Laboratori BC

Prendete carta e penna, ecco le date dei laboratori di BombaCarta per i prossimi 2 mesi e mezzo:

22 gennaio: bombaCinema
29 gennaio: bombaBibbia

5 febbraio: bombaMusica
12 febbraio: bombaCinema
19 febbraio: bombaLettura – O’Connor
26 febbraio: bombaBibbia

5 marzo: bombaLettura – O’Connor
12 marzo: bombaMusica
19 marzo: bombaCinema
26 marzo: bombaBibbia.

I laboratori si tengono tutti dalle 19:00 alle 21:00 in via San Saba 19 (Roma).


La parola poetica nell’eremo

Nino, Marco e Francesco sono tre monaci che hanno deciso di vivere senza sconti la regola di San Benedetto in un piccolo eremo nell’Appennino Tosco-Emiliano. Le loro giornate sono fatte di preghiera comune, preghiera personale, lavoro, studio delle sacre scritture e dell’arte. La letteratura ha un posto importante nella loro formazione umana, culturale e spirituale. Marco, il più giovane dei tre, mi ha concesso questa breve intervista video (5′:57″) sul suo rapporto con la parola poetica. Essa, a quanto pare, è indispensabile per entrare nel cuore dell’Uomo, il luogo in cui si cela l’Essere che un monaco desidera contemplare. Il monaco, come ogni altro “cacciatore di Dio”, sa che la sua preda va scovata nella selva della Storia, nella giungla delle contraddizioni di ciascuna persona, nel groviglio di esperienze che scaturiscono dal corto circuito tra il desiderio di peccato e il desiderio di redenzione. Come entra, dunque, la letteratura nella vita di un monaco?


Presentazione di BombaLettura

http://vimeo.com/2860587

Per chi si fosse perso la trasmissione di Sat2000 dedicata al Laboratorio di Lettura di BombaCarta eccola riproposta in 2 minuti. Buona visione!


Cesare Pavese: “Un mondo di pietra e di cielo”

Cesare Pavese«La nudità del cielo fa appello alla nostra», nota Cesare Pavese in Piscina feriale, un breve racconto che descrive movimenti e intuizioni del protagonista mentre in agosto si trova con amici sul bordo di una piscina. Lo scrittore comprende che è difficile nascondersi in questa insolita nudità: «Siamo tutti inquieti, chi seduto e chi disteso, qualcuno contorto, e dentro di noi c’è un vuoto, un’attesa, che ci fa trasalire la pelle nuda». Ecco l’intuizione fondamentale: «In verità, siamo tutti in attesa» (1). L’opera di Pavese è una delle più ampie e ricche del Novecento italiano, una tra le più discusse e dense di significati e valenze: da quelle più politiche a quelle più esistenziali e anche religiose. La sua opera è stata solcata dalla critica di ogni segno e direzione. A cento anni dalla sua nascita, avvenuta il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo (Cuneo), ci sembra necessario proporre qualche riflessione fondamentale, tentare di cogliere quello che ci pare essere il vero nervo scoperto della vicenda artistica dello scrittore, nella quale vita e letteratura convergono nell’attesa di vivere una pienezza sfuggente.

La lotta di un giovane
Dove troviamo le radici del desiderio di vita che si fa scrittura pulsante? Già il Pavese tra i 17 e i 22 anni esprime tensioni interiori illuminanti, tradotte in racconti, poesie e lettere che convincono, nonostante siano testi ancora acerbi. Essi esprimono la lotta interiore tra la bellezza e una visione stinta della vita, tra il desiderio di pienezza e l’inettitudine. Incamminandosi a passi lenti lungo la costa di un colle ai primi di ottobre, il protagonista di Lotte di giovani percepisce con ammirazione lo spettacolo che ha intorno: «Alzando il capo spaziavo lo sguardo e sentivo nello spettacolo di quella campagna qualcosa di grande di bello, struggendomi di non comprenderlo appieno e di non saperlo rendere in parole. Tentavo di goderne qualcosa, ma nulla riusciva a scuotermi l’indolenza interiore. Nei punti scoperti della strada mi alitava addosso la freschezza vivida della brezza ma [Continua »]


