De-cadere
(Report di Officina – febbraio 2010)
Tra le svariate accezioni di “cadere” nel mio intervento ho provato ad evidenziare il significato metaforico del verbo, inteso sia come degrado della personalità che come degrado del fisico.
Mi sono servita di due storie (si parte sempre da qualche storia) i cui protagonisti “cadono” lungo il proprio cammino, con modalità diverse, per ragioni diverse.
La prima storia è ambientata in America nel 1963. È stata raccontata in un libro nel 1973 (di Joseph Wambaugh) e poi trasformata in film nel 1979 (da Harold Becker), entrambi con lo stesso titolo “Il campo di cipolle”. Il libro, un libro denuncia, una vera e propria cronaca giudiziaria, una sorta di documentario, catalogato come genere fra i noir, ha un’introduzione di James Ellroy. Già dall’introduzione si avverte il senso della caduta che aleggia sulla storia che si andrà a leggere. James Ellroy sfrutta lo spazio riservato al prologo per raccontare un’altra storia, un pezzo della sua autobiografia, proprio quel pezzo che ha a che fare con l’uscita in America del libro di Wambaugh. Ellroy è in un momento disperato della sua esistenza: vive in una scatola di cartone in unparco di Los Angeles in compagnia di una bottiglia. Assiste alla presentazione de “Il campo di cipolle” alla Biblioteca pubblica e subito ha il desiderio di leggere quel libro. Ma non ha denaro. Vende il sangue alla banca del sangue per procurarsi qualche dollaro. Ruberà 4 volte il volume dalla stessa libreria. Ogni volta riuscirà a leggerne qualche pagina in più, prima di passare una notte “al fresco” per ubriachezza. In verità questo libro rappresenta per Ellroy il punto di risalita: dopo una caduta nel precipizio della depressione, una boccata d’aria fresca che gli consente di risalire, ricominciare, iniziare a scrivere i suoi romanzi gialli destinati, in verità, ad un grande successo (basti pensare ad L.A. Confidential). [Continua »]

Dire addio a una persona amata che attraversa il filo della spada della morte, e che ormai sa che cosa c’è / oltre il suo taglio significa toccare i fili che legano in noi ossa, carne e anima rendendoci umani. La parola, della quale con sgomento Rosa Elisa Giangoia percepisce ora più che mai il limite espressivo, diventa esercizio di umanità, indagine di senso. La memoria non è pura membrana che risuona di nostalgia, ma occhio capace di guardare ancora al passato soltanto perché sa protendersi verso un orizzonte, che è limite e, insieme, pista di lancio.
L’artista Morgan dichiara di consumare sostanze allucinogene: «La droga? Apre i sensi a chi li ha già sviluppati, e li chiude agli altri. Io non uso la cocaina per lo sballo, a me lo sballo non interessa. La uso come antidepressivo». Scontata e inutile l’esclusione dal Festival di Sanremo. «Morgan ci sarà» dichiara però a sorpresa la presentatrice della rassegna canora, ma la Rai smentisce: «Morgan non ci sarà nè di persona nè in video». La vicenda continua a disorientare l’opinione pubblica italiana. Ma perché tanto rumore? Morgan aveva già violato il codice etico televisivo con i suoi comportamenti da “giudice strafatto” durante la messa in onda di un talent show su Rai Due. Il vaneggiare delirante di Marco Castoldi mette ora alla berlina un genere musicale che più di altri ha unito popoli e culture, pur spingendo molte generazioni verso l’autodistruzione. In “Rust Never Sleeps” Neil Young cantava: “meglio bruciare che spegnersi lentamente”. Lui è ancora in circolazione, un sopravvissuto. Non ha preso sul serio la sua canzone. Gli artisti spesso farneticano e a noi non interessano, tranne quando lo stesso Morgan scrive sul suo sito ufficiale: “Il Cattolicesimo non ha contribuito molto alla causa del Rock’n’Roll, eppure l’etica di Gesù Cristo è modello per quasi tutti i nostri beniamini”. Vale per Johnny Cash, U2, Lenny Kravitz, Bob Dylan, Springsteen. La lista dei redenti e dei messaggeri della buona notizia è lunga. Si spera possa includere, in un futuro prossimo, anche il nome di Morgan.
Secondo Flannery O’Connor «la mente che sa capire la buona narrativa non è di necessità quella istruita, ma la mente sempre disposta ad approfondire il mistero attraverso il contatto con la realtà e il proprio senso della realtà attraverso il contatto con il mistero». Ascoltando la musica di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, ci si imbatte in un racconto semplice e immediato della propria esperienza del mondo, in una riflessione che, attraversando nuclei di vita quotidiana, si mostra capace di intuire questioni radicali dell’esistenza.