L’importanza di avere un figlio

Nathaniel Hawthorne
Quando bisogna confrontarsi con un bambino occorre ristrutturare il proprio modo di agire, di parlare, persino di pensare, a volte. E questo può condurre a una meditazione sulla vita, a una comprensione differente del proprio rapporto con gli altri o anche con se stessi e con la propria storia personale.
Nathaniel Hawthorne è una figura di spicco della letteratura statunitense dell’Ottocento. Il 28 luglio 1851 Sophia, la moglie dello scrittore, parte con le due figlie Una e Rose per far visita ai suoi genitori, lasciando a casa il marito e il figlio Julian di cinque anni. Il rapporto tra padre e figlio non ha più ripari e schermi, e lo scrittore è sottoposto a questa imprevista “novità”.
Consideriamo i tempi e anche il carattere di Hawthorne: schivo, introverso, dedito alla narrazione di storie ricche di ombre e chiaroscuri come il famoso La lettera scarlatta, che si confronta con la sensibilità puritana; egli non è abituato all’irruenza di un ragazzino né è abituato ad accudirlo. L’esperienza lo segna e per questo la registra nel [Continua »]
Il talento di Katherine Mansfield, scrittrice di origine neozelandese, ma inglese di adozione, è unanimemente riconosciuto essere nella forma breve del racconto. Amica e rivale di Virginia Woolf, frequentatrice della Londra bohemienne degli anni Venti del Novecento, Katherine Mansfield – il cui vero nome è Kathleen Mansfield Beauchamp – con una prosa scarna e decisa, indaga in modo spietato il nucleo di verità che ogni persona porta dentro di sé, rivelandone spesso e volentieri le caratteristiche di finzione e auto-inganno. Uno sguardo anticonformista, realistico e visionario, capace di veicolare l’inquietudine, l’insofferenza e la ribellione di chi, come lei, fuggendo dal provincialismo dell’ambiente culturale di Wellington, si è gettata nelle passioni a capofitto, travolta da un caos emotivo ed esistenziale, in nome di una libertà senza limiti e norme.

L’irlandese Kavanagh aprì una finestra sull’infinito (di Alessandro Zaccuri, apparso su Avvenire il 19.12.09)
Con oltre cinquant’anni dalla loro prima pubblicazione arrivano ora in Italia due brevi testi del gesuita Michel Certeau sul tema del “dopo” della fede cristiana, cioè sul “cosa fare della fede cristiana nell’opacità della vita quotidiana?” Che sfide si trova il cristiano una volta che è diventato seguace di Cristo? Se l’incontro con Cristo porta con sé una grande gioia e una conseguente spinta missionaria, come si fa a portare avanti quella gioia e quella decisione?