Tutti i libri sulla mia città

PallaTaranto, terrazza sul mare. Modero un pubblico dibattito di una sera d’agosto, quaranta persone seduto attorno a dei tavoli spogli. È la quarta edizione di “Narratori di Oggi”, appuntamento estivo promosso dall’Associazione Punto A Capo, che ogni estate invita alcuni autori contemporanei, soprattutto tarantini, per ascoltare i loro libri come “sismografi del mondo in cui viviamo”. Quest’anno il sismografo è piatto. Bassa l’affluenza, poca curiosità nelle parole e negli sguardi. Mentre parlo, mentre leggo, mentre ascolto, scopro che mi sto annoiando. Cerco di risvegliarmi provando a fare un discorso sullo sguardo che uno scrittore deve gettare sulla città, uno sguardo che ha il dovere delle complessità, il dovere di una sincerità senza censure, che comprenda tutto lo spettro delle possibilità che l’esperienza dell’esistenza offre, che comprenda la luce e il buio, il marcio e la polpa. Provo a usare espressioni dissonanti alla retorica della decadenza, a chiedere contenuti che non si limitino ad alimentare il mito dei tempi terribili. Le risposte che ascolto ritornano allo stagno in cui ogni discorso su Taranto sembra inevitabilmente dover rifluire: non c’è nulla da raccontare qui, se non il marcio. Le mie parole sono considerate come nostalgiche di una scrittura di regime, dello “statalismo etico”; nel migliore di casi vengo benevolmente trattato come un ingenuo di belle speranze: non bisogna nascondere la testa sotto la sabbia, la città sta messa male, la speranza è un lusso che a Taranto non è concesso. E io penso che devo aver usato le parole sbagliate, perché è proprio quello che pretendo, una testa alta, fuori dalla sabbia, occhi aperti, uno sguardo potente capace di vedere quello che a Taranto, come in qualsiasi altro posto in cui batta il cuore di un solo uomo, non manca: terra, acqua, teste, braccia. Possibilità. Lo penso, ma non dico più nulla, rinuncio alla ricerca della comprensione. Scopro che non mi interessano più queste parole, non mi interessano più i binari su cui si è incanalato il dibattito culturale su Taranto, che pure tante volte ho alimentato. [Continua »]


Il silenzio delle ceneri e della neve

Il silenzio è un luogo verso cui istintivamente migriamo. Da bambino ricordo nella nostra casa di campagna dei lunghi momenti di silenzio. Essi corrispondevano alle partenze improvvise di mio padre. Erano giorni in cui mia madre si chiudeva in se stessa e il silenzio in quella grande casa era per me come il cielo: cupo e gravido di grandine in prossimità delle stanze della mamma, variabile e inaffidabile come un giorno di marzo quando attraversavo le stanze vuote dei fratelli che erano a scuola, azzurro e pieno di luce quando uscivo in giardino. Ma fuori il cielo era vero e il silenzio uno sfondo su cui risuonavano i rumori che giungevano dalla campagna: l’abbaiare di un cane, il frusciare dell’erba medica se tirava vento, il passaggio di un trattore, il ronzare degli insetti se si era nella bella stagione. Accadeva, allora, che mi andassi a cercare un posto appartato dove trovare un mio silenzio e un po’ di calore, come un uccello migratore. Il più delle volte mi accucciavo in una buchetta che mi ero scavato sotto i rami di tre cipressi dai tronchi che costeggiavano la strada tracciata dalla vecchia ferrovia regia. Lì vivevo uno dei momenti più intensi delle mie giornate, quello dell’immaginazione. In quel silenzio nasceva un mondo e una felicità tutta particolare. Fino al momento in cui la cuoca usciva in giardino e mi chiamava a gran voce perché si erano accorti della mia assenza. [Continua »]


Cat Power, spiritual lyrics

“I saw you outside that hole. Your skull girl outside that hole. Your eyes glistened by the sound. And the light of God”. È il finale lieto di una storia invece dolente, cantata da Cat Power nel brano In This Hole, incluso nell’album What Would the Community Think. Charlyn “Chan” Marshall, questo il suo vero nome, è una songwriter americana, nata in Georgia e di fatto newyorkese. Una discografia lunga nove dischi, se si esclude Live Session, inciso in esclusiva per iTunes. La Marshall ha attraversato varie stagioni, stili e prose. Dall’album Dear Sir a Moon Pix i suoi testi sono istintivi e profondi, la musica cupa, minimale. In This Hole sintetizza la sua fase artistica più tenebrosa, le parole all’inizio picchiano duro: “I saw you asleep beside a hole. Your skull inside a hole. Your eyes blankened by the sound. And the thought of God”. Un fatto grave che suscita nell’animo dell’ascoltatore la voglia di scappare via dal buco nero della tragedia raccontata con dovizia di particolari. [Continua »]