L’importanza di avere un figlio

Nathaniel Hawthorne

Nathaniel Hawthorne

Alla nascita d’un bimbo / il mondo non è mai pronto, ha scritto il premio Nobel per la poesia Wislawa Szymborska. Due versi che dicono una verità profonda sulla condizione umana:  la nascita non è un evento fra tanti. Il bambino segna una rottura rispetto alle abitudini del mondo che lo circonda, perché è una vita umana che, al momento della nascita, viene avvertita in tutta la sua potenzialità carica di futuro e di promessa. È naturale di fronte a essa provare tenerezza e senso di cura, ma anche incertezza, imbarazzo, consapevolezza della propria incapacità di comportarsi in maniera adeguata. E se questo vale per un neonato, in realtà vale anche per un bambino che cresce. Le sue reazioni comunicano una spontaneità difficile da organizzare e contenere.
Quando bisogna confrontarsi con un bambino occorre ristrutturare il proprio modo di agire, di parlare, persino di pensare, a volte. E questo può condurre a una meditazione sulla vita, a una comprensione differente del proprio rapporto con gli altri o anche con se stessi e con la propria storia personale.
Nathaniel Hawthorne è una figura di spicco della letteratura statunitense dell’Ottocento. Il 28 luglio 1851 Sophia, la moglie dello scrittore, parte con le due figlie Una e Rose per far visita ai suoi genitori, lasciando a casa il marito e il figlio Julian di cinque anni. Il rapporto tra padre e figlio non ha più ripari e schermi, e lo scrittore è sottoposto a questa imprevista “novità”.
Consideriamo i tempi e anche il carattere di Hawthorne:  schivo, introverso, dedito alla narrazione di storie ricche di ombre e chiaroscuri come il famoso La lettera scarlatta, che si confronta con la sensibilità puritana; egli non è abituato all’irruenza di un ragazzino né è abituato ad accudirlo. L’esperienza lo segna e per questo la registra nel [Continua »]


Una bambina impudente che vuole imparare

Il talento di Katherine Mansfield, scrittrice di origine neozelandese, ma inglese di adozione, è unanimemente riconosciuto essere nella forma breve del racconto. Amica e rivale di Virginia Woolf, frequentatrice della Londra bohemienne degli anni Venti del Novecento, Katherine Mansfield – il cui vero nome è Kathleen Mansfield Beauchamp – con una prosa scarna e decisa, indaga in modo spietato il nucleo di verità che ogni persona porta dentro di sé, rivelandone spesso e volentieri le caratteristiche di finzione e auto-inganno. Uno sguardo anticonformista, realistico e visionario, capace di veicolare l’inquietudine, l’insofferenza e la ribellione di chi, come lei, fuggendo dal provincialismo dell’ambiente culturale di Wellington, si è gettata nelle passioni a capofitto, travolta da un caos emotivo ed esistenziale, in nome di una libertà senza limiti e norme.
Quando ero uccello e altre poesie (Bagno a Ripoli – Firenze, Passigli, pagine 77, euro 10) è il titolo della raccolta di versi che restituisce di Katherine Mansfield un profilo se non inedito, sicuramente sfumato e complesso. “Ahimé mia cara, non ho poesie. Io non sono un poeta”, recitano le righe di una sua lettera indirizzata a Virginia Woolf. Se la narrativa, [Continua »]



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 Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit

Quomodo scire ubi sim possum? Ad quod sciendum olim mihi circumspicere necesse erat, inspicere locum in caelo positum ultra quem videre non poteram. Ad locum petitum consequendum antea me ad praestitutam orbis partem vertere necesse erat. Intellegere ubi essem significabat me comparare cum caelo quod eodem tempore aspectus incrementum, sed etiam insuperabilis limes, nisi motu: magis procedis magis caelum patet… . Igitur ad sciendum ubi essemus, necesse erat circumspicere.
Nunc, quod nobis nova instrumenta electronica sunt, ubi simus intelligendi sensus mutaturus est: ad videndum ubi simus nos ipsos ut puncta in geographica tabula factos spectamus. Punctum spectans, dicere possum: “Ego hic sum”. Cetera, omnia quae circa me sunt in mappa meis motibus mutatur et movetur. Si ego me moveo omnia in instrumenti electronici mappa movetur. Caelum iam limes non est. Contra: in mappa iam non est.

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Ancora su Kavanagh, poeta "fuori posto"

Alessandro ZaccuriL’irlandese Kavanagh aprì una finestra sull’infinito (di Alessandro Zaccuri, apparso su Avvenire il 19.12.09)

È la lezione del critico An­ton Ego in Ratatouille: non è vero che chiunque possa essere un artista, ma un vero artista può nascondersi in chiunque. Un poeta, per e­sempio, non è necessariamen­te un vate austero, appartato ed elegante. Immaginate un giornalista di poca fortuna, u­na di quelle persone che risul­tano sempre fuori posto per­ché fuori posto si sentono co­munque. Non per la loro per­sonale inadeguatezza, quanto piuttosto per l’irrimediabile i­nadeguatezza della realtà cir­costante rispetto allo splendo­re della loro visione interiore. «Non so che età io abbia, / Non ho un’età mortale, / Non so nulla di donne, / Nulla di città, / Ma non posso morire / Sen­za oltrepassare queste siepi di biancospini», ammette Patrick Kavanagh in «Innocenza», una delle più belle fra le poesie an­tologizzate e tradotte da Save­rio Simonelli in Andremo a ru­bare in cielo, il volume che, per il pubblico italiano, rappre­senta la prima compiuta occa­sione d’incontro con una del­le maggiori voci del Novecen­to irlandese. Un’autentica sco­perta e, nel contempo, una conferma dell’intonazione in­confondibile da cui la moder­na lirica insulare è contraddi­stinta. [Continua »]


De Certeau, sulla decisione

Con oltre cinquant’anni dalla loro prima pubblicazione arrivano ora in Italia due brevi testi del gesuita Michel Certeau sul tema del “dopo” della fede cristiana, cioè sul “cosa fare della fede cristiana nell’opacità della vita quotidiana?” Che sfide si trova il cristiano una volta che è diventato seguace di Cristo? Se l’incontro con Cristo porta con sé una grande gioia e una conseguente spinta missionaria, come si fa a portare avanti quella gioia e quella decisione?

C’è senz’altro una dimensione biografica in queste due riflessioni dell’allora trentenne appena approdato alla Compagnia di Gesù. Michel de Certeau nasce infatti nel 1925 e nel 1950 entra nell’ordine dei gesuiti mosso dal rapporto di amicizia e di discepolato con Henri De Lubac  e dal desiderio di diventare missionario in Cina. Ordinato sacerdote nel 1956 (i due testi raccolti in questa edizione, I pellegrini di Emmaus e Le conseguenze della decisione, sono del 1957) de Certeau non andrà mai in Cina ma per trent’anni (muore a 61 anni il 9 gennaio 1986) sarà uno dei più brillanti e originali pensatori cattolici del secondo dopoguerra occupandosi di semiotica, antropologia religiosa, storia, politica rivelando un genio agile e multiforme oggi non ancora del tutto esplorato. [Continua »]