Bombaclassifica show

I migliori dischi del 2008. Una parziale e personalissima scelta, contando il numero delle “stelline di Itunes” che ho assegnato ai brani sul mio ipod durante l’ultimo anno. Dieci album di generi diversi, buona musica da proporre e condividere. E spero contribuirete con altre segnalazioni…

Bon Iver – For Emma, Forever Ago (folk rock)

Bon IverJustin Vernon dopo essere stato lasciato dalla fidanzata e aver sciolto il suo gruppo si ritira. Dove?  In un capanno nei boschi del Wisconsin, in inverno.  Una chitarra un semplice registratore e intorno la neve e la solitudine. Riposa Justin. Recupera Justin. Poi inizia a comporre il suo primo disco solista. Nove canzoni. Chitarra e  voce quasi sempre in falsetto. Ai nastri viene aggiunto, in post produzione, molto poco. Un po’ di batteria qua e là, qualche effetto, un controcanto. Eppure il disco nella sua semplicità suona denso.
Qui il link al video molto “into the wild”.

Steven Wilson – Insurgentes (rock)

Steven Wilson – InsurgentesAnche Steven Wilson è al suo primo disco solista, sebbene sia attivo da una ventina d’anni nel panorama musicale, con i Porcupine Tree, i Blackfield, i No-man.  Insurgentes è un disco vero, comincia subito deciso, sonorità tra Radiohead e Coldplay, imprevedibile però perchè il suono vira in continuazione e con lui lo stile, tra rock, pop, prog, momenti grunge ed altri strumentali, in alcuni momenti addirittura il jazz. Il suo mestiere di musicista e produttore in progetti completamente diversi è evidente. Suona estremamente moderno, arrangiato e mixato magistralmente, con pezzi di grande sostanza.

Sigur Rós – Með suð í eyrum við spilum endalaust (pop folk psichedelico)

Con Un Ronzio Nelle Orecchie Suoniamo All’Infinito, il titolo di questo controverso cd. Osannato e criticato dalle testate musicali, l’album è stato concepito e registrato in varie parti del mondo. Un disco diverso dei Sigur Ros, che viene trascinato verso vere e proprie canzoni, di cui alcune insolitamente gioiose, e ricondotto poi verso sonorità ed atmosfere più usuali per gli islandesi. L’eterogeneità dei brani si nota, ma l’insieme risulta compatto e convincente.

B.B. King – One Kind Favor (blues)

B.B. King - One Kind FavorOne Kind Favor è un disco blues. Completamente blues. Il produttore T Bone Burnett consiglia all’ottantatreenne di fare quello che sa fare meglio. Riporta il Re verso i suoni essenziali degli anni Cinquanta, gli affianca degli ottimi musicisti, il mix è quello giusto e il risultato è perfetto.
 

Darrell Scott – Modern Hymns (country)

Darrell Scott, almeno per me, era un perfetto sconosciuto. Per le vie infinite della rete sono arrivato ad una sua segnalazione da un sito di musica country. Scopro che Darrell ha scritto canzoni per le Dixie Chicks ed altri, e  che le sue canzoni hanno venduto milioni di copie. Qui si cimenta in un album di cover prendendo in prestito canzoni di Joni Mitchell, Paul Simon, Pat Metheny, Bob Dylan, Leonard Cohen ed altri. Un disco splendido, limpido, suonato magistralmente.

24 Grana – Ghostwriters (italiana – pop cantautorale)

Quinto lavoro per i 24 Grana in circa 10 anni, nove canzoni per poco più di mezz’ora di musica. Una svolta per i 24 Grana, dal dub – hip pop verso una forma canzone tradizionale con spirito partenopeo. Filippo Gatti, Marina Rei, Nicolò Fabi, Riccardo Sinigallia le collaborazioni per  un disco sincero, che nella sua semplicità mantiene un’integrità,  una forza, che è prerogativa di questo gruppo.

Neil Diamond – Home before dark (rock acustico)

Neil Diamond – Home before darkAl primo ascolto sembra Johnny Cash, i suoni puliti, gli arrangiamenti estremamente scarni,  la voce. Ma non è  lui. Rick Rubin, dopo lo splendido lavoro sull’ultimo disco di Cash, ha prodotto anche  Neil Diamond, altro artista storico del panorama musicale americano, aiutandolo ad esaltare le sue doti eccellenti. Dodici canzoni inedite di buona fattura tra cui spiccano Don’t Go There e Another Day (That Time Forgot), quest’ultima in duetto con Natali Maines delle Dixie Chicks.

