Pace (e guerra)
Questa mattina a Gerusalemme non si può accedere alla spianata delle Moschee e il quartiere musulmano è gravato da un silenzio che punge, le botteghe chiuse per protesta, i soldati israeliani con gli M16 attenti al più piccolo movimento. La tensione congela il pensiero e il corpo è pronto a scattare al minimo segno. Forse è il giorno adatto per postare sul blog questo breve, bellissimo, raro racconto di Eraldo Affinati intitolato “Pace (e guerra)”, apparso quest’anno su una pubblicazione della Regione Toscana dedicata alle parole della Costituzione.
La scuola stava per finire. Cominciava a far caldo. I finestroni erano spalancati, ma noi sentivamo freddo. Avevo appena letto in classe, a voce alta, un brano del Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern: la battaglia di Nikolaevka! I russi non vogliono far passare gli alpini in ritirata e questi si fanno largo, in mezzo alle isbe, correndo da un carro armato all’altro con le bombe a mano, i fucili, la mitragliatrice sulle spalle. Le pallottole s’infilano a terra miagolando. Gli uomini entrano nelle case, piazzano i mortai sui tavoli coperti da tovaglie ricamate. I feriti si lamentano. I bambini piangono. [Continua »]
Trascrizione di una conferenza che ho tenuto a Settignano (FI) il 22.10.2008 sul tema “Ogni letteratura è sacra? La grazia della parola” e pubblicata a stampa in un fascicolo a tiratura limitata.
Perché i graffiti di Altamira, queste figure di animali dipinte 17.000 anni mi colpiscono tanto? Perché li sento così reali? Sono attratto da qualcosa in loro che non saprei definire. I colori sono forti, ricordano la carne viva, la pelle di uomo, quasi un tatuaggio su una schiena. L’occhio del bisonte sembra guardarmi. E mi rendo conto che la loro forza espressiva dipende anche dalla forma e dalla consistenza della roccia. Se mi trovassi dentro la grotta l’emozione sarebbe ancora più intensa per via degli odori, dei suoni o della temperatura nella grotta. Ne Lo spirituale nell’arte Vasilij Kandinskij scriveva: Non dobbiamo ingannarci e pensare che riceviamo la pittura solo attraverso l’occhio. No, la riceviamo, a nostra insaputa, attraverso tutti e cinque i nostri sensi. E come potrebbe essere altrimenti? Fatto sta che con mio grande stupore queste pitture del neolitico hanno il potere di coinvolgermi in un’esperienza sensoriale che mi fa apprezzare una realtà spirituale nascosta nelle pitture stesse. 
Andy Warhol has been defined as “the United States in the moment the United States became the world” (1), that is, just over the first half of the 20th century. How can one not recall his TV sets reproducing his now famous Campbell tomato cans, or the reproductions of popular “icons” such as Coke bottles, Marilyn Monroe or Marlon Brando? According to Artprice indexes, between 1997 and 2006 the price of his TV sets has increased by over 300%. Warhol is part of that group of American artists of the 60s that wanted to represent the reality around them “literally”. The pop art artists, in other words, of “popular art”, started to use parts of the language of the culture of masses, such as publicity images, comics, movies, television, consumer goods and fashion in a more educated level. Thus, the mass experience entered into the individual experience, making the artistic expression of each person leave his own territory and open it to a social, collective, massive and commercial dimension.
Nessun classico del Novecento può vantare tanti appassionati lettori quanti Il Signore degli Anelli. Ma a cosa si deve il successo di questo corposo romanzo, che ci si ostina a confinare nel genere “fantasy”? Potrà sembrare un paradosso, eppure una delle ragioni principali è il suo realismo. Perché chi scrive racconti fantastici, metteva in guardia Flannery O’Connor, deve prestare «un’attenzione ancor più rigorosa al particolare concreto, rispetto a chi scrive in chiave naturalistica – perché quanto più la storia forza i limiti della credibilità, tanto più convincente dovrà essere l’ambientazione». E Tolkien è stato di una meticolosità imbattibile: ci fornisce il calendario di viaggio dei protagonisti, appendici storico-sociali, alberi genealogici, tavole linguistiche, regole per la pronuncia, note di costume, una mappa dettagliata… Il puntiglio del filologo applicato alla multiformità dell’immaginazione. Tolkien non ne ha mai fatto mistero. Scrivere romanzi non era uno sfogo individuale, ma la diretta conseguenza dei suoi studi, al punto che alla base del suo capolavoro «c’è l’invenzione dei linguaggi. Le “storie” furono create per fornire un mondo […] avrei preferito scrivere in elfico». Eppure tanta precisione non preclude il mistero. Al contrario. Gli basta la citazione improvvisa di un nome sconosciuto, fatta quasi en passant, per evocare nel lettore il senso d’infinite storie non raccontate ma presenti, che occhieggiano da dietro le quinte. Ecco un altro forte tratto di realismo: è quella “suggestione del non detto” – lo notò Erich Auerbach nel suo Mimesis – affluita nella letteratura occidentale attraverso la narrativa biblica.
Finalmente arriva