BombaBibbia Report (01/2010)

Ed eccoci in sei al primo incontro del nuovo anno bombabiblico: lo “zoccolo duro” e una new entry. Il primo brano proposto risente del tema mensile, alias «navigare»:

«Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso […] è giunto il momento di sciogliere le vele»
(Seconda lettera a Timoteo 4,6-8)

Nella nuova traduzione CEI troviamo un più prosaico «è giunto il momento che io lasci questa vita», anche se il greco allude all’essere sciolto (ma non dalle vele!). E quindi? La prospettiva della morte come viaggio, avventura, nuovo inizio… uno scioglimento che non è dissoluzione. Immediato l’allaccio al testo seguente:

«Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè – lui con il quale il Signore parlava faccia a faccia»
(Deuteronomio 34)

La chiusa del Deuteronomio ha in sé pienezza («faccia a faccia») e nostalgia («non è più sorto»), compimento della promessa («Il Signore gli mostrò tutto il paese») e assenza («ma tu non vi entrerai»). Un brano densissimo, evocativo, ricco di suggestioni, che tra l’altro ha rievocato, per la costruzione antitetica, un’altra conclusione: quella del Vangelo di Matteo 28,20 («Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»).
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Tra soffio e carne

Ma cos’è poi la poesia? A questa semplice e decisiva domanda cui tanti nei secoli hanno dato risposta prova a rispondere Giorgio Mazzanti, sacerdote e professore di teologia sacramentaria presso l’Università Urbaniana. L’assunto di partenza è infatti che la questione sia degna per lo meno di un approccio teologico e in particolare cristiano: l’orizzonte in cui si muove l’indagine infatti è quello del rapporto stretto tra parola e Parola, tra scrittura/letteratura umana e cristianesimo, la religione imperniata sul dogma dell’Incarnazione del Verbo divino nella persona di Cristo. Come il Verbo si è fatto carne ed è venuto “ad abitare in mezzo a noi” così anche la poesia è “in mezzo”, appunto “Tra soffio e carne” come indica il titolo di questo saggio intrigante quanto esigente.

Il lettore è costretto a una vera full immersion nel duplice mare della teologia e della letteratura che l’autore conosce in modo vasto e profondo. È teologo dalle grandi letture Mazzanti: Hopkins, Eliot, Dickinson, Novalis, Betocchi, Luzi, Blaga, Heaney, Zambrano, i poeti latini… solo per citare alcune delle tantissime fonti a cui attinge l’autore per comporre questo saggio che si presenta come un’unica lunga (quasi ipnotizzante) “conversazione” con il lettore che viene quasi sommerso dalle decine di note che rendono l’apparato critico una parte ricca e importantissima del libro. [Continua »]


Trasferimento completato

Annunciamo che la migrazione sul nuovo server è stata completata con successo. Da ora tutto dovrebbe funzionare come previsto.

Buona navigazione!


Il polipetto di Avatar

Reduce dalla visione di Avatar, l’ultimo lungometraggio di J. Cameron, esco a passi lenti della sala 8 del Warner Village di Parco dei Medici. Come tutte le persone che mi camminino accanto sono frastornato dallo spettacolo multicolore di Pandora, divertito dall’azione fitta fitta, ammirato per la capacità del regista di infilare tante tematiche così attuali dentro una storia credibile: ecologia, realtà virtuale, nuovo panteismo, antimperialismo e antimilitarismo.

Locandina del film

Ma la cosa che più ha colpito la mia immaginazione – l’unica vera idea nuova del film, direi – è l’appendice biologica di cui sono muniti tutti gli esseri, animali è vegetali,  che popolano il pianeta in cui è ambientato Avatar. I Na’vi in particolare (umanoidi azzurri) , hanno una sorta di polipetto il quale può intrecciarsi con i polipetti delle altre creature dando vita ad una stretta unione psichica/mentale. Immaginate di avere lunghi capelli intrecciati (su Pandora non esistono i calvi) e di avere all’estremità della treccia un polipetto variopinto che – intrecciandosi con il polipetto di un’altra persona –  vi consente di abbattere il muro che vi separa ed entrare in connessione diretta!
Qui sulla terra siamo condannati a fare esperienza gli uni degli altri esclusivamente grazie alla intermediazione offerta dai cinque sensi: vista, olfatto , tatto, udito e gusto sono tutto ciò che abbiamo. Su Pandora, invece, è possibile  superare ogni intermediazione  e immergersi l’uno nell’altro,  fondersi in un unico essere. Immaginate di farlo con la persona di cui siete innamorati, per esempio… bello vero! Bello?
Provo sul serio a rappresentarmi mentre faccio una cosa del genere con mia moglie, mentre stringo la mia codina alla sua e ficco il naso nella sua scatola cranica: orrore. Mi vengono i brividi. Il nostro amore ne verrebbe ucciso. Stritolato. Perché ha bisogno di spazio in cui muoversi, di spazio in cui esercitare la fiducia e la fantasia. Di uno spazio di mistero per continuare a sorprendere e sorprendersi.
Vorrei avere il polipetto? Col cavolo! Ma ringrazio comunque l’immaginazione di Cameron perché mi ha ricordato quanto io sia fortunato ad essere un semplice umano.