Paul Weller – 22 dreams (rock)

Paul Weller compie 50 anni con un “doppio vinile” di ottima musica. Un disco poco pensato ma molto suonato. Tra rock beatlesiano, canzoni in perfetto Style “Council”, funk e soul, jazz, Paul Weller guarda avanti e non indietro come molti suoi colleghi “arrivati”. Nessuna logica di mercato, solo una sana passione ottimamente espressa. In alcuni dei 21 brani troviamo contributi di Noel Gallagher e Gem Archer degli Oasis, Robert Wyatt (nello stupendo “Song for Alice” dedicata alla vedova del grande Coltrane), Graham Coxon ex Blur ed altri.

 

Cristina Donà – Piccola faccia (italiana – acustica)

Cristina Donà – Piccola facciaA distanza di pochi mesi dall’ultimo album esce Piccola Faccia. Un disco acustico nel quale Cristina sceglie l’essenzialità di una chitarra, di un piano e di pochi altri suoni per reinterpretare dieci brani e  proporre due cover: Sign your name di Terence Trent D’Arby e I’m in you di Peter Frampton. Il disco è di una semplicità disarmante ma perfetto. La chitarra di Francesco Garolfi dialoga in maniera magistrale con la bella voce della Donà, che sceglie linee di canto molto lineari, pulite ma intense che esaltano le buoni composizioni dei brani.

Wilco – Sky blue sky (edizione con cd aggiuntivo) (rock)

Wilco - Sky blue skyNuova edizione arricchita di questo bellissimo disco dello scorso anno: un secondo cd, con 5 tracce in più di cui due dal vivo. Il pretesto mi permette di inserirlo tra i dischi del 2008.  I Wilco di Jeff Tweede incarnano la più grande tradizione musicale americana fatta di passato e innovazione. Grazie alla ritrovata serenità del loro leader, è la speranza che si fa strada in questo splendido album. Suoni rock ben miscelati tra i diversi strumenti, ottime chitarre, bella la voce.
 

Altri dischi in ordine sparso:
11) Ane Brun – Changing Of The Seasons (acustico)
12) Bonnie ‘Prince’ Billy – Is It The Sea? (live)
13) Coldplay – Viva la vida (rock – pop)
14) Elbow – The Seldom Seen Kid (alternativa)
15) Fleet Foxes – Fleet Foxes (folk rock)
16) Martha Wainwright – I Know Youre Married But Ive Got Feelings Too (pop)
17) Randy Newman – Harps and Angels (rock)
18) Ryan Adams & The Cardinals – Cardinology (rock)
19) Susan Tedeschi – Talking about (blues)
20) The Verve – Forth (rock pop)


A partire da.. “I pianeti” di G. Holst

Suite "I pianeti" di HolstI pianeti, la suite composta da Gustav Holst tra il 1914 e il 1916 nasce dall’interesse del musicista per l’astrologia, una pratica divinatoria molto vicina alla chiromanzia e ad altre pratiche magiche (molto in voga anche oggi) con cui si pretende di predire il futuro in base all’osservazione della posizione dei pianeti rispetto alla Terra. Holst era tanto affascinato dai pianeti e aveva così fiducia nel loro potere sull’essere umano da dedicare a ciascuno di loro una composizione (in quei giorni scriveva ad un amico: «è il carattere di ogni singolo pianeta ad offrimi un mucchio di suggerimenti ed è per questo che mi interesso piuttosto assiduamente di astrologia»). Ogni pezzo avrebbe dovuto rappresentare il carisma grazie al quale ciascun pianeta è in grado di condizionare la psiche delle persone. In questo senso, per individuare il carattere dominante di ciascun pianeta il compositore inglese si servì di un libro di un noto astrologo del suo tempo e probabilmente anche della mitologia romana. Composta nei primi anni della Grande Guerra e in tempi di bellicose avanguardie artistiche, l’opera si apre con Marte che nei titoli viene presentato come colui che porta la guerra, segue Venere colei che fa rinascere l’amore, Mercurio l’alato messaggero portatore di nuove risorse e, così via, anche gli altri quattro pianeti allora conosciuti (manca Plutone che venne scoperto quindici anni dopo la composizione dell’opera).

