Yad Vashem: una notte fonda piena di stelle
Circa un anno fa uno scrittore israeliano aveva affermato che la Shoah fosse diventata un oggetto di marketing e che l’eccessivo numero di romanzi ispirati allo sterminio avesse addirittura dato luogo ad un nuovo genere letterario. Questa possibilità mi aveva molto colpito, anche se la questione veniva posta essenzialmente per denunciare le conseguenze di una commercializzazione della memoria dell’Olocausto sulla percezione dell’identità ebraica, tanto in Israele quanto all’estero. Non so quali discussioni siano seguite a questo grido d’allarme, ma nel frattempo sono usciti altri libri ispirati dalla Shoah e i protagonisti di queste narrazioni sono risultati troppo unici e irripetibili per corrispondere a uno stereotipo: testimonianze come Sonderkommando di Shlomo Venezia e Necropoli di Boris Pahor, ma anche romanzi di autori di seconda generazione che raccontano le conseguenze della tragedia sui figli delle vittime e sui loro figli come La storia dell’amore di Nicole Krauss (moglie di Jonathan Safran Foer, già autore del notevole Ogni cosa è illuminata) o Un difetto impercettibile di Nancy Huston (moglie di un pensatore illustre come Tzvetan Todorov che ha scritto molto sulle tragedie provocate dai regimi totalitari del ‘900) o come La storia di una famiglia, il romanzo dell’israeliana Lizzie Doron in imminente uscita per le edizioni Giuntina. [Continua »]
Questa mattina a Gerusalemme non si può accedere alla spianata delle Moschee e il quartiere musulmano è gravato da un silenzio che punge, le botteghe chiuse per protesta, i soldati israeliani con gli M16 attenti al più piccolo movimento. La tensione congela il pensiero e il corpo è pronto a scattare al minimo segno. Forse è il giorno adatto per postare sul blog questo breve, bellissimo, raro racconto di Eraldo Affinati intitolato “Pace (e guerra)”, apparso quest’anno su una pubblicazione della Regione Toscana dedicata alle parole della Costituzione.
Trascrizione di una conferenza che ho tenuto a Settignano (FI) il 22.10.2008 sul tema “Ogni letteratura è sacra? La grazia della parola” e pubblicata a stampa in un fascicolo a tiratura limitata.
Perché i graffiti di Altamira, queste figure di animali dipinte 17.000 anni mi colpiscono tanto? Perché li sento così reali? Sono attratto da qualcosa in loro che non saprei definire. I colori sono forti, ricordano la carne viva, la pelle di uomo, quasi un tatuaggio su una schiena. L’occhio del bisonte sembra guardarmi. E mi rendo conto che la loro forza espressiva dipende anche dalla forma e dalla consistenza della roccia. Se mi trovassi dentro la grotta l’emozione sarebbe ancora più intensa per via degli odori, dei suoni o della temperatura nella grotta. Ne Lo spirituale nell’arte Vasilij Kandinskij scriveva: Non dobbiamo ingannarci e pensare che riceviamo la pittura solo attraverso l’occhio. No, la riceviamo, a nostra insaputa, attraverso tutti e cinque i nostri sensi. E come potrebbe essere altrimenti? Fatto sta che con mio grande stupore queste pitture del neolitico hanno il potere di coinvolgermi in un’esperienza sensoriale che mi fa apprezzare una realtà spirituale nascosta nelle pitture stesse. 
Andy Warhol has been defined as “the United States in the moment the United States became the world” (1), that is, just over the first half of the 20th century. How can one not recall his TV sets reproducing his now famous Campbell tomato cans, or the reproductions of popular “icons” such as Coke bottles, Marilyn Monroe or Marlon Brando? According to Artprice indexes, between 1997 and 2006 the price of his TV sets has increased by over 300%. Warhol is part of that group of American artists of the 60s that wanted to represent the reality around them “literally”. The pop art artists, in other words, of “popular art”, started to use parts of the language of the culture of masses, such as publicity images, comics, movies, television, consumer goods and fashion in a more educated level. Thus, the mass experience entered into the individual experience, making the artistic expression of each person leave his own territory and open it to a social, collective, massive and commercial dimension.
Nessun classico del Novecento può vantare tanti appassionati lettori quanti Il Signore degli Anelli. Ma a cosa si deve il successo di questo corposo romanzo, che ci si ostina a confinare nel genere “fantasy”? Potrà sembrare un paradosso, eppure una delle ragioni principali è il suo realismo. Perché chi scrive racconti fantastici, metteva in guardia Flannery O’Connor, deve prestare «un’attenzione ancor più rigorosa al particolare concreto, rispetto a chi scrive in chiave naturalistica – perché quanto più la storia forza i limiti della credibilità, tanto più convincente dovrà essere l’ambientazione». E Tolkien è stato di una meticolosità imbattibile: ci fornisce il calendario di viaggio dei protagonisti, appendici storico-sociali, alberi genealogici, tavole linguistiche, regole per la pronuncia, note di costume, una mappa dettagliata… Il puntiglio del filologo applicato alla multiformità dell’immaginazione. Tolkien non ne ha mai fatto mistero. Scrivere romanzi non era uno sfogo individuale, ma la diretta conseguenza dei suoi studi, al punto che alla base del suo capolavoro «c’è l’invenzione dei linguaggi. Le “storie” furono create per fornire un mondo […] avrei preferito scrivere in elfico». Eppure tanta precisione non preclude il mistero. Al contrario. Gli basta la citazione improvvisa di un nome sconosciuto, fatta quasi en passant, per evocare nel lettore il senso d’infinite storie non raccontate ma presenti, che occhieggiano da dietro le quinte. Ecco un altro forte tratto di realismo: è quella “suggestione del non detto” – lo notò Erich Auerbach nel suo Mimesis – affluita nella letteratura occidentale attraverso la narrativa biblica.