Pecuniam solvere

Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit

Est nostri diei tempus quo in cuiusdam qui nobis aliquid donat oculos incidimus cuique nobis aliquid pro re accepta dandum est. Igitur tempus liberum non est, donandi, sed tempus quo qui dat se contra et quot accepturum esse vere scit. Tamen, quamvis hoc certum commercium intersit, quo manus ipsae momento se leviter stringant, duo homines se liberos esse sentiunt, etiam alius alio arridere aut non potest. Plerumque est mutuum oculorum commercium, cum nummorum vel tesserarum commercio.

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Pagare

Esiste un momento nella nostra giornata nel quale incontriamo lo sguardo di una persona che ci dà qualcosa e alla quale dobbiamo dare qualcosa in cambio per quel che riceviamo. Non è dunque un momento libero, di dono, ma un momento in cui chi dà sa di ricevere e sa esattamente quanto. E tuttavia, nonostante questa precisa relazione a tu per tu, in cui persino le mani a volte si sfiorano per un istante, le due persone si sentono libere, persino di sorridersi o meno. Vi è uno scambio di sguardi, in genere, accompagnato da uno scambio di monete o di banconote. E’ il momento dell’acquisto, anzi del pagamento di ciò che si è acquistato.

In realtà l’acquisto avviene prima del pagamento. E’ quasi una decisione interiore. Avviene nel momento in cui entriamo nel negozio e decidiamo che cosa prendere. In quel momento noi “acquisiamo” quell’oggetto e sentiamo che ci corrisponde, che corrisponde al nostro desiderio o, più semplicemente, al nostro bisogno: ci “serve”. Quando lo paghiamo è già nostro, in realtà. Se qualcuno ce lo “rubasse” di mano prima [Continua »]


Un mito vivo.

Ascolto in auto Dig!!! Lazarus Dig!!!, l’ultimo album di Nick Cave and the Bad Seeds e penso che…

… i The Cure ormai fanno belle litografie dei propri successi, i Depeche Mode sembrano i parrucchieri alla moda dei ribelli elettronici degli anni ottanta, gli U2 hanno scacciato il fuoco irlandese con 3 o 4 trasfusioni di sangue e stelle e strisce, gli Smiths si sono disintegrati, dei Sound non ho più notizie…

…ma Nick! Dopo trent’anni di carriera spara ancora pallottole così incandescenti. Dove la trova la legna con cui tenere acceso il suo fuoco, eh? Dove la trova?


I versi e la voce di Pierluigi Cappello

Pierluigi Cappello è uno dei maggiori poeti italiani viventi. È nato a Gemona nel 1967, una città del Friuli rimasta nella memoria di molti per essere stata distrutta dal terremoto negli anni settanta. Scrive tanto in dialetto friulano che in italiano. La sua ultima opera, Assetto di volo (Crocetti 2006), raccoglie i versi migliori scritti a partire dal 1998.

Nel filmato Pierluigi è seduto sulla sua carrozzina per disabili alla scrivania dello studio nella casa di Tricesimo (una piccola cittadina in provincia di Udine) dove è solito comporre le sue poesie. È il 14 giugno 2009 e sta conversando con lo scrittore Eraldo Affinati, anche lui una delle voci di maggior spessore della nostra attuale letteratura e grande amante della poesia italiana (da ricordare il suo Patto giurato. La poesia di Milo De Angelis, Tracce, 1996). Pierluigi si è proposto di leggerci due poesie inedite (il testo della seconda, Parole povere, è riportato qui di seguito). In questo filmato la poesia è anche nella voce, nello sguardo, nella luce del luogo in cui la parola poetica è pronunciata. [Continua »]


L’estate, si sa…

OmbrelloneL’estate, si sa, è la stagione dei libri, il momento in cui il lettore può «scatenarsi», appagando una sete sana e profonda che viene come rivelata dall’esperienza stessa della lettura. Padre Antonio Spadaro, gesuita messinese, critico letterario della prestigiosa rivista La Civiltà Cattolica, è acuto osservatore di questa esperienza così significativa, quasi «costitutiva» dell’essere umano, e alla lettura ha dedicato i suoi ultimi due saggi pubblicati da Jaca Book: “Abitare nella possibilità” e “L’altro fuoco”.

Per lei, dunque, padre Spadaro, la letteratura è innanzitutto «fuoco».
L’immagine del fuoco mi sembra che riassuma il senso dell’esperienza della letteratura. Chi di noi, leggendo la pagina di un romanzo o i versi di una poesia, non ha sentito, almeno una volta nella vita, una forma di coinvolgimento “ardente”, diciamo così. Fare esperienza della parola letteraria significa venire a contatto con la fiamma. La parola “poetica”, cioè creativa, brucia ma non si consuma, rivelando una presenza permanente che la abita: dà vita a un mondo. Quando la parola è davvero creativa diviene come un biblico roveto ardente. Quando è letta, diventa attiva nel lettore, comunica la sua potenza espressiva, ma non si disperde, non si infiacchisce nella lettura: è un fuoco che il suo ardore rigenera, come ci ricorda Mario Luzi. E soprattutto non “divora” il [Continua »]


DNA, New York e altri particolari

Spesso gli articoli sui quotidiani passano inosservati. Nel senso che li leggiamo, ne estrapoliamo l’informazione e poi li dimentichiamo. A volte, però, accade che diventino uno spunto di riflessione. Che ci forniscano una specie di mondo parallelo in cui far vivere idee e pensieri che diversamente non avrebbero trovato un loro habitat. Spero che qualcuno abbia letto su la “Repubblica” di domenica 5 luglio le due pagine dedicate a New York. Già l’argomento è di per sé uno “specchietto per le allodole”, ma il contenuto delle colonne è stato per me una sorta di rivelazione. Insomma, ho scoperto l’acqua calda. E ne sono stata felice.

Il giornalista, Siegmund Ginzberg, anticipa l’omaggio che il MART di Rovereto sta per fare alla città di New York: una mostra fotografica per la metropoli definita la più fotogenica del mondo (150 scatti di proprietà del MoMA) accompagnata da un catalogo che in italiano ha titolo “Immaginare New Yok” (di Hermanson Meister Sarah, Five Continents Editions, 152 pp., 35 euro).
Ma cosa mi ha colpito in questo articolo così tanto da volerlo sottoporre anche all’attenzione di altri?Il fatto che una mostra ed un bel libro di fotografie su una città milioni di volte raccontata, descritta e immortalata sono ancora e davvero necessari. E che quella città, tutte le città non sono solo un agglomerato di edifici, un intrico di strade e migliaia di vite che li abitano e le percorrono. Quella città, tutte le città sono un pezzetto di noi. E hanno un pezzetto di noi. [Continua »]