Cesare Pavese e il diario dei fatti degli altri
“Il diario dei fatti degli altri” è la definizione dello stile di Cesare Pavese data alla fine degli anni ’40 da Leone Piccioni, classe 1925, piemontese doc, professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea a Roma e a Milano, critico letterario, giornalista e direttore RAI di programmi radiofonici e televisivi.
Ho conosciuto Leone Piccioni nel 2005, quando ho incontrato ed intervistato per la rivista “Le colline di Pavese” alcuni amici di Cesare Pavese, ora “giovanotti” che affidano al ricordo la sua figura. Incontrarli ha significato incontrare Pavese non solo come scrittore, ma anche come uomo. Che poi, forse, è la stessa cosa, ma lascio a ciascuno la possibilità di scegliere se sovrapporre i ruoli.
Leone Piccioni mi era stato segnalato come il giornalista che nel 1950 intervistò di persona Pavese per il programma radiofonico “Scrittori al microfono”. E invece, delusione. Come mi raccontò lui stesso “Quello fu un episodio nel quale non ci incontrammo affatto. Io, in qualità di curatore del programma “Scrittori al microfono” preparai le domande dell’intervista, mentre Pavese incise su nastro le sue risposte e le fece recapitare in RAI. E così l’intervista fu mandata in onda.”
Nel corso dell’intervista Cesare Pavese rispose a domande sulla sua posizione verso la narrativa italiana, sul suo rapporto con la traduzione e la scrittura e sull’atteggiamento della critica contemporanea verso il suo lavoro, tacciato di neorealismo polemico, di eccessivo americanismo e di forte orientamento al regionalismo (il testo dell’intervista, datata in un manoscritto 12 giugno 1950, è rintracciabile in classicitaliani.it ).
In precedenza, Leone Piccioni e Cesare Pavese si erano scritti delle lettere. Pavese aveva mandato risposta a Piccioni in merito alla sua recensione a “Il diavolo sulle colline”. “Fu in occasione di quello scritto che mi venne spontaneo dare questa definizione dello stile pavesiano: un diario dei fatti degli altri. Mi colpì immediatamente la confidenza tutta particolare con cui Pavese trattava i suoi personaggi, quel modo familiare, quasi intimo di tratteggiarne i caratteri, le movenze, i gesti”. Piccioni dice di apprezzare di Cesare Pavese “la maniera di costruire le storie, la storia, ma ancor più di amare i suoi “tipi”, i suoi uomini e le sue donne, tutti e tutte da interpretare, pieni di vita, di mistero, di silenzi eloquenti e sempre mi soffermo sulla descrizione che fa dei luoghi, degli ambienti in cui queste vite si muovono, parlano, amano e soffrono”.
Per Piccioni Pavese è un narratore. “Basti pensare alle donne de “La luna e i falò”: per me rimangono le figure femminili migliori della produzione pavesiana, così vivide, così sentite. La scrittura di Pavese è intensa, emerge da dentro, ha un suo vissuto. Pavese, inoltre, fu un apprezzato traduttore degli americani allora emergenti e l’unico americano che non tradusse fu, stranamente, Scott Fitzgerald. E dico stranamente perché, a mio parere, Scott Fitzgerald ebbe su di lui e sul suo stile una notevole influenza, soprattutto per quanto riguarda l’elaborazione dei personaggi, dei fatti. È vero, non lo tradusse mai, ma addirittura consigliò ad altri di tradurlo”.
Pavese scrisse poi a Piccioni nella primavera del ’50, per fargli gli auguri di nozze. I due ebbero pochissime occasioni di incontro, tutte concentrate in un periodo brevissimo che precedette di alcuni mesi la morte dello scrittore.
Il primo incontro risale al giugno del 1950, a Roma, in occasione della consegna del Premio Strega. Cesare Pavese vinse in quell’anno con “La bella estate”. “Ero come intimorito: ci scambiammo poche e rapide battute, quasi non mi avvicinai a lui. Ma mi è rimasta una forte sensazione di quella serata. Come ho avuto modo di scrivere in “Maestri e amici” (Rizzoli, 1969) fui fortemente colpito dall’uomo. Prima di conoscerlo, dalle sue pagine, avevo avuto l’impressione che si trattasse di una persona rigorosa, anche se si intuivano qua e là alcune debolezze, alcune incertezze. Quando lo ebbi di fronte potei confermare questa sensazione e aggiungere la chiara percezione della sua interiore bontà, di una evidente affabilità, di una timidezza accompagnata ad una grande sofferenza certamente legata alle vicende personali di quel periodo. Lo rividi circa un mese dopo, erano i primi d’agosto, a Forte dei Marmi e mi impressiona pensare che di lì a pochissimo si sarebbe ucciso… A Forte dei Marmi io ero in villeggiatura: la cittadina era un punto di ritrovo di molti intellettuali dell’epoca. Fu Vittorio Sereni ad avvisarmi quel giorno che Cesare Pavese era di passaggio. Inforcai la bicicletta e mi precipitai ad incontrarlo: non mi cambiai nemmeno e quando lo vidi non rimanemmo soli, chiacchierammo interrotti di continuo dai presenti, ma mi sembrò di conoscerlo da sempre. In ambedue i casi ho provato una forte emozione, che non è solo quella del primo incontro con una persona famosa, ma è quella reverenza sincera, quel rispetto che si deve ai maestri, a chi ci trasmette qualcosa, dei valori, degli insegnamenti, dei frammenti di vita.”
