di
Maurizio Cotrona -
pubblicato il 13 Gennaio 2009
Taranto, terrazza sul mare. Modero un pubblico dibattito di una sera d’agosto, quaranta persone seduto attorno a dei tavoli spogli. È la quarta edizione di “Narratori di Oggi”, appuntamento estivo promosso dall’Associazione Punto A Capo, che ogni estate invita alcuni autori contemporanei, soprattutto tarantini, per ascoltare i loro libri come “sismografi del mondo in cui viviamo”. Quest’anno il sismografo è piatto. Bassa l’affluenza, poca curiosità nelle parole e negli sguardi. Mentre parlo, mentre leggo, mentre ascolto, scopro che mi sto annoiando. Cerco di risvegliarmi provando a fare un discorso sullo sguardo che uno scrittore deve gettare sulla città, uno sguardo che ha il dovere delle complessità, il dovere di una sincerità senza censure, che comprenda tutto lo spettro delle possibilità che l’esperienza dell’esistenza offre, che comprenda la luce e il buio, il marcio e la polpa. Provo a usare espressioni dissonanti alla retorica della decadenza, a chiedere contenuti che non si limitino ad alimentare il mito dei tempi terribili. Le risposte che ascolto ritornano allo stagno in cui ogni discorso su Taranto sembra inevitabilmente dover rifluire: non c’è nulla da raccontare qui, se non il marcio. Le mie parole sono considerate come nostalgiche di una scrittura di regime, dello “statalismo etico”; nel migliore di casi vengo benevolmente trattato come un ingenuo di belle speranze: non bisogna nascondere la testa sotto la sabbia, la città sta messa male, la speranza è un lusso che a Taranto non è concesso. E io penso che devo aver usato le parole sbagliate, perché è proprio quello che pretendo, una testa alta, fuori dalla sabbia, occhi aperti, uno sguardo potente capace di vedere quello che a Taranto, come in qualsiasi altro posto in cui batta il cuore di un solo uomo, non manca: terra, acqua, teste, braccia. Possibilità. Lo penso, ma non dico più nulla, rinuncio alla ricerca della comprensione. Scopro che non mi interessano più queste parole, non mi interessano più i binari su cui si è incanalato il dibattito culturale su Taranto, che pure tante volte ho alimentato. [Continua »]