A partire da… i bisonti di Altamira
15.000 anni fa, in una grotta situata a 30 Km da Santander, un uomo (o degli uomini?) ha preso in mano un pezzo di carbone ed ocra o ematite e ha cominciato a fare una cosa che non aveva mai fatto prima, un’azione senza alcuna apparente relazione immediata con i suoi bisogni primari: si è messo a dipingere sul soffitto di un cunicolo lungo duecento metri mammiferi selvatici e mani umane.
E l’ha fatto mettendoci tutta la cura possibile con i mezzi a disposizione: sfruttando i contorni naturali dei muri per dare tridimensionalità ai soggetti; accostando i colori per creare l’effetto del chiaroscuro, ricercando una precisione nelle forme che trascende la rappresentazione simbolica dei diversi animali, utilizzando variazioni di intensità cromatica per dare vita alle muscolature, studiando le posizioni delle singole parti [Continua »]
La venuta di Cristo in terra sul finire del I secolo era davvero attesa con una straordinaria sintonia culturale in tradizioni e ambienti diversi. Ad attestarcelo è soprattutto Virgilio con quei versi tanto noti quanto enigmatici della IV Bucolica:
“Il senso della canzone è la libertà di chi l’ascolta. Se la spiegazione diventa più forte della liberta, la canzone è un fallimento”. Parole di Teresa De Sio, una delle voci più interessanti della canzone italiana. Leggere, evanescenti, spesso concentrate in una manciata di minuti, “usate” dall’industria discografica: eppure le canzoni sono spesso un piccolo miracolo. Una finestra. Un’ala. Un concentrato di memorie. Vi segnalo una bella intervista a
A che cosa “serve” la letteratura? La letteratura col suo immenso patrimonio di storie, immagini, suoni, personaggi… a che serve? A che “mi” serve? Il rapporto tra la vita e la letteratura, in realtà, è sempre stato inquieto e complesso. Si potrebbe scrivere una vera e propria storia di questa relazione che è stata ora affermata e ora negata, ora desiderata e ora respinta. Jean Cocteau scrisse a Jacques Maritain: “La letteratura è impossibile, bisogna uscirne”. Ma per andar dove? Probabilmente per uscire dal narcisismo dell'”interiorità” autoreferenziale. L’aveva intuito anche Clemente Rebora: Lungi da me la scappatoia dell’arte. L’arte sarebbe dunque una scappatoia. Sarebbe una forma di tragica consolazione, che confina con la percezione leopardiana dell’infinita vanità del tutto. Che farsene, dunque, di parole scarse, e forse senza sole, come le definiva Sandro Penna, o di qualche storta sillaba e secca come un ramo (Eugenio Montale)?
In occasione dell’uscita del nuovo pamphlet di Massimo Onofri, Recensire. Istruzioni per l’uso, Cristina Taglietti sul Corriere della Sera di oggi ripropone la questione di come si debba fare critica letteraria e di quali siano le responsabilità del critico. La giornalista del quotidiano milanese riferisce che i mali della critica attuale secondo Onofri consistono nel “rifiuto del giudizio di valore” e, quindi, nella rinuncia alla “funzione etica della critica stessa”.