Lavori in corso sul sito

sleepingIn questi giorni stiamo svolgendo alcune operazioni piuttosto delicate sul sito e più generalmente su tutta l’infrastruttura telematica di BombaCarta.

Segnaliamo che a breve saranno possibili dei disservizi temporanei sul blog. In particolare, i commenti inseriti in un certo intervallo di tempo potrebbero sparire all’improvviso.

Un altro problema che potrebbe verificarsi è una transitoria irraggiungibilità del sito. Tutto questo è dovuto al cambio di provider (e relativa migrazione dei dati) che dovrebbe concludersi entro un paio di giorni.

Speriamo che tutto si svolga correttamente e velocemente. Nel frattempo, come potete vedere dalla foto, stiamo lavorando alacremente.

Segnalerò con un altro post la conclusione dei lavori ed il ripristino della normale funzionalità.


Lab. O'Connor – report di gennaio

Invasione di Cormac McCarty all’O’Connor di gennaio: l’autore  è presente con ben tre testi (due tratti dal romanzo La strada, uno da Non è un paese per vecchi). Il passo che più ci ha catturato è stato il seguente:

A volte, mentre guardava il bambino dormire, gli capitava di scoppiare in un pianto incontrollabile, ma non era il pensiero della morte. Non sapeva bene cosa fosse però gli sembrava che avesse a che fare con la bellezza o la bontà. Cose a cui non aveva più modo di pensare.

Qual è il “pensiero” che porta il protagonista al pianto? La riposta rimane chiusa dentro al mistero impenetrabile che protegge il segreto della prosa di McCarty. E a ricordarci dove stiano le sue radici della sua scrittura affilata, è arrivato il racconto Non si può essere più poveri della che da morti, della impareggiabile O’Connor.

Altri territori già frequentati in BC sono quelli di R. L. Stevenson (con la poesia Il mio letto è una nave), dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, del canto III dell’Odissea (tale Omero) e di C. Pavese, in una delle sue ultime lettere.

Molte vecchie conoscenze dunque. Le piacevoli sorprese giungono da: Il Pirata, di James Nelson, Il nome segreto della guerra, di Nicoletta Vallorani e La ragazza e il fumatore di hashish, di Albert Cossery.

Ma il mio premio personale per la migliore new entry va ai versi magici di Robert Frost, ascoltato prima in inglese e poi in italiano nella poesia Fermandosi nei boschi una notte di neve, tratta dalla raccolta La conoscenza della notte e altre poesie. [Continua »]


La creazione ha sempre a che fare col caos

[il seguente paragrafo è tratto da questo mio pezzo]

Caos[…] Facciamo l’esempio di una intuizione «geniale» nella quale nulla sembra più al suo posto e che tuttavia non è puramente e vanamente caotica. La poetessa polacca Wisława Szymborska in una poesia della raccolta La fine e l’inizio immagina di vedere il cielo a partire da una finestra ideale che lei definisce senza davanzale, telaio, vetri. / Un’apertura e nulla più, / ma spalancata. E che cosa vede? Apparentemente un caos che capovolge il mondo: Il cielo mi avvolge ermeticamente / e mi solleva da sotto. E ancora: Friabili, fluenti, rocciose, / infuocate ed eteree, / distese di cielo, briciole di cielo, / folate e cataste di cielo. / Il cielo è onnipresente / perfino nel buio sotto la pelle.

Citando già solamente questi pochi versi comprendiamo come l’esperienza della Szymborska le permetta l’intuizione «geniale» della realtà del cielo inteso come una vera dimensione di vita. Il cielo non è più una «cosa» tra altre, una parte specifica e distinta del nostro mondo che sta lassù, in alto: il cielo diventa onnipresente, capace di trovarsi persino sotto la pelle. La poetessa dunque descrive un’esperienza per nulla chiara e assolutamente indistinta, che fa saltare la regola conoscitiva ordinaria per intuire che il «cielo» è non una cosa ma una dimensione di vita, cogliendo la ricchezza delle sue connotazioni.

Questa esperienza ha certo a che fare, dunque, col caos: nulla sembra più al suo posto. Occorre però stare attenti a non confondere la visione poetica della Szymborska con una descrizione confusa e vanamente caotica: essa, al contrario, potrebbe facilmente essere letta come una sorta di genesi del mondo, un’esperienza iniziale. È vero che la nostra percezione ordinaria delle cose è ribaltata, se leggiamo i suoi versi, ma è anche vero che sembra descrivere un nuovo inizio, una nuova visione. L’inizio è quel momento, forse impossibile da pensare, che ferma la confusione e fa partire un processo di ordinamento, di orientamento. È anche l’esperienza della Genesi che nel racconto biblico non è descritta come creatio ex nihilo, ma come un processo di distinzione lento, complesso ma deciso.

La persona geniale abita in quel momento creativo che è sempre a contatto con la confusione e il caos dell’indistinto, ma che si apre alla gloria della forma di un mondo nuovo, di un nuovo inizio1. Le idee geniali vivono al confine tra un caos indistinto e un nuovo ordine che si va formando, e il genio è colui che fa esperienza viva e reale della creazione, attualizzandola nella sua esperienza. Se poi il genio è un artista, valgono le parole di Romano Guardini: «in ogni opera d’arte sorge il “mondo”». Il caos lascia spazio a un cosmos. […]