di
Antonio Spadaro -
pubblicato il 8 Febbraio 2009
Tratto da:
Walt WHITMAN, Canto una vita immensa, traduzione e introduzione di Antonio Spadaro, Milano, Ancora, 2009.
Con il suo vigore e con il grande respiro dei suoi versi, mi mette in uno stato mentale di libertà, pronto a vedere meraviglie; mi porta, per così dire, in cima a una collina o al centro di una piana; mi scuote e poi mi getta addosso migliaia di mattoni”: queste le impressioni che lo scrittore Henry David Thoreau ricavava dalla lettura della poesia del suo contemporaneo Walt Whitman (1819-92). L’anno di esordio del poeta statunitense fu il 1855. A 36 anni Whitman a proprie spese pubblicava la prima edizione di Leaves of Grass (Foglie d’erba), l’opera poetica che lo avrebbe reso un gigante all’interno del canone letterario statunitense.
Cosa accadeva in quegli anni? Nasceva Pascoli, Carducci elaborava le sue Rime, e Baudelaire i suoi I fiori del male. Proprio in questi anni Whitman scriveva: “Gli Stati Uniti in sé, nella loro essenza, sono il più grande dei poemi. (…) Qui finalmente troviamo nell’umano operare qualcosa che risponde all’operare maestoso del giorno e della notte“.
Ad una prima lettura queste espressioni potrebbero comunicare l’idea di un orgoglio patriottico che scade nell’enfasi retorica. Dov’è l’intensità silente e meditabonda di tanta grande poesia? Dove il dramma della coscienza inquieta che trova la poesia nelle sfumature? Nulla del genere in Whitman e anzi, poco dopo l’uscita dell’edizione finale di Foglie d’erba (1892), c’era in Italia chi confidava che la “freschezza vitale” dei suoi versi fosse capace di liberare l'”asmatica e tisica nostra poesia” e di trasfondere in essa un po’ di sangue. [Continua »]