Le musiche sono tutte molto coinvolgenti, evocative, di grande impatto emotivo e figurativo, ma non esiste un filo conduttore: l’opera di Holst non è una sinfonia e la combinazione dei brani è totalmente priva di narratività. I pianeti sono presentati come tante monadi, scollegati l’uno dall’altro, tanto privi di una storia comune quanto forti del proprio particolare carisma. Ciascuno di essi costituisce una figura mitica, ma in virtù della potenza riconosciutagli dall’uomo e non in virtù di una storia di cui è portatore e che condivide con gli altri pianeti. In altre parole, ogni pianeta sembra essere un mito privato della narrazione: una vistosa contraddizione considerando che “mito” deriva dal greco mythos che significa parola, discorso, racconto. Eppure oggigiorno il termine “mito” è usato spesso in questa accezione, quella di un idolo muto e statico di fronte a cui l’uomo rimane imbambolato, passivo, abbacinato come davanti a uno specchio magico in grado di riflettere una inaspettata quanto sorprendente immagine di se stesso e della propria vita.

Il mito-idolo è sempre uguale a se stesso e proietta la propria immagine presente nel futuro, negando a chi ne rimane sedotto la percezione del divenire della propria realtà. In questo senso, i pianeti celebrati da Holst, nel loro riconosciuto potere di preveggenza e di ascendenza sul destino dell’uomo, possiedono la stessa infallibilità e capacità profetica di “miti” a noi più familiari come certe icone del rock (Jim Morrison) o della rivoluzione (Ché Guevara): figure dalle indiscusse qualità, almeno fino al momento in cui un dettaglio della storia del personaggio non ne riduce il potere di attrazione e identificazione. Ma fino a quel momento, il mito è qualcosa con cui entrare in contatto per provare la sensazione di essere più forti nel rapporto con il mondo. È immagine che ingrandisce il nostro io nella misura in cui crediamo possa rivelarci la nostra identità segreta e indicarci il futuro (ancora più segreto) ovvero l’immagine di noi nel futuro. In questo senso, l’identità e il futuro corrisponderebbero, secondo la visione proposta da Holst nelle intenzioni di questa sua magnifica opera musicale, con un ingrandimento della persona umana.

Ma l’esperienza artistica non ci dimostra invece il contrario? Un’opera d’arte non è piuttosto il risultato di un lento e imprevedibile processo di trasformazione? La scrittrice Flannery O’Connor (sì, sempre lei) negava qualsiasi forma di preveggenza nell’atto dello scrivere ovvero dichiarava di non sapere cosa sarebbe accaduto ai suoi personaggi e cosa sarebbe intervenuto nella sua storia neppure due righe prima di scriverlo. Oggigiorno siamo talmente abituati a misurare la nostra identità con i miti-idoli e con l’immagine altrettanto mitica richiestaci dall’efficienza produttiva dovuta nel lavoro che nei laboratori di scrittura creativa molti faticano ad accettare l’idea che la scrittura, come ogni arte, richiede un’ascesa: un lento sviluppo della propria capacità di visione della realtà e della propria abilità nell’utilizzo della parola scritta. Il laboratorio è un luogo di confronto dove spesso alcuni partecipanti rimangono delusi dalla realtà del proprio testo quando viene svelata dai commenti degli altri partecipanti in veste di lettori. Restano delusi del testo come se lo fossero di se stessi. Non si accorgono che quel testo è la vita di una storia che inizia, l’inizio di un processo di cambiamento i cui esiti sono totalmente sconosciuti, ma già presenti in potenza come un embrione lo è per un essere umano non ancora formato. Lo scrittore (anche se scandalizzato dalla pochezza della prima stesura del suo testo) può decidere se entrare attivamente in questo processo di trasformazione e, quindi, accettare o meno di portare la sorprendente quanto faticosa gestazione che trasformerà il suo testo a poco a poco in una storia unica e soprattutto viva.

Per fare un esempio noto a tutti, utilizziamo Blade Runner, il film di fantascienza di Ridley Scott in cui il detective Deckart (Harrison Ford) dà la caccia ad un gruppo di “replicanti” fuggiti dal controllo degli umani e in cerca della chiave che li renderà liberi per sempre. La vera libertà del replicante passa attraverso la presa di coscienza del proprio passato, la consapevolezza di avere una propria storia, ma soprattutto nel comprendere di essere protagonista di una trasformazione che esige relazione, umiltà ed esercizio. Ma solo Rachel, la bella replicante che piange quando scopre di non essere umana, lo capisce. Gli altri replicanti Nexus 6 sono morbosamente attaccati all’immagine della propria potenza, non vogliono perderla, anzi vogliono ingrandirla. Sono già più forti e intelligenti di qualsiasi essere umano, ma vogliono esserlo per sempre, vogliono il dono dell’eternità, fissare la loro immagine presente nel futuro. E per questo periranno. Rachel invece accetta di imparare a poco a poco da Deckart l’amore ovvero si riconosce fragile (è per chiunque il primo passo per percepirsi “umano”) e si rende disponibile ad entrare in un processo di trasformazione che potrebbe farle vivere una vita pienamente umana. E per questo Deckart decide di non eliminarla.

