Le potenzialità della caduta
(Report dell’Officina di febbraio 2010)
Durante le riprese di un film (siamo negli anni Venti) lo stuntman Ray cade e si rompe la schiena: non sa se potrà camminare di nuovo, ma il suo vero cruccio è che la fidanzata gli ha preferito l’attore protagonista. Alexandria, una bambina immigrata con un braccio fratturato, è ricoverata nello stesso ospedale e, cercando di recuperare un biglietto destinato ad un’infermiera e scivolato invece nella stanza di Roy grazie ad un colpo di vento, incontra il suo malinconico compagno di degenza.
Inizia così “The Fall”, film di Tarsem Singh, durante il quale Roy ed Alexandria costruiscono insieme una storia a puntate che dalle parole di Roy prende forma nelle vivide, suggestive immagini create dalla fantasia della bambina. Ma per ogni puntata Roy chiede in pegno che Alexandria rubi per lui della morfina: Roy vuol farla finita perché la sua vita di stuntman e di uomo è arrivata al termine.
Si cade e si ricade, in questo film: già caduti nel corpo i due protagonisti prima che lo stesso film abbia inizio (almeno un’altra seguirà), ma caduto Roy soprattutto nello spirito: non percepisce più i piedi, ma nemmeno percepisce un motivo per continuare a vivere. Il mondo di Roy è coartato in una striscia sottile in cui c’è spazio solo per un lucido, pervicace desiderio di morte. Null’altro ha più senso, eppure tutto è chiaro: cosa fare, come farlo. Poco sembra importare che, pur in questa striscia sottile, l’immaginazione dei due protagonisti si dilati in storie epiche e fantastiche (che il regista rappresenta con spettacolare capacità visionaria).
Roy rappresenta in questo discorso il protagonista caduto che non può far altro se non cantare la propria caduta, un personaggio che frequentemente incontriamo in arte (e nella vita), cui voglio affiancare un secondo paradigma. [Continua »]
Dire addio a una persona amata che attraversa il filo della spada della morte, e che ormai sa che cosa c’è / oltre il suo taglio significa toccare i fili che legano in noi ossa, carne e anima rendendoci umani. La parola, della quale con sgomento Rosa Elisa Giangoia percepisce ora più che mai il limite espressivo, diventa esercizio di umanità, indagine di senso. La memoria non è pura membrana che risuona di nostalgia, ma occhio capace di guardare ancora al passato soltanto perché sa protendersi verso un orizzonte, che è limite e, insieme, pista di lancio.
L’artista Morgan dichiara di consumare sostanze allucinogene: «La droga? Apre i sensi a chi li ha già sviluppati, e li chiude agli altri. Io non uso la cocaina per lo sballo, a me lo sballo non interessa. La uso come antidepressivo». Scontata e inutile l’esclusione dal Festival di Sanremo. «Morgan ci sarà» dichiara però a sorpresa la presentatrice della rassegna canora, ma la Rai smentisce: «Morgan non ci sarà nè di persona nè in video». La vicenda continua a disorientare l’opinione pubblica italiana. Ma perché tanto rumore? Morgan aveva già violato il codice etico televisivo con i suoi comportamenti da “giudice strafatto” durante la messa in onda di un talent show su Rai Due. Il vaneggiare delirante di Marco Castoldi mette ora alla berlina un genere musicale che più di altri ha unito popoli e culture, pur spingendo molte generazioni verso l’autodistruzione. In “Rust Never Sleeps” Neil Young cantava: “meglio bruciare che spegnersi lentamente”. Lui è ancora in circolazione, un sopravvissuto. Non ha preso sul serio la sua canzone. Gli artisti spesso farneticano e a noi non interessano, tranne quando lo stesso Morgan scrive sul suo sito ufficiale: “Il Cattolicesimo non ha contribuito molto alla causa del Rock’n’Roll, eppure l’etica di Gesù Cristo è modello per quasi tutti i nostri beniamini”. Vale per Johnny Cash, U2, Lenny Kravitz, Bob Dylan, Springsteen. La lista dei redenti e dei messaggeri della buona notizia è lunga. Si spera possa includere, in un futuro prossimo, anche il nome di Morgan.
Secondo Flannery O’Connor «la mente che sa capire la buona narrativa non è di necessità quella istruita, ma la mente sempre disposta ad approfondire il mistero attraverso il contatto con la realtà e il proprio senso della realtà attraverso il contatto con il mistero». Ascoltando la musica di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, ci si imbatte in un racconto semplice e immediato della propria esperienza del mondo, in una riflessione che, attraversando nuclei di vita quotidiana, si mostra capace di intuire questioni radicali dell’esistenza.
Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit