Un edificio da leggere in memoria della Shoah
Nella Giornata della Memoria della Shoah può far bene un giro virtuale al Museo Ebraico di Berlino, accompagnati dalle note del Mercurio di Gustav Holst. Il messaggero alato del musicista inglese de I pianeti ci porta la notizia che l’architettura moderna, anche nell’espressione lontana da ogni canone classico di un decostruzionista come Daniel Libeskind, può essere arte ovvero esperienza in grado di emozionare e trasformare nel profondo. Nato dall’idea di continuare il racconto incompiuto della liberazione degli ebrei nel Mosé e Aronne di Arnold Shoenberg, il progetto del museo ebraico è stato immaginato dall’architetto di origine polacca “come una sorta di testo destinato a essere letto”: una struttura a zig zag e piena di tagli che fa pensare ad corpo rannicchiato e ferito, una forma per nulla tranquillizzante ma intensamente narrativa che contiene anche un corridoio senza uscita e uno spazio (la Torre dell’Olocausto) così scuro che non si vede a un palmo. Non c’è memoria senza racconto, immedesimazione, commozione. Provate, dunque, a visitare, anche solo con gli occhi, questa stella di Davide spezzata nel cuore di Berlino: una grande rivincita sull’architettura razionalista e funzionalista che tanto piaceva alle dittature totalitarie del ‘900 e che oggi ci lascia senza alcuna emozione quando passiamo davanti al complesso museale dell’Ara Pacis a Roma progettato dall’architetto Richard Meier.
C’è modo e modo di essere nel mondo. Chi è ciascuno di noi, si chiedeva Calvino nelle sue Lezioni americane, “se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”. Ma “io” dove sto in questa combinatoria d’esperienze? Sono io a vivere la vita o il grande meccanismo del mondo che determina la mia esistenza? Io sono coinvolto nel mio essere nel mondo o sono avvolto, sommerso senza scampo? O sono impigliato, involuto in esso?
La suite I Pianeti di Holst ci testimonia un modo particolare di porsi di fronte alla volta stellata del cielo, quello di cogliere delle peculiarità dei singoli pianeti ed esprimerle attraverso le forme musicali. Altri modi di rapportarsi alla meraviglia dell’universo possono essere il senso di smarrimento, con il percepire tra sé e il firmamento una distanza abissale, ma anche un incombere, oppure il sentirsi portati ad un dialogo per colmare l’abisso, sia come interrogazione che come acquisizione di certezze.
Secondo il critico letterario americano Leslie Fiedler un fantasma inquieta la letteratura americana: quello del pellerossa. Più la cultura dei nativi veniva sistematicamente distrutta, più essa – il suo fantasma – invadeva le “stanze” dell’animo americano. Tanto che alcuni tratti dell’eroe a stelle e strisce – come già sosteneva D.H. Lawrence – sarebbero solo dei “prestiti” dell’indiano (e delle sue stilizzazioni). Una fascinazione presente, ad esempio, nelle pagine di Moby Dick, nella forma della divertita ammirazione del bianco Ismaele nei confronti del selvaggio (in versione polinesiana) Queequeg.
Spensierato e gioioso, come è stato scritto? E’ davvero il nuovo lavoro di Bruce Springsteen – Working on a dream – un’opera (facilmente) ottimista? Il senso della caduta e della perdita – che hanno accompagnato gran parte della produzionde del Boss e non ultimo il denso Magic – sono così lontani dalle nuove canzoni e dal loro universo poetico? Il pendolo sembra scivolare verso il sì se solo si dà un’occhiata ai titoli dei brani.
L’opera letta in classe, Sunset Limited di McCarthy, ha la struttura di una sceneggiatura teatrale, dal momento che è composta esclusivamente da dialoghi inframmezzati da didascalie che descrivono in poche righe movimenti o espressioni dei personaggi. I dialoghi possono essere efficacemente paragonati a mosse di un incontro di boxe senza esclusione di colpi, domande stringenti poste con ferrea insistenza alle quali conseguono deduzioni tanto banali quanto dolorose per l’interlocutore.