La fissità in nome dell’immagine di noi stessi che ci rende (illusoriamente) giusti, forti e preveggenti è il pericolo da evitare. La vita è un processo di trasformazione, da quando nasciamo a quando moriamo, e non un processo di ingrandimento. Questo è il grande equivoco. Allora forse si tratta di cominciare a guardare i pianeti non nella loro fissità in un dato momento, ma nel loro movimento e nel loro essere parte di un universo che si sta trasformando. Proprio come ognuno di noi. Se il cielo non ruotasse durante la notte, se gli astri sopra la nostra testa fossero sempre gli stessi, la notte sarebbe una prigione, una cappa soffocante. E invece il cielo è una realtà dinamica. Come la buona musica d’altronde. Infatti – tornando ai pianeti di Holst – ciò che sorprende è che, al di là delle intenzioni concettuali e filosofiche del compositore, la musica scritta per ogni pianeta non è affatto statica, anzi è vitale e potente proprio perché gravida di divenire e di orizzonti. Non è un caso che I pianeti abbiano ispirato molte colonne sonore di Hollywood ovvero composizioni utilizzate proprio per esaltare il potenziale narrativo delle immagini del film. Non c’è forse la potenza della vita ovvero il racconto di una trasformazione in atto nelle vertigini marziali di Marte, nei richiami pieni di nostalgia di Venere, nelle corse a perdifiato di Mercurio, nell’allegria sfrenata di Giove, nell’infaticabile laboriosità di Saturno (il mio pezzo preferito), nell’inquieta fanfaronaggine di Urano o nell’attento ascolto del Mistero di Nettuno?


Yad Vashem: una notte fonda piena di stelle

Circa un anno fa uno scrittore israeliano aveva affermato che la Shoah fosse diventata un oggetto di marketing e che l’eccessivo numero di romanzi ispirati allo sterminio avesse addirittura dato luogo ad un nuovo genere letterario. Questa possibilità mi aveva molto colpito, anche se la questione veniva posta essenzialmente per denunciare le conseguenze di una commercializzazione della memoria dell’Olocausto sulla percezione dell’identità ebraica, tanto in Israele quanto all’estero. Non so quali discussioni siano seguite a questo grido d’allarme, ma nel frattempo sono usciti altri libri ispirati dalla Shoah e i protagonisti di queste narrazioni sono risultati troppo unici e irripetibili per corrispondere a uno stereotipo: testimonianze come Sonderkommando di Shlomo Venezia e Necropoli di Boris Pahor, ma anche romanzi di autori di seconda generazione che raccontano le conseguenze della tragedia sui figli delle vittime e sui loro figli come La storia dell’amore di Nicole Krauss (moglie di Jonathan Safran Foer, già autore del notevole Ogni cosa è illuminata) o Un difetto impercettibile di Nancy Huston (moglie di un pensatore illustre come Tzvetan Todorov che ha scritto molto sulle tragedie provocate dai regimi totalitari del ‘900) o come La storia di una famiglia, il romanzo dell’israeliana Lizzie Doron in imminente uscita per le edizioni Giuntina. [Continua »]


Pace (e guerra)

Questa mattina a Gerusalemme non si può accedere alla spianata delle Moschee e il quartiere musulmano è gravato da un silenzio che punge, le botteghe chiuse per protesta, i soldati israeliani con gli M16 attenti al più piccolo movimento. La tensione congela il pensiero e il corpo è pronto a scattare al minimo segno. Forse è il giorno adatto per postare sul blog questo breve, bellissimo, raro racconto di Eraldo Affinati intitolato “Pace (e guerra)”, apparso quest’anno su una pubblicazione della Regione Toscana dedicata alle parole della Costituzione.

La scuola stava per finire. Cominciava a far caldo. I finestroni erano spalancati, ma noi sentivamo freddo. Avevo appena letto in classe, a voce alta, un brano del Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern: la battaglia di Nikolaevka! I russi non vogliono far passare gli alpini in ritirata e questi si fanno largo, in mezzo alle isbe, correndo da un carro armato all’altro con le bombe a mano, i fucili, la mitragliatrice sulle spalle. Le pallottole s’infilano a terra miagolando. Gli uomini entrano nelle case, piazzano i mortai sui tavoli coperti da tovaglie ricamate. I feriti si lamentano. I bambini piangono. [Continua »]


Le parole semplici e la grazia della parola

Trascrizione di una conferenza che ho tenuto a Settignano (FI) il 22.10.2008 sul tema “Ogni letteratura è sacra? La grazia della parola” e pubblicata a stampa in un fascicolo a tiratura limitata.

