavoro in spazi privati o colte in momenti imprevedibili, tipiche strade americane, vetrine, case che si stagliano imponenti, tetti e terrazze:  i luoghi del vasto campo dell’esperienza umana ordinaria. In particolare Hopper sembra essere il pittore della solitudine, dei luoghi solitari e delle persone che sembrano non poter comunicare tra loro:  ha dipinto strade con negozi chiusi, rotaie senza treni, pompe di benzina senza auto attorno, locali senza avventori, teatri senza pubblico, sale di attesa deserte. Parole come “vuoto”, “solitudine”, “abbandono”, “estraneità”, “separazione” ricorrono spesso nei commenti ai quadri di Hopper. Il mondo del pittore americano sarebbe, dunque, una sorta di waste land, di “terra desolata” di marca eliotiana. In tal senso si è parlato di un radicale pessimismo.
Si risolve in questi termini, dunque, la sua arte? È dunque la solitudine il senso fondamentale di queste opere?

Pittore che visse in pieno clima esistenzialistico, Hopper sarebbe espressione della coscienza dei suoi tempi, della crisi, del dramma dell’esistere e della sua insignificanza:  è questa la “vulgata” hopperiana, che il catalogo della mostra romana sembra confermare pedissequamente, fino alla conclusione di Vittorio Sgarbi che afferma:  “Nel mondo di Hopper non c’è più spazio per i santi e neanche per gli uomini”.
In realtà in tutte le tele di Hopper, la posta in gioco è ben più alta, i significati sono più profondi. Solamente la pigrizia di uno sguardo troppo legato ai cliché può arrestarsi sul momento di spaesamento che si prova davanti a questi quadri fino a scambiarlo per alienazione. In realtà, la pittura di Hopper genera nello spettatore la sensazione di assistere a un momento di incubazione:  si avverte un lento battito brachicardico, come [Continua »]


Magic and loss: la morte nel rock

E chi l’ha detto che il rock’n roll sia solo scarpe da ballo, ancheggiamenti, divertimento e luccichii? La musica americana – o almeno quella sua parte che è riuscita a sfuggire alle grinfie dell’industria discografica – ha saputo guardare in faccia l’orrore. Non ha cantato solo i furori giovanili ma anche il declino, la vecchiaia, il dolore, la morte. C’è chi si è fermato all’oltraggio del tempo. Chi ha percorso altre vie. Chi si è negato alla speranza. Chi ha trasfigurato l’orrore. Chi si è arreso al buio. Chi si è mosso cercando una luce. Da qualche parte. 

Magic and loss

C’è un album di Lou Reed che è interamente attraversato dalla morte. La perdita (loss) vi fa capolinea nella forma del rimpianto, nell’invocazione frustrata della magia (magic) e del miracolo, nel riconoscimento del disfacimento. “La vita è buona” – canta il vecchio Lou, uno che ha confidenza con i lati selvaggi dell’esistenza – ma non pensiate che “sia giusta”. Il brano Magician è un sofferto lacerante faccia a faccia con la morte. Il protagonista del brano è aggredito dalla malattia. Oltraggiato dal male. “Sono così stanco di guardarmi/ odio questi corpo dolorante/che il male ha lentamente consumato”. Dinanzi alla presa della morte non resta che l’invocazione di un qualcosa che sia totalmente “altro”:

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Cadere sul ring e… dal ridere

(Report dell’Officina – febbraio 2010)

Il cadere rivela il carattere di una persona.  Innanzitutto c’è una cosa comune alla maggior parte degli uomini: quando si cade scatta un meccanismo, che forse ha a che fare con la dignità, per cui si rifiuta l’esperienza appena vissuta, la si nega, anche a se stessi. Ho mostrato due scene di 10 secondi l’una per dimostrare questa semplice verità: 1) il truce alemanno Paolo Villaggio in Brancaleone alle crociate che riceve una mazzata mostruosa da Brancaleone (Gassman) e grida, cadendo a terra: “Non mi hai fatto niente!”; 2) un pugile che riceve un pugno che lo stende al tappeto e subito si rialza facendo segno che non ha neanche avvertito il pugno, ma un secondo dopo stramazza di nuovo al suolo, definitivamente. Molto comico. E quindi son passato a parlare della boxe, la noble art dove la cosa più importante è non cadere, non finire al tappeto. Ho mostrato il celebre k.o. che Alì inflisse nel 1974 a George Foreman riconquistando il titolo dei pesi massimi. La scena, anche rallentata, del k.o. (presa dal documentario “Quando eravamo re”) mostra il crollo di Foreman che non riuscirà ad alzarsi. Ho accompagnato queste immagini alla pagina del romanzo Il Match di Norman Mailer che descrivono molto bene la scena: [Continua »]


De-cadere

(Report di Officina – febbraio 2010)

Tra le svariate accezioni di “cadere” nel mio intervento ho  provato ad evidenziare il significato metaforico del verbo, inteso sia come degrado della personalità che come degrado del fisico.

Mi sono servita di due storie (si parte sempre da qualche storia) i cui protagonisti “cadono” lungo il proprio cammino, con modalità diverse, per ragioni diverse.

La prima storia è ambientata in America nel 1963. È stata raccontata in un libro nel 1973 (di Joseph Wambaugh) e poi trasformata in film nel 1979 (da Harold Becker), entrambi con lo stesso titolo “Il campo di cipolle”. Il libro, un libro denuncia, una vera e propria cronaca giudiziaria, una sorta di documentario, catalogato come genere fra i noir, ha un’introduzione di James Ellroy. Già dall’introduzione si avverte il senso della caduta che aleggia sulla storia che si andrà a leggere. James Ellroy sfrutta lo spazio riservato al prologo per raccontare un’altra storia, un pezzo della sua autobiografia, proprio quel pezzo che ha a che fare con l’uscita in America del libro di Wambaugh. Ellroy è in un momento disperato della sua esistenza: vive in una scatola di cartone in unparco di Los Angeles in compagnia di una bottiglia. Assiste alla presentazione de “Il campo di cipolle” alla Biblioteca pubblica e subito ha il desiderio di leggere quel libro. Ma non ha denaro. Vende il sangue alla banca del sangue per procurarsi qualche dollaro. Ruberà 4 volte il volume dalla stessa libreria. Ogni volta riuscirà a leggerne qualche pagina in più, prima di passare una notte “al fresco” per ubriachezza. In verità questo libro rappresenta per Ellroy il punto di risalita: dopo una caduta nel precipizio della depressione, una boccata d’aria fresca che gli consente di risalire, ricominciare, iniziare a scrivere i suoi romanzi gialli destinati, in verità, ad un grande successo (basti pensare ad L.A. Confidential). [Continua »]