di
Katia Marino -
pubblicato il 15 Novembre 2008
Le considerazioni di Giuseppina CATONE sul libro di Benedetta Cibrario, la scrittrice emergente fiorentina, vincitrice del 46° Premio Campiello, edito da Feltrinelli.
Sarà stato il titolo o il colore della copertina, saranno state le poche battute stralciate dal testo e poste come presentazione in quarta di copertina, ma questo libro mi ha catturata.
A volte ci sono libri che ci prendono così, senza che ce ne accorgiamo, e si fanno leggere tutto d’un fiato e, al contrario, ci sono libri che impieghi mesi, anni, a terminare, che stenti a concludere.
Non è così anche con le persone? Ci sono simpatie istintive, amori a prima vista, passioni insondabili e inspiegabili, e ci sono conoscenze che si portano avanti a stento, con poco feeling, per usare un termine alla moda.
Con questa premessa non voglio dire che tutto quello che risponde ad un’immediata corrispondenza affettiva sia giusto né che un libro che attrae sia un bel libro: voglio solo dire che c’è un’indole, un carattere in ognuno, in ogni lettore, pronto a ricevere ciò che al proprio gusto e carattere si modella.
Io posso riconoscere la grandezza e l’intelligenza, la profondità di un’opera, ma può non emozionarmi.
Il libro in questione mi ha emozionato: forse non sarà un gran libro, può darsi che fra qualche tempo entrerà a far parte di quei molti libri che ho letto, ma che ricordo poco. Comunque mi ha emozionato.
E’ narrato in prima persona, con continui spostamenti nel tempo del racconto: presente e passato si intrecciano in modo infine armonico e si capisce solo a conclusione del romanzo il perché era giusto che si altalenassero così. [Continua »]