1. Premessa

Il tema di cui vi parlo oggi non è per me un tema astratto. Lavoro per una rivista, La Civiltà Cattolica, e sono chiamato a scrivere di letteratura e cristianesimo. Per me è proprio vitale chiedermi che cosa ha a che fare la letteratura con il cristianesimo. Una cosa è leggere un autore e filtrarlo alla luce della teologia cristiana; altro è sentire invece che una poesia, un romanzo, un racconto, a volte anche solo un verso entra a pieno titolo all’interno della tua vita spirituale. Il primo è un livello di puro studio, il secondo è un livello per cui la parola poetica diventa carne della tua carne, diventa in te esperienza spirituale.
Nella mia ricerca spasmodica di modelli, di punti di riferimento, di autori significativi, ho trovato un teologo che si chiama Karl Rahner che è uno dei più grandi teologi del ‘900, il quale ha scritto di poesia e di letteratura, ma questi suoi saggi in Italia si sono come persi nel nulla. Da qui la decisione di ripresentarli al pubblico italiano scrivendo il mio saggio La grazia della parola (Jaca Book, 2006).

2. Tendere l’orecchio a un silenzio

Karl Rahner si è chiesto come avviene l’incontro dell’uomo con la volontà di Dio nella sua persona in concreto. In altre parole: come facciamo io e la volontà di Dio ad incontrarci? Come faccio io ad incontrare Dio? In fin dei conti è questa la domanda. Che cosa faccio io per ascoltare la parola di Dio? Rahner dice che, al di là di ogni altra considerazione, questo incontro ha sempre bisogno che noi tendiamo l’orecchio a un silenzio. [Continua »]


Fuori o oltre la grotta?

Perché i graffiti di Altamira, queste figure di animali dipinte 17.000 anni mi colpiscono tanto? Perché li sento così reali? Sono attratto da qualcosa in loro che non saprei definire. I colori sono forti, ricordano la carne viva, la pelle di uomo, quasi un tatuaggio su una schiena. L’occhio del bisonte sembra guardarmi. E mi rendo conto che la loro forza espressiva dipende anche dalla forma e dalla consistenza della roccia. Se mi trovassi dentro la grotta l’emozione sarebbe ancora più intensa per via degli odori, dei suoni o della temperatura nella grotta. Ne Lo spirituale nell’arte Vasilij Kandinskij scriveva: Non dobbiamo ingannarci e pensare che riceviamo la pittura solo attraverso l’occhio. No, la riceviamo, a nostra insaputa, attraverso tutti e cinque i nostri sensi. E come potrebbe essere altrimenti? Fatto sta che con mio grande stupore queste pitture del neolitico hanno il potere di coinvolgermi in un’esperienza sensoriale che mi fa apprezzare una realtà spirituale nascosta nelle pitture stesse. [Continua »]


Non solo western: il cinema di John Ford tra dannazione e redenzione

John Ford (con la pipa) e il cast di Un uomo tranquillo

John Ford (con la pipa) e il cast di Un uomo tranquillo

“Il mio nome e’ John Ford. Faccio western“. Questa forse è la battuta più celebre di Sean Aloysious O’Feeney, nato alla fine dell’800 da emigranti irlandesi e diventato famoso per le decine di film che hanno raccontato l’ultima grande epica della storia moderna, quella del far-west e della violenta e avventurosa nascita degli Stati Uniti d’America. Come osservava Ludovico Alessandrini, compianto e illuminato dirigente della Rai, se si mettessero insieme tutti i migliori film western di Ford se ne ricaverebbe una sorta di poema epico, degno di Omero, capace di raccontare attraverso i  diversi “canti” (il primo film di Ford è del 1917, l’ultimo del 1966) la nascita di una nazione sorta da quel continuo affrontare e superare la frontiera, il mondo selvaggio, l’ignoto, la sfida dell’integrazione e del “melting pot”. Con il solito acume il poeta argentino Borges ha riassunto molto bene la questione affermando che: “Seppure per motivi commerciali, Hollywood ha salvato l’epica“, e a John Ford spetta senz’altro il ruolo maggiore in questo lavoro di salvataggio. [Continua »]