Il dolore per la morte improvvisa e prematura di Pavese spinse Piccioni a scrivere, fra l’estate e l’autunno del 1951, il saggio “Vita e morte di Cesare Pavese” (Vallecchi, 1952 in “Lettura leopardiana e altri saggi”). Il manoscritto di questo saggio, quando ancora era inedito, partecipò al Premio Napoli. Fra i giurati del premio c’era anche Goffredo Bellonci, il quale, notoriamente, non aveva simpatia per Piccioni. “Quando il mio manoscritto risultò vincitore – il materiale era arrivato in busta chiusa – Bellonci si disse sicuro che l’autore fosse Fernanda Pivano! Sono molto affezionato a questo saggio che ritengo il primo lavoro organico di critica pavesiana scritto subito dopo la sua scomparsa”.
La chiacchierata con Leone Piccioni è stata molto lunga e ha divagato anche su altri temi e questi così intimi, così personali mi ritornano spesso in mente. Perché sono particolarmente veri. Una di quelle meravigliose occasioni per fare esperienza della letteratura. Fino in fondo.
15.000 anni fa, in una grotta situata a 30 Km da Santander, un uomo (o degli uomini?) ha preso in mano un pezzo di carbone ed ocra o ematite e ha cominciato a fare una cosa che non aveva mai fatto prima, un’azione senza alcuna apparente relazione immediata con i suoi bisogni primari: si è messo a dipingere sul soffitto di un cunicolo lungo duecento metri mammiferi selvatici e mani umane.
La venuta di Cristo in terra sul finire del I secolo era davvero attesa con una straordinaria sintonia culturale in tradizioni e ambienti diversi. Ad attestarcelo è soprattutto Virgilio con quei versi tanto noti quanto enigmatici della IV Bucolica:
“Il senso della canzone è la libertà di chi l’ascolta. Se la spiegazione diventa più forte della liberta, la canzone è un fallimento”. Parole di Teresa De Sio, una delle voci più interessanti della canzone italiana. Leggere, evanescenti, spesso concentrate in una manciata di minuti, “usate” dall’industria discografica: eppure le canzoni sono spesso un piccolo miracolo. Una finestra. Un’ala. Un concentrato di memorie. Vi segnalo una bella intervista a
A che cosa “serve” la letteratura? La letteratura col suo immenso patrimonio di storie, immagini, suoni, personaggi… a che serve? A che “mi” serve? Il rapporto tra la vita e la letteratura, in realtà, è sempre stato inquieto e complesso. Si potrebbe scrivere una vera e propria storia di questa relazione che è stata ora affermata e ora negata, ora desiderata e ora respinta. Jean Cocteau scrisse a Jacques Maritain: “La letteratura è impossibile, bisogna uscirne”. Ma per andar dove? Probabilmente per uscire dal narcisismo dell'”interiorità” autoreferenziale. L’aveva intuito anche Clemente Rebora: Lungi da me la scappatoia dell’arte. L’arte sarebbe dunque una scappatoia. Sarebbe una forma di tragica consolazione, che confina con la percezione leopardiana dell’infinita vanità del tutto. Che farsene, dunque, di parole scarse, e forse senza sole, come le definiva Sandro Penna, o di qualche storta sillaba e secca come un ramo (Eugenio Montale)?
In occasione dell’uscita del nuovo pamphlet di Massimo Onofri, Recensire. Istruzioni per l’uso, Cristina Taglietti sul Corriere della Sera di oggi ripropone la questione di come si debba fare critica letteraria e di quali siano le responsabilità del critico. La giornalista del quotidiano milanese riferisce che i mali della critica attuale secondo Onofri consistono nel “rifiuto del giudizio di valore” e, quindi, nella rinuncia alla “funzione etica della critica stessa”.